Le case degli altri

londonPiù o meno in ogni città si può visitare la casa di qualche “personaggio illustre” del passato. Qui a Pesaro c’è la casa di Rossini. Di case di Mozart vi è un’inflazione (io ne ho visitata una a Praga). Chissà poi se a tutti questi illustri avrebbe fatto piacere sapere che tanti estranei si sarebbero aggirati tra le loro stanze; magari, sapendolo, prima di morire le avrebbero organizzate secondo una precisa intenzione: di burla o invece solennemente autocelebrativa, a seconda del carattere. Un po’ come quando, un paio d’anni fa, il domenicale de “Il Sole 24 ore” chiese ai lettori di inviare alla redazione le fotografie delle loro scrivanie e queste foto – che i lettori inviarono a iosa e, in questo caso, con intenzioni molto seriose nei propri confronti – mostravano quasi solo scrivanie disordinatissime, ai limiti della fruibilità; disordinate ad arte, in base alla diffusa quanto fallace convinzione per cui: disordine = genio creativo. E ci auguriamo che le loro mamme non abbiano visto quelle foto, che poi sono state pubblicate dal giornale. Così io, che non ho il feticismo né delle case né delle scrivanie, sorridendo voglio omaggiare il caro Jack London che, nella testimonianza di Edmondo Peluso, “siccome gli era fisicamente impossibile restare a lungo chiuso, lavorava all’aria. La mattina presto partiva a cavallo. Si portava dietro un macchina da scrivere portatile, una sedia pieghevole, un tappeto e il pasto. Quando aveva trovato un posto che gli piaceva, un prato assolato, o uno spuntone su un canyon dalle pietre multicolori, stendeva il tappeto all’ombra di un eucaliptus, di un cedro rosso o di qualche sequoia gigante. S’imponeva ogni giorno un compito preciso. Schizzava in fretta i punti che intendeva sviluppare e poi, alla macchina da scrivere, svolgeva il tema.”


La ballerina di Charleston

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Il presentatore sul palco si dilunga in un preambolo ampolloso mentre sul fondo del piazzale, alle spalle del pubblico, le tre ballerine fremono nell’attesa: tre gonnelline svolazzano al tamburellare nervoso delle gambe, tre piume oscillano, tre sorrisi si stagliano arditi su tre volti dagli sguardi sfavillanti. Di questi, una gonnellina, una piuma, un sorriso e un paio d’occhi svolazza, oscilla, si staglia e sfavilla una spanna più su.
È il momento: il presentatore si fa da parte, i fari illuminano il palco, la musica attacca: al ritmo vivace del Charleston le tre ballerine, ancheggiando a tempo, avanzano tra le due ali del pubblico indolente (i più sono lì per stare un po’ seduti al fresco, qualunque sia lo spettacolo previsto) e infine salgono sul proscenio.
La scena è tutta loro: sul palco allagato di luce, eseguono la loro complicata coreografia. Due, in perfetta sincronia; la terza, sempre un po’ in anticipo o in ritardo. Risulta goffa perché è alta e grossa: un’Atalanta in mezzo a due silfidi molto convinte.
Sembra uno spettacolo comico e non lo è. Nel pubblico qualcuno ride. A lei però non sembra interessare: il suo sorriso è il più raggiante di tutti e nel suo muoversi scomposto si agita autentico lo spirito del Charleston. Sul palco si esibisce una vera flapper.


