Il rocker che non ti aspetti

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Curiosando tra i miei cd mi sono imbattuta nel vecchio “Acme” dei Jon Spencer Blues Explosion, l’ho inserito nello stereo ed è partito il ricordo di un mio momento clou. Io a Reggio Emilia per il loro concerto che si sarebbe tenuto proprio quella sera; nel primo pomeriggio ero lì che camminavo per le stradine del centro ‒ deserte perché allora non si chiamava Caronte ma faceva caldo lo stesso e tutti stavano tappati in casa, stile “Mezzogiorno di fuoco” ‒, volto l’angolo e mi trovo davanti Jon Spencer in persona, solo soletto, che aveva avuto la mia stessa idea (era vestito come in questa foto, salvo per il giubbino di jeans che era più scuro). Nel cuore mi è partito un battito in più ma, quando mi è passato accanto, gli ho solo sorriso, neanche fosse un amico di quelli che incontri ogni giorno. All’epoca non c’erano smartphone né diavolerie varie (e se anche fossero esistiti non li avrei usati) ma l’immagine è rimasta nitida nella mia memoria, non tanto per l’avere incontrato il “personaggio”, che non mi cambia niente, ma così, perché il fatto di voltare l’angolo di una stradina di Reggio Emilia e incrociare Jon Spencer mi è sembrato così surreale da risultare simpaticissimo.


Passione d’amore

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Dopo averlo riguardato stasera per l’ennesima volta, eccomi a scrivere di un film (Passione d’amore, di Ettore Scola) che esercita un influsso profondo su di me per lo stesso motivo espresso dal recensore del New York Times: “it’s a movie whose meanings creep up on you“. Ecco, mi è successo esattamente questo (un po’ come mi accadde per “L’uomo che uccise Liberty Valance”), è un film le cui risonanze sono cresciute a poco a poco in me, spingendomi a tornarci più volte, a riguardarlo prendendo appunti, a farlo mio. È un film che, la prima volta che ho iniziato a vederlo, mi è parso così noioso che ho fermato il dvd e fatto altre cose; un paio di giorni dopo però, con quelle poche scene viste che mi balenavano in testa, ci ho riprovato e da lì la passione di Fosca ha vampirizzato anche me. Nonostante il titolo, non vi è nulla di “sentimentale” nel senso di sdolcinato in questo film, anzi è una storia antiromantica per eccellenza, seppur d’amore. Una triste, “irragionevole” storia d’amore. Un film che parla dolorosamente anche di noi e del conformismo schiacciante dal quale siamo pressati oggi come allora.

È l’inverno del 1862 e Giorgio, bel capitano dell’esercito regio, reduce dalla battaglia dell’Aspromonte contro le truppe garibaldine, torna in Piemonte, dove si innamora di Clara, una donna sposata e seducente, interpretata da Laura Antonelli (qui nelle vesti di un personaggio, seppur sensuale, che non umilia in alcun modo l’attrice e che sarebbe stato bello ricordare alla sua morte al posto o almeno al fianco di altre interpretazioni, ma questa è un’altra – triste – storia).
Ben presto l’idillio romantico viene interrotto dal trasferimento di Giorgio presso un presidio militare montano, sempre in Piemonte e fisicamente non molto distante dalla bella Clara ma che in realtà pare davvero un altro mondo e ricorda un po’ la fortezza Bastiani di Buzzati, “un avamposto morto, una frontiera che si affaccia sul niente”.

“Noi qui viviamo in esilio, lontani dalla vita, dalle idee, da tutto”.

In questo luogo sperduto e desolato, in questo mondo di soli uomini, rappresentato come stupido, chiuso e ottuso, vi è una donna, Fosca, la cugina del colonnello, la cui iniziale assenza – rappresentata dalla sedia vuota a tavola – si manifesta fin da subito come una presenza che si farà sempre più opprimente e poi potente nella vita di Giorgio come nella nostra percezione di spettatori, fino ad allargarsi a dismisura e ad allagare tutto (il mio cuore certamente, che a volte nel guardare il film si scioglie perfino in qualche lacrima).

