Impotenza

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Georges Minne, Mother grieving over her dead child.

Fin da ragazzina mi sono sempre chiesta come sia stato possibile che, nel secolo scorso, nel cuore d’Europa, la civile colta progredita Europa, tragedie e crimini quasi inenarrabili, tra cui la persecuzione e lo sterminio di milioni di persone innocenti, siano potuti avvenire sostanzialmente sotto gli occhi di tutti, senza che le popolazioni civili, i comuni cittadini come noi, reagissero per fermare l’orrore che veniva perpetrato in mezzo a loro.
Com’è stata possibile tanta indifferenza?, mi chiedevo con angoscia e anche con sdegnato senso di superiorità.
Adesso – e già da alcuni anni, ormai – lo so.
So che si può vivere sicuri nelle nostre comode case mentre a poca distanza da noi uomini donne e bambini come noi non hanno più le loro; si possono progettare villeggiature e pregustare bagni e gite in barca nel nostro mare, incuranti del fatto che sia una immensa bara di morte; si può sedere a tavola chiacchierando in famiglia mentre sullo sfondo va in onda l’ennesimo naufragio.
Quelle persone – che conosciamo in cifre (80 morti, 200 morti, 50 dispersi…) – è come se fossero un po’ meno persone di noi.

Ma quel che ho capito – e che probabilmente valeva anche per gli europei di allora, che tanto a lungo ho duramente giudicato senza sapere quanto fossimo simili – è che a nulla o a poco valgono la sensibilità del singolo, il senso di colpa delle persone di buona quanto inerme volontà, l’empatia e la solidarietà; moti e sentimenti, questi, che infatti ci sono e si manifestano; basti pensare alle centinaia di vite salvate per esempio da un’organizzazione umanitaria per me eroica come i Medici senza frontiere, ai cittadini di Lampedusa e alle tante meravigliose iniziative di solidarietà e sostegno concreto che si manifestano in tutto il nostro Paese (e non solo) in supporto dei migranti, dei profughi e dei rifugiati anche nelle nostre città. Io stessa sono personalmente a contatto con alcune di queste iniziative concrete. Che sicuramente aiutano alcune persone in carne e ossa; che certamente favoriscono anche l’abbattimento di pregiudizi e diffidenze in altre persone in carne e ossa; e si sa che questo conta; che la persona di carne e sangue che si salva, che vive, vale più di mille princìpi decantati e non agiti.

Però non basta. E non è questione di cittadini singoli o solo di coscienza civile. È questione di volontà politica, di visione internazionale, di scelte dei governi. E non saranno i sensi di colpa individuali a cambiare le cose; perciò facciamo bene ad andare in vacanza, a vivere sereni, ad amare la vita, perché sarebbe sciocco e inutile il contrario.

Però una ragazzina del futuro un giorno si chiederà come sia stato possibile che, nei primi decenni del ventunesimo secolo, migliaia di persone siano state lasciate morire per terra e per mare sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno fermasse lo scempio, e ci giudicherà duramente, con angoscia e con uno sdegnato senso di superiorità.


I comunisti contro le Poste

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Dalle ampie vetrate dei nostri uffici notavamo, dalla mattina presto, spiegamenti ingenti di poliziotti occupare tutta la zona circostante; le divise nere spiccavano tra il verde del prato e il grigio del marciapiede. Scendendo in pausa pranzo, mi facevo largo tra tutte queste divise e relative volanti e camionette per guadagnare il bar e il mio panino e intanto sentivo nell’aria la Spiegazione, pronunciata con tono definitivo: “La polizia è qui perché è prevista una manifestazione dei Comunisti contro le Poste”. I comunisti contro le poste? Tornata in ufficio avvertivo le mie colleghe che stavamo per assistere in diretta a tale fatidico scontro.
Poco dopo, sono arrivati i presunti Comunisti, ossia un non ben definito gruppuscolo di ragazzi e ragazze che si sono pacificamente posizionati davanti al piccolo ufficio postale accanto al nostro edificio suonando musica rap americana a tutto volume. Difficile intravederli tra tutti quei poliziotti, ben più numerosi dei “manifestanti”. Una ragazza ha pronunciato col megafono un discorso nel quale ho riconosciuto la parola Lampedusa. Poi i “comunisti” se ne sono andati, qualche poliziotto ha tergiversato ancora un po’. Cose surreali che accadono di questi tempi.


