Miró, arte e spirito

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Qualche giorno fa ho visitato la mostra dedicata a Joan Miró a Palazzo Albergati. Chi conosce l’artista per le sue opere più famose e colorate, per esempio la serie delle Costellazioni, potrebbe restare sorpreso nel trovare tele anche (ma non solo) dai colori e dai toni più cupi e inquietanti. Per me è stata una bella esperienza; il taglio della mostra, che comprende tante opere la maggior parte delle quali risalenti agli anni più maturi ‒ quando Miró si faceva per sua stessa ammissione più iconoclasta, aggressivo e istintivo ‒ mette molto in rilievo la biografia dell’artista e alla fine del percorso mi sono sentita affezionata e vicina a questo artista ma soprattutto molto ispirata e motivata, piena di idee.

Leggo che Jacques Prévert avrebbe descritto Miró come “un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni” e in effetti nelle immagini e nei filmati che lo ritraggono mi ha colpito la dolcezza un po’ malinconica della sua espressione. Lui però non si sentiva così innocente né così dolce: descriveva se stesso, in quanto artista, come aggressivo, selvaggio, e nelle sue opere vedeva l’espressione di questa energia. Con la vecchiaia sentiva di diventare ancora più “matto” e “arrabbiato”. I forni in cui cuoceva le sue ceramiche erano solo forni a legna, non elettrici, poiché il senso di queste sue opere stava anche nell’ardore e nel calore del fuoco che serviva per realizzarle.

Era curioso e aperto alla sperimentazione, ma sempre fedele a ciò che l’arte, nella varietà delle forme e degli stili, esprime: umanità. Così poteva lasciare le impronte delle sue mani su ampie tele solcate da segni istintivi stesi con le dita, a evocare le prime forme di pittura, quelle rupestri attraverso le quali gli uomini della protostoria imparavano a lasciare i primi segni del Sé proprio attraverso le mani nude. Poneva le sue tele sul pavimento del suo meraviglioso studio e ci camminava sopra mentre dipingeva, in modo estremamente fisico, attratto e ispirato dall’action painting. Utilizzava qualsiasi materiale gli capitasse tra le mani, sacchi di juta, giornali, spago, la carta in cui erano avvolti i cibi che sua moglie portava di ritorno dalla spesa, perché secondo lui “nessuna cosa del mondo è stupida o banale”.

Aggirandomi per le sale pensavo a come vi avrei condotto dei bambini, quanti spunti avremmo potuto cogliere insieme e quanta ispirazione e divertimento avremmo potuto provare; sì, perché a mio parere la mostra è ottima anche per i bambini già in età da scuola primaria; potrebbero capire alcune tele meglio di noi adulti, sentirsi stimolati e provare un brivido di timore e tremore colmo d’invidia e ammirazione nell’osservare l’artista calpestare le sue tele e lasciarvi l’impronta delle mani (alla faccia di suor Anna Maria che alla scuola materna traumatizzò mia sorella per essere andata semplicemente un po’ fuori dai bordi mentre colorava). Peccato che nel dépliant distribuito all’ingresso, nella sezione “didattica”, sia specificato che, nella visita per la scuola dell’infanzia e la scuola primaria, «gli alunni saranno stimolati ad analizzare il significato dell’opera». E pensare che la maggior parte delle opere non hanno neanche un titolo!

Miró sarebbe comunque felice di sapere che bambini e giovani visitano le sue mostre:
Ho fatto un grande mosaico per Wichita, per l’Università. È già installato e voglio vedere che effetto fa (…) Quel mosaico è all’esterno dell’edificio e ogni giorno migliaia di studenti vi passano accanto. Quindi évidemment, avrà un effetto su quei giovani, che sono gli uomini di domani. Uno di loro potrebbe diventare il presidente degli Stati Uniti. Vedere quel murale potrebbe influenzarlo… perciò ne vale la pena. Questo mi interessa. Sono i giovani che contano. Non mi interessano i vecchi ruderi. Lavoro per il futuro, per il Duemila. Lavoro per gli uomini di domani, degli uomini di oggi je m’en fous.
[citazione presa da qui].

joanmirostudio1Il meraviglioso studio di Miró a Palma di Maiorca, che lui aveva desiderato per una vita. Qui un bel testo sull’artista, il suo studio, la sua opera.
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Manchester by the Sea

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[Non ci sono spoiler. Chi avesse visto il film è pregato di comunicarmi se si trova concorde o meno con la mia interpretazione. Ho notato infatti che i recensori sia italiani sia americani danno in genere una lettura molto più pessimistica rispetto alla mia.]