E poi, l’estate

Tra tutti i miei amici e conoscenti, ancora nessuno si capacita del fatto che questa estate, dopo che da ancor prima di nascere ho passato tutte le mie estati a Riccione (e prima di me i miei familiari), io mi trovi in vacanza in quel di Pesaro. Che è solo una manciata di chilometri più a sud ma non è comunque Riccione. Questa potrebbe essere la prova che non si finisce mai di conoscere le persone e che anche gli abitudinari più ostinati possono ogni tanto avere un colpo di testa; ma la realtà dei fatti è che mia madre dopo anni è riuscita a spuntarla su mio padre e a farlo spostare. Era nato tutto quasi per caso, una decina di mesi fa, quando, rigovernando la cucina nel loro appartamento di Bologna, mia mamma aveva detto, con tono vagamente sognante:
“Certo, non sarebbe male prendere un appartamentino a Pesaro; potremmo sfruttarlo tutto l’anno e Pesaro, a differenza di Riccione, è una città ed è viva anche in inverno”.
Mio padre non aveva proferito verbo, pregando in cuor suo che il discorso finisse lì.
Il discorso era in effetti iniziato e già finito nel senso che, senza che mio padre riuscisse in alcun modo a ribellarsi – se non componendo i lineamenti nella sua rigida smorfia di dolore e supplizio che io chiamo “la faccia” – pochi giorni dopo i due si trovavano su un treno per Pesaro con tre appuntamenti già fissati con due agenti immobiliari diversi. Furono un autunno e un inverno trascorsi così, avanti e indietro su treni regionali, visitando appartamenti che mia mamma aveva preventivamente visionato e selezionato tramite internet e attraverso fitti scambi di mail e fotografie con i vari agenti immobiliari. Tuttavia, quando la domenica facevo visita ai genitori, avevo notato che stranamente, nonostante tutto questo trambusto fisico e morale (il pensiero dominante era Pesaro, con il costante ed estenuante confronto tra pregi e difetti dei vari appartamenti), mio padre non sembrava poi così afflitto e stressato come mi aspettavo, né rassegnato, ma anzi appariva curiosamente rilassato e non gli veniva più “la faccia” come prima a ogni nuovo annuncio materno di pronta partenza verso Pesaro per vedere chissà quale nuova occasione. Il mistero è perdurato finché non ho cominciato a sentirlo decantare con toni sempre più entusiastici il tale ristorantino sul mare, e come si mangiava bene in quest’altra pizzeria e quale ottima grigliata di pesce cucinassero in quell’altro posticino vicino al porto. Ebbene sì, poté più la gola che la pigrizia. E accanto alla gola, la forza del mare che mio padre, cresciuto in una città di mare (Ancona), ama profondamente. Quante volte gli ho sentito dire che se sei cresciuto in una città dove c’è il mare, gli apparterrai per sempre e ti mancherà quando – trasferita la tua vita tra cemento e pianura – cercherai istintivamente il contatto con quella presenza, quel profumo, quella vista; e non lo troverai.

Così, infine, dopo viaggi avanti e indietro, mille appartamenti visti e scartati, grandi mangiate compensatorie e – credo – anche il piacere di ritagliarsi in questo modo momenti di intimità e complicità di coppia lontano dalle preoccupazioni del quotidiano, l’appartamento giusto si è palesato; come succede in questi casi – come è successo anche a me quando ho trovato la mia casa – un giorno i due sono entrati nell’ennesimo appartamento ed entrambi hanno subito sentito che era lui.
Comincia così una nuova era, benché Riccione sia poi a due passi, con gli amici e i parenti che lì continuano ad andare e coi quali ogni tanto ci si incontra. Da pochi giorni sono qui anch’io, per passare qualche giorno di vacanza assieme ai miei genitori e per esplorare un po’ i nuovi posti. Vedo i miei genitori sereni e alla fine penso che tutto sommato quei famosi colpi di testa materni che periodicamente mettono in subbuglio mio padre – e che io sono sempre la prima a contestare – alla fine risultano quasi sempre positivi e salutari.

(Avviso: se non riesco a rispondere velocemente ai commenti o se non posterò frequentemente in questi giorni d’agosto non è perché sia sparita di nuovo – non ne ho alcuna intenzione – ma è appunto perché sono in ferie a Pesaro; ho un piccolo netbook con chiavetta internet ma la connessione non è il massimo e soprattutto sto facendo il pieno di: esplorazioni dei dintorni, intense e lente letture, rapporti sociali: oltre ai genitori ho qui alcuni amici).


Bologna, 2 agosto 1980

autobus1Quando scoppia una bomba il mondo si rovescia. Così un autobus diventa un carro funebre. Quel giorno, per 16 infinite ore, l’autobus 4030 della linea 37, guidato da Agide Melloni, ha trasportato ininterrottamente i cadaveri delle vittime dalla stazione all’obitorio, in modo da lasciare le ambulanze libere per i feriti. In seguito alla strage tornò a ricoprire il suo ruolo di sempre, un semplice autobus col suo normale carico di persone ‒ felici, tristi, preoccupate, indaffarate ‒ finché non è stato messo a riposo per limiti di vecchiaia.

Le persone se ne vanno, le cose restano. Diventano simboli per aiutarci a non dimenticare.

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Qui la testimonianza di Agide Melloni e qui il documentario dedicato al leggendario “Trentasette” e alle testimonianze di chi quel giorno era tra i soccorritori.


