I comunisti contro le Poste

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Dalle ampie vetrate dei nostri uffici notavamo, dalla mattina presto, spiegamenti ingenti di poliziotti occupare tutta la zona circostante; le divise nere spiccavano tra il verde del prato e il grigio del marciapiede. Scendendo in pausa pranzo, mi facevo largo tra tutte queste divise e relative volanti e camionette per guadagnare il bar e il mio panino e intanto sentivo nell’aria la Spiegazione, pronunciata con tono definitivo: “La polizia è qui perché è prevista una manifestazione dei Comunisti contro le Poste”. I comunisti contro le poste? Tornata in ufficio avvertivo le mie colleghe che stavamo per assistere in diretta a tale fatidico scontro.
Poco dopo, sono arrivati i presunti Comunisti, ossia un non ben definito gruppuscolo di ragazzi e ragazze che si sono pacificamente posizionati davanti al piccolo ufficio postale accanto al nostro edificio suonando musica rap americana a tutto volume. Difficile intravederli tra tutti quei poliziotti, ben più numerosi dei “manifestanti”. Una ragazza ha pronunciato col megafono un discorso nel quale ho riconosciuto la parola Lampedusa. Poi i “comunisti” se ne sono andati, qualche poliziotto ha tergiversato ancora un po’. Cose surreali che accadono di questi tempi.


Vivere strabici

storia

Mi capita spesso di pensare che probabilmente l’ideale sarebbe vivere un po’ strabici. Lo penso per esempio quando incappo nell’elogio della “felicità nelle piccole cose”, un vero evergreen anche nel mondo dei blog, soprattutto quelli femminili; che è giustissima, di per sé e, tutto sommato, anche se non ne faccio un Manifesto, nella pratica è anche alla base del mio personale modo di vivere. Però, se ci si ferma solo lì, diventa una gabbia, comoda e dorata ma sempre gabbia che ti isola dal mondo, dalla vita, dal tempo storico mentre ti chini solo su te stesso, sulla tua famiglia, nel chiuso del tuo piccolo mondo. Allora bisognerebbe essere strabici, e tenere un occhio ‒ e parte del cuore ‒ sulle piccole cose del presente per le quali essere grati ogni giorno e l’altro occhio ‒ e il resto di noi ‒ teso invece al fuori, all’Altro, a ciò che è grande e spesso anche triste, ingiusto, doloroso e a cui non restare indifferenti. Anche perché in molti modi, più di quanto non si pensi, possiamo fare qualcosa anche per quella Dimensione Grande. La Storia cammina anche sulle nostre gambe.


Le mail sbagliate

Circa due anni fa cominciarono ad arrivare al mio indirizzo di posta elettronica alcune mail che tra l’altro, al solo leggere l’oggetto, sul momento mi facevano ogni volta prendere un colpo: riguardavano tasse, fatture, conti, banche… tutte cose abbastanza ansiogene finché, nel giro di pochi secondi, non mi rendevo conto che non riguardavano me. L’arcano fu presto svelato: la destinataria era una mia omonima, impiegata presso lo studio di un commercialista di un’altra regione. I nostri indirizzi mail differivano soltanto perché i rispettivi nome e cognome, separati dal punto, erano invertiti di posizione. Resami subito conto dell’equivoco, ho inoltrato alla mia omonima la prima di questa serie di mail accompagnata da due mie parole di spiegazione e con l’occasione ci siamo anche salutate tra noi, scoprendo anche di essere quasi coetanee. Dopo questi convenevoli superficiali, ho semplicemente preso l’abitudine di inoltrarle le mail quando le ricevevo, senza aggiungere altro; finché, abbastanza rapidamente, queste mail sbagliate hanno cominciato a essere sempre meno ‒ man mano che lei evidentemente riusciva ad avvertire tutti i suoi contatti di memorizzare il suo indirizzo nel modo giusto ‒ fino praticamente a scomparire. L’ultima è stata una mail scherzosa inviata da una sua amica (e non, come al solito, da qualche cliente) che, quando l’ho inoltrata all’altra Ilaria, ha portato a un nuovo piccolo scambio divertito tra noi.
Dato che poi non ci sono state più mail sbagliate a favorire contatti, benché minimi, da un po’ abbiamo preso l’abitudine di mandarci una simpatica mail di auguri a Natale e a Pasqua. Non ci siamo mai scambiate informazioni personali a parte l’anno di nascita e non abbiamo mai sentito l’esigenza di cercarci sui social o comunque di approfondire la conoscenza. Ieri quando le ho scritto i miei auguri le ho però confidato una bella novità riguardante la mia sfera lavorativa, dato che si tratta di un bel cambiamento per me. D’altra parte io il suo lavoro lo conosco, no? Questo nostro contatto strampalato, di quelli che solo internet riesce a creare, mi fa davvero sorridere. Siamo solo due “colleghe di nome” e non sappiamo quasi niente l’una dell’altra ma mi sento comunque affezionata all’altra Ilaria.