Le belle statuine

Ieri sera ho ceduto anch’io alla moda e ho guardato Berlu su La7, in teoria ospitato da Santoro anche se a dire il vero il conduttore e regista della trasmissione è risultato essere Berlu in persona. Non ho visto niente che non mi aspettassi di vedere, poiché da anni sostengo che Michele Santoro è più berlusconiano di Berlusconi stesso: nello stile, nel narcisismo, nella vanità, nella megalomania, nella fuffa che lo contraddistingue. La differenza è che Berlu rispetto a lui riesce a risultare più sincero, diretto e simpatico.
Dunque il programma si è rivelato un lungo monologo del nostro Berlu, più brillante che mai, intervallato da scherzi e battute tra maschi e agevolato da efficaci volate lanciate dal conduttore/spalla a Berlu, delle quali tra l’altro lui non aveva neanche bisogno.

Quello che mi ha colpita è stato altro. Mentre questi uomini se la ridevano e se la cantavano virilmente tra loro, apparivano in studio due belle statuine: bionde, ben vestite e sedute composte sulle loro sedie, con le gambe accavallate strette strette come si conviene alle donne serie in tv per distinguersi da quelle poco serie (veline & C.) che invece le gambe le possono tenere come pare a loro e sicuramente stanno più comode.
Trattavasi di Luisella Costamagna e Giulia Innocenzi (la prima l’ho riconosciuta, della seconda ho cercato il nome per metterlo in questo post perché non so chi sia ma suppongo una “giornalista”). Cosa facevano queste due signore, in mezzo ai suddetti frizzi e lazzi da bar sport? Tacevano. E si procuravano una forte tensione al collo tendendone tutti i nervi per ostentare – non potendo dimostrarla a parole – la loro intelligenza attraverso uno sguardo che fosse il più possibile determinato e ficcante. Ma il loro viso è stato inquadrato solo di sfuggita rendendo pertanto inutile il torcicollo che le starà affliggendo in queste ore.
Le due, nei pochi secondi in cui è stata loro concessa la parola, hanno mostrato di essere preparate e di avere intenzioni ben più serie e bellicose (in senso giornalistico) del conduttore gigione; ma non sono riuscite a portare avanti uno straccio di dialogo in quanto costantemente interrotte e corrette dal gatto Michele e dalla volpe Silvio. I due compari le interrompevano, è vero; ma le due non sono mai state capaci di farsi valere e prendere la parola o almeno portare a termine un discorso cominciato.

Perciò, cara Luisella: tu che sei una giornalista, una professionista anche di una certa età e ti senti certamente una spanna superiore a molte altre donne, perché accetti questo trattamento? Hai provato a emanciparti l’anno scorso con un programma tuo su rai 3; presumo che sia andato male dal punto di vista degli ascolti e che per questo tu sia tornata all’ovile. Ma ti posso dire che mi sembra più padrona di sé una lobotomizzata de “La pupa e il secchione” rispetto a una bella statuina intelligente ma muta nello studio di Santoro. Insomma mi dispiace per te e per tutte quelle donne intelligenti, professioniste, che in certi programmi tv politici/culturali sono usate (e si lasciano usare) solo per fare scenografia e servono come “quota rosa” ma si vede benissimo che vengono mal sopportate ed emarginate. L’unico che si salva – sia nell’atteggiamento verso le donne sia nel saper tenere testa a Berlusconi – è Gad Lerner (sempre onore a Gad). Ovviamente è appena stato silurato per lasciare spazio al più conformista Formigli.

Il fatto è che nella vita normale non vedo donne messe a tacere come accade nei talk televisivi o in certi contesti politici (anche di sinistra). Quindi la domanda che resterà senza risposta è: perché??? Perché accettate di fare le belle statuine, le brave bambine composte? E la pongo anche considerando il fatto che io in teoria sarei favorevole alle quote rosa (temporanee) ma se poi le donne in quota arrivano nei posti che contano (in parlamento, nei consigli d’amministrazione ecc.) ma non sanno farsi rispettare (a meno di non trasformarsi in uomini, e anche questo è non farsi rispettare), mi sa di fregatura.


Un anno istruttivo

Rieccoci qui, con un calendario nuovo da sfogliare e un’agenda bianca da riempire. Ammetto che uno dei motivi per cui bramavo l’arrivo del 2013 era poter cominciare a usare la mia nuova agenda.