Il film è tutto giocato su contrasti, in onore anche dell’autore del romanzo dal quale il film è tratto, lo scapigliato Iginio Ugo Tarchetti. Clara è la donna bella, disponibile e appassionata secondo le convenzioni di un amore adulterino e pertanto autentico, come tradizione occidentale vuole; è l’amore ideale e prettamente romantico: i due si scambiano da lontani e si sussurrano da vicini le classiche frasi fatte (oggi diremmo “da Baci Perugina”), le parole d’amore più banali ma che a ogni innamorato paiono sempre nuove, si spendono in esercizi di stile autocompiaciuti su quanto sia profondo e nobile il loro amore (fino al “Tu sei la mia religione”). Fosca suona il pianoforte e ama leggere, è “colta, uno spirito delicato, sottile”, come la descrive il medico della guarnigione, ma è al tempo stesso una donna dallo spirito indomito e sfrontato, una donna esagerata, che non si vergogna di lasciarsi scuotere da tremende crisi isteriche di fronte a Giorgio, non teme di esporre la propria terribile fragilità né di umiliarsi per inseguire il suo desiderio e in questo è una di quelle donne che fanno paura perché fuori dagli schemi della ragionevolezza convenzionale (in questo caso, della ragionevolezza maschile rappresentata da Giorgio).

“Buona e mite, lei mi è cara; ironica e sprezzante mi è indifferente.”
“Glielo avevo detto, un giorno, che ho difetti imperdonabili in una donna, oltre alla bruttezza, s’intende. Mi dispiace per lei e per tutti: io non sono né buona né mite.”

Mentirei se dicessi che i modi in cui Fosca umilia se stessa per piacere a Giorgio non mi siano risultati, a una prima visione, decisamente indigesti, fastidiosi e insopportabili. Ma questo è un film che ti entra dentro lentamente, come si diceva all’inizio, nel quale nulla può essere liquidato in modo semplice anzi il rovesciamento è la chiave. Di fronte al ragionevole Giorgio, al quale risulta comodo e nobile intimarle: “Signora, sia più gelosa della sua dignità, non offenda il suo amor proprio!”, Fosca risponde a viso alto: “Ognuno si ama come più gli aggrada”. E così, a poco a poco, ho cominciato a capire Fosca. Il suo urlare ad alta voce e buttarsi per terra in preda alle sue crisi incurante della figura che fa, il suo attaccamento a Giorgio incurante dell’ostilità di lui, il suo portare avanti un proprio discorso e un proprio modo di essere, incurante delle reazioni altrui. Così alla fine, proprio come accade a Giorgio, anch’io amo Fosca, cioè la comprendo.

“Amo Fosca! È fuori dalle regole? È contro natura? Lei [rivolto al dottore che cerca di dissuaderlo] dice che ogni giorno dimentica qualcosa. Be’, oggi dimentichi il suo senso estetico!”.

E qui sta il punto. Fosca è brutta. Forse tutto le verrebbe perdonato se lei fosse bella; anzi se fosse nata bella probabilmente non avrebbe in sé tutti quei mali e quelle intemperanze. Fosca è brutta in una società che non può accettare e collocare in modo dignitoso la bruttezza femminile; e allora, in fin dei conti, non è Fosca poco dignitosa nel suo apparente umiliarsi, è la società in cui vive che lo è.

La chiave del film, amara e per nulla consolatoria, sta nel dialogo finale tra Giorgio e un avventore di una taverna, un nano, che non anticipo per non rovinare il film (vi assicuro che tutto ciò che ho scritto non compromette né rovina il godimento del film per chi non conoscendolo volesse vederlo).

Il film si conclude poi sui versi della poesia Memento, di Iginio Ugo Tarchetti, riadattati per attagliarsi alla musica:

“Vorrei dimenticare, dimenticarmi Amor, quel pensiero che getta un’ombra triste sul nostro amor.
Quando ti bacio, sul tuo bel viso vedo il tuo teschio gelido apparir.
E sul tuo bel seno il tuo scheletro apparir!
E quando accarezzo trepido il tuo bel corpo, Amor, quell’orrida visione m’agghiaccia il cuor”.

Anche se per il tempo di un’ora soltanto, di una notte, Giorgio e Fosca sono stati capaci di dimenticare quell’orrida visione e di immergersi soltanto in una fugace ma piena Bellezza. Questa è stata la loro ribellione, la loro affermazione di dignità che pagheranno a caro prezzo.