Appena entrate in sala ci ha accolto la pubblicità di un’agenzia di onoranze funebri (non credo mi sia mai capitato prima in un cinema!), il che ci ha fatto sorridere. Dopo la visione del film quel preambolo pubblicitario è parso invece decisamente appropriato.
Manchester by the Sea è un film duro, quel classico film che girato in Italia diventerebbe un melodramma familiare mentre invece un solido retaggio puritano lo rende una tragedia misurata e intensa, puntellata tra l’altro da notevoli inserti di humour nero utilissimi ad allentare la tensione e mantenere il dramma nei ranghi di un accurato understatement.
È la storia di una lunga, cupa e infinita espiazione che però non impedisce al protagonista di restare in contatto con la vita e i sentimenti, quelli di un giovane che sta letteralmente sbocciando. Se infatti il protagonista, Lee, la cui vita è stata irrimediabilmente segnata da un evento terribile e da una colpa gravissima, condanna irrevocabilmente se stesso a un’esistenza senza più possibilità di gioia, significato o redenzione, è capace nonostante tutto di non trascinare altri in questo tunnel che riserva solo per sé.
Tornato nel paese d’origine a causa della morte del fratello e trovatosi inaspettatamente tutore del nipote sedicenne, Lee riuscirà a stare accanto al ragazzo, a prendersene cura ed essere un riferimento per lui fino a rispettarne la volontà e sistemare le cose affinché il nipote possa continuare a vivere in quel paesino affacciato sull’oceano nel quale è racchiusa tutta la sua vita e ogni cosa che gli è cara.

Ho trovato rappresentato in modo davvero convincente e toccante questo rapporto tra zio e nipote, che rappresenta l’unico tenace filo che non si spezza e tiene insieme una vita che per il resto è stata completamente stravolta e rimescolata dall’evento clou, interrotta ferocemente e spezzata in un prima e in un dopo. L’amore per il nipote (e la capacità di Lee di continuare a provarlo nonostante il gelo che per il resto avvolge la sua vita) è l’unica cosa presente in quel prima che resta in quel dopo.

La bellezza del film è data anche dal modo in cui la storia è raccontata, in particolare attraverso frequenti flashback, inserti efficaci che a poco a poco, tassello dopo tassello, illuminano la vita di Lee e aiutano lo spettatore a interpretare e capire le sue attuali scelte, il suo carattere, i suoi atteggiamenti, rendendolo sempre più umano, sempre più vicino.
Ho apprezzato molto la colonna sonora, che ho trovato in perfetta linea con il tono emotivo della narrazione, e spettacolare la fotografia, che sostiene e amplifica la recitazione degli attori e ti fa anche venire voglia di mollare tutto e partire per il New England.


Passione d’amore

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Dopo averlo riguardato stasera per l’ennesima volta, eccomi a scrivere di un film (Passione d’amore, di Ettore Scola) che esercita un influsso profondo su di me per lo stesso motivo espresso dal recensore del New York Times: “it’s a movie whose meanings creep up on you“. Ecco, mi è successo esattamente questo (un po’ come mi accadde per “L’uomo che uccise Liberty Valance”), è un film le cui risonanze sono cresciute a poco a poco in me, spingendomi a tornarci più volte, a riguardarlo prendendo appunti, a farlo mio. È un film che, la prima volta che ho iniziato a vederlo, mi è parso così noioso che ho fermato il dvd e fatto altre cose; un paio di giorni dopo però, con quelle poche scene viste che mi balenavano in testa, ci ho riprovato e da lì la passione di Fosca ha vampirizzato anche me. Nonostante il titolo, non vi è nulla di “sentimentale” nel senso di sdolcinato in questo film, anzi è una storia antiromantica per eccellenza, seppur d’amore. Una triste, “irragionevole” storia d’amore. Un film che parla dolorosamente anche di noi e del conformismo schiacciante dal quale siamo pressati oggi come allora.