Nei 15 giorni di semi-vacanza che ci hanno traghettato dal vecchio al nuovo anno, mi sono goduta la vita, dividendomi equamente e gioiosamente tra amici, parenti, me stessa e quel po’ di lavoro che non manca mai. Se avessi saputo vivere l’anno passato con lo stesso equilibrio con cui ho vissuto nel suo ultimo mese, sarei stata la Regina dell’Anno. Invece, il mio bilancio non è positivo; o almeno, non lo è in apparenza. Avevo concluso il 2011 con botti e scoppi d’entusiasmo: sì, tutto era stato un successo, in quell’anno, tutto facile e positivo. Il 2012 è stato l’opposto: ogni conquista anche minima ha richiesto sforzi esagerati per essere compiuta e posso collezionare un bel po’ di errori e “fallimenti”. Non sono stata capace di raggiungere un paio di obiettivi importanti che avrei dovuto conseguire anche perché mi ero impegnata con altri – non solo con me stessa – a farlo e ho commesso un bel po’ di errori di valutazione in diversi campi. Tutto questo mi ha gettato nello sconforto soprattutto da settembre in avanti; mi sono trovata in un vicolo cieco ed è stato complicato perché anche analizzando la situazione – cosa che spesso aiuta a trovare soluzioni o a ridimensionare il problema – vedevo solo che a causa di miei errori ero a un punto di non ritorno; difficile trovare rimedi. Infatti non rimedierò. Ho ammesso l’errore ed errore resterà. Posso solo andare avanti senza riuscire a correggerlo o riuscendoci solo in parte. Ma ora, se devo dirla tutta, considero più istruttivo questo faticoso anno appena passato rispetto a quello trionfale che lo aveva preceduto. Il 2011 mi aveva entusiasmata svelando ai miei stessi occhi talenti che non sapevo di avere e una nuova sicurezza inaspettata; gli sono grata. Il 2012 mi ha insegnato, duramente ma efficacemente, quali sono i miei limiti e dove è meglio che indirizzi le mie capacità e la mia professionalità. Ora so che non posso accettare qualunque lavoro perché non so fare tutto e non ci si improvvisa. Ho anche capito che, accettando certi lavori, mi sono sacrificata troppo per simpatia o condiscendenza verso chi me li aveva proposti; e ho sbagliato. Questo 2013 inizia dunque all’insegna di questa nuova consapevolezza. Ora so che cosa voglio e posso fare e dove è meglio che non mi cimenti. Ho anche soffocato troppo la mia creatività dietro ai suddetti lavori accademici; il 2013 sarà anche l’anno della creatività.

Ma l’anno appena trascorso mi ha portato anche tante cose belle, davvero tante, anche lavorativamente parlando. Ne cito solo due e che non riguardano il lavoro, però; la prima e più importante: l’Amicizia. Amicizie del passato sempre forti e persistenti, amicizie recenti che si sono consolidate diventando sempre più profonde e nuove amicizie che mi riempiono le giornate e i pensieri di nuovi colori. Sono felice e grata! Nella mia vita la priorità assoluta la do ai rapporti umani; se da quel lato le cose vanno bene – se ho delle relazioni significative e stabili con altri; se mi sento bene nelle mie reti di relazioni e nei contesti in cui mi muovo; se gusto la ricchezza che solo l’incontro affettuoso con altri miei simili può darmi; se non mi sento sola – allora posso affrontare tutto il resto con serenità.
La seconda: quest’anno ho fatto nuove esperienze, ho imparato nuove cose, il nuovo non mi fa più paura, anzi, sono curiosa, mi butto sempre! Oltre alle nuove attività sportive, c’è una grande cosa che ho da poco imparato: ho imparato a cucinare. Chiaramente la cucina “basic” – quella di sopravvivenza – la praticavo già; ma ultimamente ho imparato a fare dolci e piatti più complessi. E sono brava! Io che mi sono sempre ritenuta negata per la cucina ho scoperto non solo che i piatti mi vengono bene ma – e non lo avrei mai detto! – che cucinare mi rilassa, mi diverte e mi soddisfa in pieno. Senza contare la gioia di offrire agli amici ciò che è stato cucinato da me (è stata questa la molla che mi ha spinto a imparare); ma al capitolo “cucina” dedicherò un intero post!

Per ora, vi auguro buon anno nuovo… ma non come una che si affida vagamente al Fato, bensì augurando che ognuno di noi riesca a impegnarsi a fondo e con serenità nelle varie dimensioni delle nostre vite in modo da rendere il 2013 un buon anno grazie a quel che è nelle nostre personali possibilità.