Auguri di buona Pasqua ai miei blogger amici e a chi passa di qui!

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A tutta birra

mrs armitage

A colpirmi è stato il suo sorriso: gioioso, compiaciuto e un pizzico impertinente. E poi l’automobile che guidava con tanta soddisfazione: una fiat 500 vecchio modello, ancora più minuscola a vedersi, ormai, rispetto ai macchinoni cui siamo abituati e che infatti le incombevano addosso; col suo colore rosso si stagliava nel grigio umido del mattino piovoso. Lei avrà avuto un’ottantina d’anni e anche per questo, mentre con la sua auto sfrecciava via e ancora, poi, ritrovandola poco più in là, ferma al semaforo e scalpitante, lo sguardo teso in avanti e il sorriso sempre fresco in volto, mi tornava in mente mia nonna: stesso spirito gagliardo ma dolce, stesso compiacimento nel fare ciò che le piaceva. Al pensiero di mia nonna mi s’è allargato il cuore e la simpatia verso l’allegra guidatrice è ulteriormente aumentata.
“Buona corsa”, ho augurato dentro me. Per poi ritrovarmi, dopo trecento metri, presso una rotonda, di fronte alla seguente scena: la piccola vettura ferma, affiancata da due vigili, uno dei quali redarguiva l’anziana mentre l’altro compilava un verbale: e la detentrice del sorriso, dell’automobile e dell’impertinenza era ancora lì, ritta in piedi, sempre col sorriso, solo un po’ dispiaciuto; minuta e sottile guardava dal sotto in su i due vigili, sorridenti anch’essi e chiaramente più dispiaciuti di lei.