Svuotare lo sguardo

post-32_2016The Slave Ship (1840)

I fisici lo chiamano processo di depressurizzazione. I filosofi, processo di epoché fenomenologica. Gli antropologi e gli storici parlano di straniamento: per entrare in un tempo che non è il nostro, occorre dismettere gli abiti che sono propri della nostra idea di razionalità, è necessario abbandonare le nostre categorie di certezza e di verità. Gli storici dell’arte, del resto, hanno ben presente l’esempio di William Turner: l’obbligo che imponeva ai visitatori che volevano accedere alla sua collezione privata. Prima di ammirare i suoi quadri, essi dovevano sostare per qualche minuto in un’anticamera completamente buia, in modo che i loro occhi potessero «riposare» e spogliarsi dei colori veduti fino ad allora. Che sostassero, che le loro retine si svuotassero dei consueti fasci luminosi, pronte così a essere inondate da masse di colori mai viste prima di allora e che descrivevano naufragi, collisioni di navi nella nebbia, tormente di neve, valanghe, incendi.

M.Bucciantini, Esperimento Auschwitz, Einaudi, Torino 2011 (pp. 21-23)

Apprezzo questo comportamento di Turner; oltre a implicare una sorta di “pedagogia della bellezza e dello sguardo” ha in sé – e trasmette – la consapevolezza del valore della propria opera e della dignità del proprio lavoro. Quanto diverso da certi “spiattellamenti” odierni e aggressivi…
Anche se, a dire il vero, la potenza espressiva dei suoi quadri ti inonda, ti rattrappisce e ti schiaffeggia anche senza l’adozione di particolari riti; non dimenticherò mai l’impressione profonda e lancinante e lo stordimento che ho provato quando sono entrata svagata e chiacchierina nella sala della Tate Gallery a lui dedicata e per la prima in volta in vita mia mi sono trovata davanti le sue opere dal vivo. Giganti, maestose, vive, incombevano su di me quasi senza pietà togliendomi favella e respiro.

 

 

 


Visioni

edward-gorey(illustrazione di Edward Gorey)

China sulla bici mentre la sto parcheggiando, vedo un ragno sul manubrio e mi allontano d’istinto. Un uomo che sta passando di lì si avvicina e mi chiede se c’è qualcosa che non va.
– No, niente… – rispondo ostentando nonchalance – Be’, c’è un grosso ragno sul manubrio.-
– Un grosso ragno sul manubrio? Vediamo un po’! – esclama lui divertito.
Lo osservo chinarsi sul manubrio della mia bici ed ecco, prende il ragno in mano e me lo mostra.
Il “ragno” era un misto di fili leggeri lasciati sul manubrio dai miei guanti nuovi.

Mentre ringraziavo il mio gentile soccorritore pensavo a tutte le volte che siamo proprio convinti di avere visto, sentito o capito qualcosa quando invece era tutt’altro. E non sempre passa un buon Samaritano a illuminarci. Quanto è importante tenere le porte aperte al dubbio, perché anche quando siamo convinti di avere ragione potremmo avere torto (il che non toglie che invece magari abbiamo proprio ragione!).


Altre dimensioni

magris

“Comunque lui forse aveva ragione, l’infinito bene c’è, da sempre. Ci avvolge – sì, forse anche me, seduta in mezzo a questo disordine – una soffice nuvola azzurro indaco che accoglie un palloncino sfuggito di mano a un bambino. È la felicità, ma le creature bidimensionali che strisciano sulla sfera di quel palloncino non possono alzare la testa e capire che esiste quell’altra dimensione, quella nuvola che le avvolge, e continuano a strisciare disperate. […] Lui in qualche modo doveva essere riuscito ad alzare la testa, a sentire il vento di spazi, di altezze inimmaginabili per chi ha solo larghezza e lunghezza; aveva aspirato a pieni polmoni quell’aria ignota agli umani, un gas esilarante che dava allegria.”

Da Claudio Magris, Non luogo a procedere, Garzanti

Un romanzo che non ha uno “stile scorrevole”, non “si legge tutto d’un fiato”, come va di moda oggi, porta il peso della Storia ma sa anche aprirsi a squarci di leggerezza e bellezza, insomma un po’ com’è la vita.


Barbie power!

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La tanto agognata Barbie Fior di Pesco, che a vederla oggi mi sembra davvero orribile.