Cicala forever

In questi giorni, sempre per questa famosa legge del “C’è tempo”, già spiegata qui, mi trovo a dover scrivere entro lunedì una relazione che ovviamente ho iniziato a comporre solo stasera e senza ispirazione (per cui mi sta venendo farraginosa, pesante e procedo lentamente); prevedo notti bianche e giorni angosciati, polsi disarticolati a forza di digitare e neuroni arrostiti. SE ce la farò, so già che nel mio cervellino bacato si formulerà per l’ennesima volta la già citata considerazione che prima o poi mi porterà comunque a una fine ingloriosa, e cioè: “Vedi che anche se mi riduco all’ultimo, alla fine ce la faccio sempre?”. E così, tempo qualche settimana o mese, sarò di nuovo qui, con l’acqua alla gola, il cuore a mille e le meningi strizzate a dire: “Se solo avessi cominciato prima…!”. No, ormai non dico più: “Non mi ridurrò più così”, perché so che non è vero, so che con questo lato del mio carattere c’è poco da fare, mi sono rassegnata; credo addirittura che sotto sotto io me la cerco apposta, questa adrenalina da scadenza, come se godessi ad aggiungere ostacoli in più da superare rispetto a quelli già previsti. Perché in effetti in questi momenti febbrili risento in me scattare quel pungolo competitivo che provavo quando praticavo sport e gareggiavo con la voglia aguzza di vincere. Insomma forse è spirito agonistico contro me stessa. O forse sono solo e semplicemente scema (più probabile). Comunque sia, a lunedì… sperando di essere riuscita a scrivere e consegnare. UFFI.

P.S.: sono incredula: il redirect di splinder funziona!!!


La trappola del polpettone romantico

32015È da una settimana che ho un rovello… Dovete sapere che domenica scorsa, mentre ero nel vortice del trasloco, con mezza stanza ancora da inscatolare, a metà mattina mi sono ricordata che dovevo fare colazione. Ho preso il mio yogurt e acceso la tv. Ho l’abitudine di fare colazione di fronte alla tv; di solito all’ora in cui la faccio abitualmente c’è “La storia siamo noi”, che due volte su tre parla di Hitler e dei lager nazisti o di Stalin e delle epurazioni sovietiche o del Vietnam. Non un bel modo di iniziare la giornata.

Quel giorno non c’era Hitler ma un film d’amore, da poco iniziato. Trattavasi de “I ponti di Madison County”, che io non avevo mai visto. Sapete com’è con i film, cominci a guardarne cinque minuti ed ecco che già vuoi sapere come andrà a finire, anche se il film in questione non è esattamente nelle tue corde o se prevedi lo svolgimento della storia già dal primo fotogramma. E così, finita la colazione, ho inserito una videocassetta e fatto partire la registrazione del film, dopodiché sono tornata nel delirio degli scatoloni. Ma mentre ero lì che inscatolavo, nel mio cuore avevo la certezza che di lì a sera, grazie al mio fedele videoregistratore, qualunque cosa stesse succedendo in quel momento tra Robert (alias Clint Eastwood) e Francesca (alias Meryl Streep), io l’avrei saputa.