Una Piacenza da chiamare

facsalPer tutta la vita ho avuto l’abitudine, ogni volta che mi accadeva una cosa bella, di prendere il telefono e chiamare “Piacenza”, cioè telefonare a mia nonna e a mia zia (prozia) per comunicargliela. Era diventato un riflesso automatico. Loro erano sempre le prime a sapere, prima ancora dei miei genitori. Con il loro entusiasmo, amplificato dall’amore per me, sapevano sempre accogliere nel modo migliore la novità: gioendo con me, incoraggiandomi, lanciandosi in previsioni gloriose quanto esagerate. Si definivano “le mie prime fan”, e lo erano. Anche nei momenti di difficoltà, di scoraggiamento, erano sempre loro a ricevere le mie confidenze; anche in questo caso, avevano la parola giusta: non semplicemente di consolazione ma propositiva: riuscivano ogni volta a farmi vedere le cose da una prospettiva diversa, feconda. Sapevano rimettermi in carreggiata. Mia nonna Fanny poi era speciale nel coniare slogan semplici quanto efficaci (le dicevo sempre che sarebbe stata un’ottima pubblicitaria); ancora oggi questi slogan mi accompagnano nella vita; a seconda della situazione in cui mi trovo ecco che dalle profondità della mia memoria risale preciso lo slogan adatto al caso. E, di nuovo, mi aiuta.
Come i miei lettori più “anziani” sanno, mia zia e mia nonna ‒ che hanno anche ispirato tanti dei post migliori di questo blog ‒ non ci sono più. Mia zia, da sette anni; mia nonna, sono sei anni oggi (e l’altra mia nonna ‒ il mio terzo grande pilastro ‒ quattro). Come accade normalmente in queste situazioni, questi anni sembrano contemporaneamente pochissimi e tantissimi e non è vero che il tempo sistema tutto. Il tempo può attutire il dolore, la quotidianità può spingerti nella cieca marcia sempre avanti e l’incontro con nuove persone e nuove esperienze ‒ insomma, la vita ‒ ti riempirà di quella benzina fatta di stupore, meraviglia ed entusiasmo ma le persone importanti che hai perso ti mancheranno sempre perché sono insostituibili e indispensabili; lo spazio non solo affettivo ma in qualche modo “fisico” che hanno lasciato vuoto nel nostro cuore resterà sempre spalancato come una voragine e dolorante come una ferita. Ed è giusto e sacrosanto che sia così. Non è vero infatti che “siamo tutti utili e nessuno indispensabile”; le persone che amiamo sono indispensabili e quando non ci sono più lasciano uno spazio che non sarà mai rimpiazzato.
Per fortuna, queste grandi persone che hanno riempito la nostra vita riescono in qualche modo a esserci anche dopo la morte. Così, quando sabato ho saputo di avere superato una prova importante, il mio istinto è stato quello di prendere il telefono e chiamare Piacenza. E quando, come ogni volta negli ultimi sei anni, ho dovuto rendermi conto che lì non c’è più nessuno da chiamare, più della tristezza ha vinto in me la gioia per avere mantenuto intatto questo mio riflesso condizionato. Nel mio cuore resta sempre una Piacenza da chiamare.

*In foto: il Facsal, il grande viale alberato nel verde, che è uno dei miei luoghi affettivi piacentini. Foto di Alessandro Prati (presa da qui).


Il giorno più bello della mia pre-vita

fiatNel primo pomeriggio di quarant’anni fa, una Fiat 126 verde oliva affrontava per la prima volta l’autostrada, diretta da Bologna a Piacenza. Trasportava un giovane professore, nelle vesti di prossimo sposo; l’abito era stato scelto da sua mamma e sua zia, intenditrici indiscusse di stoffe e vestiti; soppesando e palpando i diversi tessuti, avevano infine scelto un abito elegante sì ma che potesse essere utilizzato anche in seguito al giorno del matrimonio, nella vita normale. Molto più in ansia del solito, il quasi sposo era stato dal barbiere il giorno prima e inspiegabilmente anche quella mattina stessa ‒ benché di capelli in testa non ne avesse poi tanti, a parte un ciuffetto svolazzante sulla fronte ‒ e ora si recava all’appuntamento più importante della sua vita.
Nel frattempo a Piacenza la futura sposa, calma e serena, si vestiva, pettinava e truccava da sola nella sua cameretta di ragazza; osservandosi allo specchio nel semplice abito bianco, infilava un fiore tra i capelli, unica concessione alla vanità.
In chiesa, i parenti raccolti erano tutti sorridenti; soprattutto erano raggianti le madri degli sposi, che senza saperlo erano state a lungo accomunate dal terrore che i rispettivi figli restassero nubile e scapolo. L’unico che per tutta la cerimonia pianse a dirotto per la commozione fu il nonno della sposa, anziano ufficiale di cavalleria pluridecorato e reduce della Grande Guerra ma dal cuore tenero.
Dopo il matrimonio, uno snello ma elegante rinfresco al Circolo Ufficiali ‒ con repentina ricomposizione del suddetto nonno, che lì era di casa ‒ e poi di corsa alla 126, per salirci stavolta in due, diretti all’inizio della vita insieme. Nel cuore della sposa, romanticamente, sono ancora nitide le sensazioni provate nel salutare la famiglia e lasciare la sua città: iniziava una vita completamente nuova. Lo sposo ricorda invece l’ansia di riuscire a riportare se stesso, la sposa e l’automobile sani e salvi a casa, a Bologna.
La mattina dopo la coppia partiva per Taormina in viaggio di nozze; avrebbero trovato gli unici dieci giorni di freddo, pioggia e financo nebbia di quel mese, con sbigottimento dei siciliani stessi che assicuravano loro che solitamente in quella stagione si faceva ancora il bagno in mare. Nasceva così la mia famiglia.