Da piccola avevo tre Barbie. Una Barbie anonima, la mia prima Barbie, cui avevo tagliato i capelli rendendola inconsapevolmente “Barbie punk”; le avevo anche mordicchiato un piede, che quindi risultava monco e, per qualche strano motivo, questa Barbie andava in giro sempre nuda o al massimo con dei pantaloncini corti gialli che le aveva confezionato mia nonna all’uncinetto. Inutile dire che era la mia preferita. Poi avevo la spocchiosa “Barbie sposa”, che indossava appunto un ricercato abito bianco da sposa, tutto pizzi e merletti che neanche la principessa Sissi, e ostentava lunghi capelli ondulati e fluenti. Infine una terza Barbie che, come Barbie sposa e a differenza di Barbie punk, aveva le gambe e le braccia che si piegavano onde permetterle di assumere una varietà di posizioni (Barbie punk poveretta era ancora di quelle Barbie basic con gli arti rigidi). Le mie Barbie, benché spesso seminude, vantavano un ricco guardaroba tra scarpe, vestiti e accessori ma una grave mancanza le affliggeva: non possedendo io un Ken, per poter godere di una compagnia maschile dovevano aspettare che mi trovassi con la mia amica Irene, detentrice di due Barbie e un prezioso Ken; il quale, povero o fortunato lui, era il marito di tutte. Quando le mie Barbie non erano impegnate a contendersi i favori del suddetto, vivevamo le nostre più strepitose avventure; influenzata dai cartoni animati giapponesi, cambiava di volta in volta la trama delle storie ma il punto focale era sempre uno: salvare il mondo da nemici terribili. Il Bene, nelle sembianze di tre donne bionde e procaci (di cui una in abito da sposa), vinceva sempre.

Col tempo, anche le mie Barbie si sono imborghesite; hanno intrapreso professioni più regolari ‒ benché comunque di prestigio ‒, sono entrate in possesso di una lussuosa e decisamente ingombrante casa a tre piani (ereditata sempre dalla mia amica Irene che se n’era sbarazzata in favore della casa di campagna, essa troneggiava al centro della stanza mia e di mia sorella, ostacolando gravemente il passaggio) e nella loro vita è comparso un secondo uomo, più maturo, il signor Cuore (ricordate la virtuosa e sorridente famiglia Cuore?), che nonostante sulla confezione che lo aveva ospitato e negli spot pubblicitari fosse rappresentato quale marito devoto e padre affettuoso, spesso e volentieri accantonava la dolce signora Cuore in favore delle tre disinvolte zitelle.
Il mio sogno proibito in fatto di Barbie era però la Barbie Fior di Pesco, che non ho mai avuto il bene di possedere.

famiglia-cuoreLa virtuosa famiglia Cuore, che io però possedevo nella versione festiva, cioè di rosso velluto vestita.

Tutto questo amarcord per dire che la nostra Barbara Millicent Robert ha ormai 57 anni, anche se non li dimostra, l’anno scorso è stata la protagonista di una pregevole mostra dal titolo: “Barbie. The Icon” e, benché periodicamente sotto attacco da parte tanto di moralisti quanto di progressisti, nonostante tutto resiste.


Ricerche senza tempo

annunci

Cambiano i tempi ma le pene d’amore sono sempre le stesse.
Quel “mitissime pretese disinteressandosi stipendio”, poi… (anche se credo fosse un’espressione standard perché “miti pretese” è riportata anche in altri annunci di ricerca di lavoro, però “miti”, non “mitissime”!).

Fin da piccola mi ha sempre incuriosito leggere gli annunci sui giornali, perché dietro quelle poche righe si intravedono storie.
A questo link è possibile sfogliare ogni giorno il Resto del Carlino del giorno corrispondente ma di 100 anni fa. Ed è possibile comunque anche leggere tutti i numeri passati tramite l’apposita barra di ricerca (questi annunci per esempio risalgono all’edizione del 18 novembre 2015). Così si vedrà, tra le cronache terribili della Grande Guerra che imperversava e le pubblicità che già allora occupavano buona parte delle pagine, come la vita andasse avanti, ognuno cercando l’amore, il lavoro, un po’ di felicità.
Il progetto fa parte della Biblioteca Digitale dell’Archiginnasio, consiglio ai curiosi come me di visitare il sito perché vi si trovano tante immagini e documenti interessanti: qui.