È l’inverno del 1862 e Giorgio, bel capitano dell’esercito regio, reduce dalla battaglia dell’Aspromonte contro le truppe garibaldine, torna in Piemonte, dove si innamora di Clara, una donna sposata e seducente, interpretata da Laura Antonelli (qui nelle vesti di un personaggio, seppur sensuale, che non umilia in alcun modo l’attrice e che sarebbe stato bello ricordare alla sua morte al posto o almeno al fianco di altre interpretazioni, ma questa è un’altra – triste – storia).
Ben presto l’idillio romantico viene interrotto dal trasferimento di Giorgio presso un presidio militare montano, sempre in Piemonte e fisicamente non molto distante dalla bella Clara ma che in realtà pare davvero un altro mondo e ricorda un po’ la fortezza Bastiani di Buzzati, “un avamposto morto, una frontiera che si affaccia sul niente”.

“Noi qui viviamo in esilio, lontani dalla vita, dalle idee, da tutto”.

In questo luogo sperduto e desolato, in questo mondo di soli uomini, rappresentato come stupido, chiuso e ottuso, vi è una donna, Fosca, la cugina del colonnello, la cui iniziale assenza – rappresentata dalla sedia vuota a tavola – si manifesta fin da subito come una presenza che si farà sempre più opprimente e poi potente nella vita di Giorgio come nella nostra percezione di spettatori, fino ad allargarsi a dismisura e ad allagare tutto (il mio cuore certamente, che a volte nel guardare il film si scioglie perfino in qualche lacrima).

Il film è tutto giocato su contrasti, in onore anche dell’autore del romanzo dal quale il film è tratto, lo scapigliato Iginio Ugo Tarchetti. Clara è la donna bella, disponibile e appassionata secondo le convenzioni di un amore adulterino e pertanto autentico, come tradizione occidentale vuole; è l’amore ideale e prettamente romantico: i due si scambiano da lontani e si sussurrano da vicini le classiche frasi fatte (oggi diremmo “da Baci Perugina”), le parole d’amore più banali ma che a ogni innamorato paiono sempre nuove, si spendono in esercizi di stile autocompiaciuti su quanto sia profondo e nobile il loro amore (fino al “Tu sei la mia religione”). Fosca suona il pianoforte e ama leggere, è “colta, uno spirito delicato, sottile”, come la descrive il medico della guarnigione, ma è al tempo stesso una donna dallo spirito indomito e sfrontato, una donna esagerata, che non si vergogna di lasciarsi scuotere da tremende crisi isteriche di fronte a Giorgio, non teme di esporre la propria terribile fragilità né di umiliarsi per inseguire il suo desiderio e in questo è una di quelle donne che fanno paura perché fuori dagli schemi della ragionevolezza convenzionale (in questo caso, della ragionevolezza maschile rappresentata da Giorgio).

“Buona e mite, lei mi è cara; ironica e sprezzante mi è indifferente.”
“Glielo avevo detto, un giorno, che ho difetti imperdonabili in una donna, oltre alla bruttezza, s’intende. Mi dispiace per lei e per tutti: io non sono né buona né mite.”

Mentirei se dicessi che i modi in cui Fosca umilia se stessa per piacere a Giorgio non mi siano risultati, a una prima visione, decisamente indigesti, fastidiosi e insopportabili. Ma questo è un film che ti entra dentro lentamente, come si diceva all’inizio, nel quale nulla può essere liquidato in modo semplice anzi il rovesciamento è la chiave. Di fronte al ragionevole Giorgio, al quale risulta comodo e nobile intimarle: “Signora, sia più gelosa della sua dignità, non offenda il suo amor proprio!”, Fosca risponde a viso alto: “Ognuno si ama come più gli aggrada”. E così, a poco a poco, ho cominciato a capire Fosca. Il suo urlare ad alta voce e buttarsi per terra in preda alle sue crisi incurante della figura che fa, il suo attaccamento a Giorgio incurante dell’ostilità di lui, il suo portare avanti un proprio discorso e un proprio modo di essere, incurante delle reazioni altrui. Così alla fine, proprio come accade a Giorgio, anch’io amo Fosca, cioè la comprendo.