Carta e penna

cartapennaCirca un paio d’anni fa, mentre attorno a me fioccavano buoni propositi per il nuovo anno, tutti molto nobili ed elevati, io formulavo l’umile proposito di ricominciare a scrivere sistematicamente con carta e penna tutti i giorni almeno mezz’ora di seguito, e possibilmente di ricominciare anche a tenere metodicamente un diario, cogliendo i famigerati due piccioni con una sola fava. Mi ero infatti accorta che la mia grafia, un tempo bella e ordinata, era decisamente degenerata e, come se non bastasse, mentre in passato ero in grado di scrivere a mano per ore e ore di fila, adesso dopo tre minuti avevo già i crampi. Solitamente sono una vera frana nel mantenere i propositi ma questo mi stava troppo a cuore, anche perché nel frattempo avevo cominciato a leggere di studi specifici che attestavano un rapporto molto stretto tra scrittura a mano e funzioni cerebrali (e io tengo ai miei neuroni più che a qualsiasi altra cosa). Nonostante la grande fatica iniziale, non mi sono lasciata scoraggiare e ormai ho reintegrato tale buona abitudine nella mia routine. L’unico effetto collaterale è che ho ricominciato ad acquistare appassionatamente diari, taccuini, quaderni e moleskine (tutti comunque utilizzati), penne, pennine e pennette.
Sabato, durante un corso d’aggiornamento che sto seguendo, è stato affrontato proprio questo argomento: l’importanza della scrittura con carta e penna. È stato ribadito appunto come da tempo gli studi nell’ambito delle neuroscienze ci dicono che la scrittura tramite tastiera del pc non equivale a quella manuale su carta. Quest’ultima non solo ci permette di esercitare una competenza fondamentale acquisita in millenni di evoluzione ‒ cioè la motricità fine della mano ‒ ma soprattutto attiva zone del cervello che presiedono alla creatività e alla produzione di pensiero e di linguaggio, che la videoscrittura lascia praticamente spente e inattivate. Scrittura a mano e sviluppo cognitivo vanno di pari passo e, nonostante le nuove opportunità offerte anche a livello cognitivo dalle nuove tecnologie, la perdita del segno grafico comporterebbe il venir meno di tutta una serie di possibilità cognitive fondamentali. Non si tratta certo di demonizzare computer e tablet, che vanno benissimo, ma semplicemente di mantenere (o stimolare e incentivare, nei bambini) anche le nostre capacità grafiche. Il problema sta cominciando a diventare un’emergenza già nella scuola primaria, dove sempre più insegnanti si trovano alle prese con bambini che non sanno impugnare correttamente penna o matita. Quindi, il suggerimento è: non smettiamo di scrivere (anche) con carta e penna e se avete bambini abbiate cura delle loro abilità grafiche ossia della loro intelligenza.
Senza contare, poi, il valore che i nostri scritti autografi hanno per la nostra stessa identità. La nostra grafia ‒ anche senza fantasiose interpretazioni psicologiche ‒ parla di noi perché è unica ed è, assieme al supporto cartaceo a cui la abbiamo affidata, una di quelle cose che resteranno di noi anche quando noi non ci saremo più.