Così la sera, pronta a immergermi in un’appassionata love story, mi sono piazzata davanti alla tv e ho fatto partire il film. Tutto bene, mi immergo con adeguata sospensione dell’incredulità e comincio ad accettare senza battere ciglio qualunque cosa: il marito della protagonista con i figli parte per la fiera dell’Illinois e due secondi dopo che il furgone ha svoltato l’angolo appare casualmente davanti a casa Robert, fotografo vagabondo, che ha perso la strada; accetto che Francesca, anziché limitarsi a indicargli la direzione da prendere, ritenga più efficace accompagnarlo direttamente sul posto salendo con lui sul furgone (certo, a tutte noi verrebbe spontaneo salire sul furgone di uno sconosciuto per andare con lui nel punto più isolato e meno frequentato di tutto lo Iowa, dovendo poi dipendere da lui per essere riportate a casa); sopporto la recitazione della Streep che interpreta Francesca in modo troppo sguaiato e gesticolante per i miei gusti (forse perché la protagonista ha origini italiane?), metto agevolmente tra parentesi il fatto che sto parteggiando caldamente per un adulterio, mi sorbisco un andamento tremendamente lento del tutto ma finalmente, e grazie a tutto ciò, arrivo con la giusta preparazione per godermi la scena clou: Francesca prepara una bella cenetta romantica e si veste con un vestitino nuovo comprato per l’occasione, Robert la guarda intensamente e le dice con voce suadente che è bellissima, glielo ripete tre volte avvicinandosi pericolosamente, quella a ogni volta è lì sul punto di stramazzare e tra un «Sei bellissima» di qua e un «Oh, Robert…» di là, i due capitombolano nella passione. Che cosa meravigliosa. Solo che dura poco, ed ecco che parte il dramma. Francesca non se la sente di buttare tutto all’aria per lui, lui insiste, tutti sappiamo che in fondo non potrebbe durare e che però è crudele che finisca così, nel frattempo la disperazione accresce la passione fra i due e quindi ecco che comincio a sentire cedimenti emotivi, il cuore si stringe, mi viene la lacrima, parlo a voce alta rivolta alla tv («E dai, deciditi!», o «No, pure la collanina con le iniziali gli regala, a imperitura memoria!» e giù fiumi di lacrime). E in tutto questo, mentre ormai senza ritegno mi scioglievo in pianto all’ultimo suono di clacson del furgone di Robert che disperato abbandonava la scena, la videocassetta si è fermata e ha cominciato a riavviarsi.


Sì.

Avete capito bene.

Proprio al culmine del pathos, mi sono persa il finale.

Avevo inserito una videocassetta da due ore senza sapere che quel dannato melodramma ne durava tre.
Un «NOOOOO!!!» lancinante è risuonato in tutto il palazzo, turbando le digestioni postnatalizie dei vicini. Scavalcando scatoloni e pile di vestiti mi sono fiondata al pc precipitandomi su You Tube. Di solito You tube è la salvezza, in questi casi. Ma non stavolta; quella che su You tube viene spacciata come scena finale del film non è affatto il finale ma solo la scena della separazione tra i due. Dopo, a concludere il film e a dargli un senso, c’è un altro pezzo. Che io non conosco. Sono arrivata al punto in cui Francesca, dopo tipo ventanni e dopo che il marito è morto, riceve da Robert un pacco pieno di oggetti che ricordano il loro amore. Cosa significherà mai? Si riuniscono, ormai vecchi e incanutiti ma liberi di vivere in pace la loro antica passione (questo è il finale che vorrei)? Oppure lui è morto (questo è il finale che purtroppo temo)?

Ora, nell’attesa che riaprano le biblioteche (in cui potrò recuperare il dvd del film e vedere ‘sto agognato finale), la mia mente, involandosi da sé, ha potuto nel frattempo elaborare qualsiasi tipo di finale, dal più lieto al più straziante, dal più semplice al più arzigogolato. Se qualcuno sa qualcosa, me la anticipi pure, che non resisto più. E comunque ricordate di controllare sempre la durata dei film, anziché buttare dentro una videocassetta a caso: potreste pentirvene amaramente. 😉


Lo zio fantasma

Gli zii di Milano (fratello di mia mamma e sua moglie) sono due ingegneri, mentre noi di Bologna siamo gli umanisti. Quando ci si incontra, non è raro che gli ingegneri prendano bonariamente in giro gli umanisti, sempre tecnologicamente due passi indietro e sicuramente più imbranati e nevrotici di loro. A loro volta gli umanisti non risparmiano frecciatine sull’esagerato pragmatismo degli ingegneri nell’affrontare la vita. E così, di sberleffo in sorriso, da anni si procede con questa allegra diatriba.

Finché qualcuno non ha deciso di mischiare le carte.

A un certo punto, infatti, timidi accenni prima e sempre meno velate allusioni in seguito, fino alla esplicita richiesta di aiuto, sono giunti dagli zii ingegneri. Con grande sgomento, accompagnato da ilarità, degli umanisti, si annunciavano infatti da Milano avvistamenti di fantasmi, o meglio, di un fantasma. Un fantasma particolarmente cortese, per la verità, che si premurava per esempio di portare giù la spazzatura, ma non disdegnava di fare anche qualche dispetto innocente in particolare allo zio ingegnere: era lui la vittima predestinata. Immaginate l’imbarazzo dello zio nel confessare la cosa e lo stupore degli umanisti nel ricevere tale confidenza.