Epopea culinaria con finale triste

salame_IacovittiIn coincidenza col mese di Ramadan, mia sorella Linda, che vive e lavora a Khartoum, ha avuto le ferie, che ha trascorso in Italia. Qui ha rivisto gli amici, ha trovato lo stesso clima cui ‒ a costo di plurimi attacchi di orticaria ‒ si era abituata in Sudan e si è dedicata a delle gran mangiate. Scaduto il mese di ferie, la nostra prode ha preparato le valigie riempiendole non tanto di vestiti quanto di alimenti. Perché da quel che si è capito, benché lei in Sudan si trovi benissimo (orticaria a parte), la cucina lascia un po’ a desiderare.* Con grave sgomento del padre, sempre teso a vedere pericoli ovunque (“Ma Linda, e se in aeroporto ti trovano tutto quel salume, non finirai nei guai?”), Linda ha così riempito i bagagli oltre che di confezioni di farina, passata di pomodoro, biscotti e formaggio, anche di piadine, wursteloni e tre salami Milano, pronta a sfidare controlli ed eventuali tribunali islamici pur di soddisfare almeno per un po’ i piaceri della gola. Dopo essersi fermata al Cairo ‒ con tutto il suo carico di cibo ben mimetizzato in valigia ‒ proprio nel giorno di Eid al-Fitr (la festa di fine Ramadan), la golosa Linda è finalmente approdata nella sua casa di Khartoum riuscendo a riporre nel segreto del frigorifero il suo tesoro culinario, senza che la vista né i sentimenti di alcuno fossero stati nel frattempo turbati. Ma questa casa lei l’aveva affittata pochi giorni prima di partire per l’Italia e, nonostante gli accordi col proprietario prevedessero che nel mese di assenza di Linda lui avrebbe fatto dei lavori di ristrutturazione e acquistato un frigorifero nuovo, tutto ciò non era invece stato eseguito (a onor del vero, un suo corteggiatore sudanese l’aveva avvisata che durante il Ramadan i lavori vanno molto a rilento). Risultato? Poche notti dopo il suo arrivo, una serie di desolati messaggi da Khartoum ci avvisavano che un’invasione di formiche aveva fatto strage dei suoi preziosi Pan di stelle del Mulino Bianco prima ancora che lei ne avesse mangiato uno, mentre la contemporanea rottura del frigorifero (e i 40° di temperatura ambiente) aveva gravemente nuociuto a salami e piade. Finiva così l’avventura intercontinentale di tre salami e dei loro compagni. Ci auguriamo almeno che il famigerato olio di palma contenuto nei Pan di stelle sia andato di traverso alle formiche sudanesi.

*Credo lasci molto a desiderare, considerando le capacità di adattamento di mia sorella, che dovunque abbia vissuto ha sempre mangiato il cibo locale.


Alice!

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Felicità, anzi: troppa felicità! Il Premio Nobel per la Letteratura 2013 è stato assegnato ad Alice Munro! Finalmente posso esultare per un Premio Nobel per la Letteratura: stavolta non solo conosco bene l’autore premiato ma è anche una dei miei preferiti! E sono anche molto contenta perché questa fantastica autrice ha scritto soprattutto racconti. Io amo molto la forma racconto, un genere che ha vita un po’ difficile, e quindi sono doppiamente felice.

Quale suo libro consiglierei a chi non la conosce? A me è piaciuto moltissimo La vista da Castle Rock, perché amo le storie familiari percorse attraverso il susseguirsi delle generazioni nel loro intreccio con la Storia e la ricerca delle origini. Oppure, se volete qualcosa di più “contemporaneo” potete provare con Troppa felicità o Nemico, amico, amante…  La cosa migliore è fiondarsi in biblioteca (o in libreria), sfogliare i suoi libri e sceglierne uno!

Dato che ora sono troppo emozionata per produrre qualcosa di più intelligente di questo post festoso, vi linko qui alcuni post che mi piacquero molto quando li lessi tempo fa (del resto l’autore di quei post è uno scrittore che apprezzo molto: Paolo Cognetti):

questo su Alice Munro, questo su La vista da Castle Rock. Qui un’intervista ad Alice sul suo rapporto con la scrittura.

E infine qui un estratto da un bel saggio di Jonathan Franzen (contenuto in una raccolta che ho letto proprio in questa estate e che consiglio: Più lontano ancora)

Buona lettura…


Andiamo in centro?

Avevo promesso che il mio blogghino avrebbe ricominciato a dispiegare le sue ali argentee in autunno e l’autunno è arrivato; anzi, più che autunno, sembra arrivato direttamente l’inverno. Così, eccomi qui. E non mi interessa di dover scrivere ogni volta chissà quale post elaborato, dato che non ho più il tempo di una volta; scriverò quello che mi viene, ma sempre seguendo la mia regola e cioè che, essendo questo un posto pubblico, quel che scrivo qui, anche quando nasce da spunti autobiografici, deve poter avere almeno un minimo di significato e di interesse per chi legge; per tutto il resto c’è il mio diario personale. E pazienza se non avrò il tempo di limare tutto e scrivere narrazioni mirabolanti; in fondo lo scopo (devo orgogliosamente dire perseguito con successo, nel mio piccolo, in questi anni) del blog è sempre stato quello di donare a chi legge di volta in volta – e, nel migliore dei casi, tutto insieme – un sorriso, un momento sereno, uno spunto di riflessione, una storia in cui immedesimarsi o trovare conforto (dalle statistiche del blog vedo che i miei post più “tragici” – vicissitudini ospedaliere e sentimentali in testa – sono sempre i più gettonati), tutto qui; per i capolavori c’è… Masterpiece! :-P

 Fine della premessa.