“Amo Fosca! È fuori dalle regole? È contro natura? Lei [rivolto al dottore che cerca di dissuaderlo] dice che ogni giorno dimentica qualcosa. Be’, oggi dimentichi il suo senso estetico!”.

E qui sta il punto. Fosca è brutta. Forse tutto le verrebbe perdonato se lei fosse bella; anzi se fosse nata bella probabilmente non avrebbe in sé tutti quei mali e quelle intemperanze. Fosca è brutta in una società che non può accettare e collocare in modo dignitoso la bruttezza femminile; e allora, in fin dei conti, non è Fosca poco dignitosa nel suo apparente umiliarsi, è la società in cui vive che lo è.

La chiave del film, amara e per nulla consolatoria, sta nel dialogo finale tra Giorgio e un avventore di una taverna, un nano, che non anticipo per non rovinare il film (vi assicuro che tutto ciò che ho scritto non compromette né rovina il godimento del film per chi non conoscendolo volesse vederlo).

Il film si conclude poi sui versi della poesia Memento, di Iginio Ugo Tarchetti, riadattati per attagliarsi alla musica:

“Vorrei dimenticare, dimenticarmi Amor, quel pensiero che getta un’ombra triste sul nostro amor.
Quando ti bacio, sul tuo bel viso vedo il tuo teschio gelido apparir.
E sul tuo bel seno il tuo scheletro apparir!
E quando accarezzo trepido il tuo bel corpo, Amor, quell’orrida visione m’agghiaccia il cuor”.

Anche se per il tempo di un’ora soltanto, di una notte, Giorgio e Fosca sono stati capaci di dimenticare quell’orrida visione e di immergersi soltanto in una fugace ma piena Bellezza. Questa è stata la loro ribellione, la loro affermazione di dignità che pagheranno a caro prezzo.


Ricerche senza tempo

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Cambiano i tempi ma le pene d’amore sono sempre le stesse.
Quel “mitissime pretese disinteressandosi stipendio”, poi… (anche se credo fosse un’espressione standard perché “miti pretese” è riportata anche in altri annunci di ricerca di lavoro, però “miti”, non “mitissime”!).

Fin da piccola mi ha sempre incuriosito leggere gli annunci sui giornali, perché dietro quelle poche righe si intravedono storie.
A questo link è possibile sfogliare ogni giorno il Resto del Carlino del giorno corrispondente ma di 100 anni fa. Ed è possibile comunque anche leggere tutti i numeri passati tramite l’apposita barra di ricerca (questi annunci per esempio risalgono all’edizione del 18 novembre 2015). Così si vedrà, tra le cronache terribili della Grande Guerra che imperversava e le pubblicità che già allora occupavano buona parte delle pagine, come la vita andasse avanti, ognuno cercando l’amore, il lavoro, un po’ di felicità.
Il progetto fa parte della Biblioteca Digitale dell’Archiginnasio, consiglio ai curiosi come me di visitare il sito perché vi si trovano tante immagini e documenti interessanti: qui.


Quadernini

quadernini(clicca sull’immagine e poi scorri verso il basso per leggere il seguito)

Dato che tra i miei lettori abituali vi sono anche maestre e insegnanti, vi segnalo un sito che seguo ormai da qualche anno e che avevo scoperto grazie a Facebook: http://quadernini.tumblr.com
Scorrendo la pagina ci si immerge nelle composizioni di temi (o dettati) di bambini e bambine dagli anni più recenti ai primi del ‘900. Pagine ricche di parole, disegni, strafalcioni, diverse calligrafie; e le copertine dei quaderni, tra le quali ognuno di noi riconoscerà quelle che si usavano ai suoi tempi.
È una lettura divertente, commovente, nostalgica, curiosa, appassionante, tra rispecchiamento e distanza.
Un tuffo nelle parole e nell’immaginario dei bambini ma soprattutto nella didattica scolastica con tutte le sue qualità, i suoi difetti e le sue evoluzioni. Quasi una sorta di lungo libroCuore della Scuola.

Chi ama i quadernini ama la scuola.

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E cliccando qui sotto, una carrellata di copertine (io ne ho riconosciute tante “dei miei tempi”):
copertina