– Ma come? Se mai dovremmo essere noi a vedere fantasmi! –, ironizzavano gli umanisti, sotto sotto però sghignazzando e ben felici che a perdere la bussola fossero gli ingegneri.

Ma gli zii ingegneri non avevano più tanta voglia di scherzare e invece si scervellavano su chi potesse essere il fantasma che, nel silenzio della loro casa, si divertiva ad accendere e spegnere le luci, a staccare piccole borchie dalle sedie o a spostare le tendine ricamate del bagno. Le ipotesi si sprecavano: si trattava forse dello spirito della precedente proprietaria dell’appartamento (questo sembrava giustificare l’interesse per le preziose tendine del bagno, risalenti a quando lei vi abitava)? O era forse il fantasma dispettoso di qualche antico bambino? Dopo inutili tentativi degli umanisti di riportare alla ragione gli ingegneri (sicuri che non sia uno dei vostri figli, che vi prende in giro? E se per le luci faceste controllare il vostro impianto elettrico? La borchia della sedia sarà stata già allentata di suo! Eccetera.), mio zio ebbe l’illuminazione: il fantasma doveva essere per forza suo fratello, il mio amato zio Carlo di cui ho parlato qui, venuto a punire il fratello per essersi portato a Milano uno dei suoi libri; e siccome questo zio Carlo era anche un appassionato di esoterismo e aveva tutta una sua bibliotechina sui fenomeni paranormali, compreso lo spiritismo, secondo lo zio ingegnere non c’erano più dubbi sull’identità del fantasma. E cos’ha fatto allora mio zio, oltre a correre a Piacenza per riportare a posto il libro del fratello? Ha chiamato un prete per benedire la casa! Nel frattempo anche mia mamma, pur non credendo agli spiriti, a forza di passare tutte le sere al telefono a confortare il fratello, affermava di aver visto con la coda dell’occhio una presenza non ben identificata, un pomeriggio che era sola in casa. E cominciava a ragionare sul fatto che in fondo per noi vent’anni (gli anni passati dalla morte di mio zio) sono tanti ma rispetto all’eternità sono un secondo, e che quindi mio zio poteva benissimo essere in giro, benché naturalmente lei non credesse agli spiriti… Per non parlare del fatto che un giorno, non trovando più gli occhiali, cosa peraltro del tutto abituale, le scappò detto: “Oddio, non li avrà mica nascosti il fantasma dello zio?”. Insomma anche mia mamma stava perdendo il lume della ragione e ormai anche in casa nostra era tutto un vivere sul chi-va-là.

In tutto questo, io, che non credo negli spiriti e sono un tipo razionale, ero indignata per il fatto che mio zio avesse fatto benedire la casa. Cioè se, ponendoci nella sua ottica assurda, ci fosse stato davvero in giro il fantasma di suo fratello, avrebbe dovuto essere felice, no? Altro che chiamare un prete! Così mio zio, oltre a doversela vedere con la sua paura del fantasma, doveva vedersela anche con la nipote in carne e ossa che prendeva le parti del fantasma, che solo a sentirlo nominare lo zio diventava tutto bianco dalla paura e mi diceva con voce strozzata di star zitta e non evocare certe cose.

Fantasma o no, lo zio ingegnere era ormai prossimo alla follia.

Alla fine, dopo la benedizione, il fantasma non si è fatto più sentire. Questione di suggestione, dico io. Questione di benedizione, dice lo zio ingegnere.

Nonostante il mio scetticismo, ammetto (sapete com’è, non si sa mai!) di avere comunque passato un pomeriggio in cui ero sola in casa a parlare ad alta voce in questo modo:
– Ehm… Io non credo ai fantasmi. Però, se per caso ci sei, caro zio, ti prego, vieni da me. Non mi spaventerò. Non chiamerò preti a benedire la casa come se tu fossi una maledizione. Sai che ti voglio bene. Ma poi scusa, proprio da tuo fratello dovevi andare? Si vede che la morte ti ha confuso un po’ le idee! Perché non venire dalla tua nipote preferita, che ti riserverebbe ben altra accoglienza? Insomma… non ci credo, so che sto parlando da sola… ma se invece ci sei, fatti sentire! –.

Non si è fatto sentire.

Passata la bufera, gli zii ingegneri sono tornati al loro pragmatismo e gli umanisti alla loro imbranataggine. Ma a me piace pensare che forse, da qualche parte, lo zio fantasma ci guarda e se la ride.