Voglio cominciare questa nuova stagione con un ricordo tra i più dolci e cari che ho; mi è capitato di rievocarlo un paio di sere fa, durante una specie di cena di lavoro in cui si parlava di letture obbligatorie, imposte ai bambini da insegnanti o genitori; quelle che ti fanno passare la voglia di leggere. E il mio pensiero va al mio meraviglioso padre, a lui che ogni tanto, fin da quando ero molto piccola, prima ancora che sapessi leggere bene da sola, mi diceva: “Andiamo in centro?”. Andare in centro era allora praticamente il Paradiso; significava che io e lui da soli uscivamo mano nella mano e andavamo a prendere un meraviglioso autobus; durante il viaggio – in realtà breve ma che a me sembrava sempre lunghissimo ed emozionante – ci saremmo seduti o collocati accanto al finestrino e avremmo chiacchierato di tante cose nostre mentre il paesaggio noto del quartiere lasciava spazio a quello meno noto che conduceva verso il centro. Ma, soprattutto, andare in centro significava scendere sotto le due torri e tuffarci in libreria, spesso in più di una libreria. Qui, come per la verità sempre e ovunque quando c’era/c’è di mezzo mio padre, venivo educata a diventare una persona libera, col diritto-dovere di sviluppare gusti personali assumendomene le conseguenze: venivo lasciata libera di girovagare da sola tra gli scaffali del settore bambini per scegliere un libro da acquistare, mentre mio padre andava da tutt’altra parte, in genere nel reparto filosofia e teologia, a scegliere i suoi libri. Ecco. Anche se ormai sono passati parecchi anni, ricordo perfettamente com’era liberatoria e inebriante quella sensazione di potenza che provavo: ero una bambina piccola ed ero lasciata completamente sola a sfogliare libri, leggerne la quarta di copertina, perdermi tra tutti quei colori e con la responsabilità di dover scegliere tra tutti un libro che mi sarei portata a casa. Insomma, ci si fidava di me! A volte mi divertivo a esplorare la libreria col rischio di perdermi tra stanze e scaffali. Di altri bambini soli così piccoli non ce n’erano quasi mai; tutti avevano il loro bravo adulto a controllarli.
Quando mio padre tornava, coi suoi libri sotto braccio, mi chiedeva quale libro avessi scelto. A volte avevo scelto, senza saperlo, un libro di valore; altre volte avevo scelto qualche stupidaggine; papà non giudicava. Mi chiedeva se ero sicura, magari lo sfogliava con me, mi invitava a confrontarlo con qualche altro libro; ma quando mi decidevo, la mia scelta veniva rispettata. Lui in più sceglieva per me anche un libro di testa sua, di solito un classico per l’infanzia che ancora non conoscevo; in questo modo, indirizzava comunque le mie letture proponendomi, dall’alto della sua esperienza, libri importanti che io da sola non potevo conoscere.

La soddisfazione di uscire dalla libreria con i nostri sacchetti, ardenti dal desiderio che arrivasse la sera per tuffarci subito nella lettura, era grande. Ma prima di tornare a casa c’era un’altra tappa irrinunciabile: andavamo in un bel bar, ci sedevamo a un tavolino come due gran signori e ordinavamo due calde cioccolate in tazza con panna. Fuori, come ora mentre scrivo, calava la sera, il freddo si faceva sentire. Noi due, i volti allegri illuminati dalla luce elettrica del bar, gustavamo la nostra cioccolata; usciti da lì, se era la stagione, compravamo un sacchetto di caldarroste in uno di quei baracchini per strada, poi tornavamo a casa. Papà, libri, libertà, evasione e cioccolata calda: con associazioni di tal fatta è abbastanza ovvio che la lettura per me abbia sempre rappresentato un momento caldo ed emotivamente ricco, oltre che intellettualmente stimolante. Senza contare il fatto che mio padre, da quando ero neonata fino più o meno ai miei dieci anni (ma, grazie a mia sorella più piccola che stava in camera con me, ho approfittato delle sue letture serali anche ben oltre quell’età), ha passato ogni benedetta sera seduto sul mio letto a raccontarmi fiabe prima e a leggermi – a puntate – romanzi poi… ma questa è un’altra storia.


P.S.: rileggendo questo post, mi è tornato in mente quest’altro episodio raccontato qui. È davvero bello notare come i libri abbiano accompagnato tappe importanti della mia conquista dell’autonomia personale… persino quella degli spostamenti (trasloco compreso)!


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