I conti non tornano

Hourglass
Sì, lo so, non è il tempo a non tornare ma io che non sono una campionessa di organizzazione… Mi consolo con questo orologio Art Déco che ben rappresenta la mia lotta contro le Ore.

Leggo che con lo slogan Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire, “coniato in Australia nel 1855 e condiviso da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento” i lavoratori cominciarono a lottare per vedere riconosciuti i loro diritti, e mi piace ricordare tale motto oggi, primo maggio. Tuttavia, in cuor mio, mi sono sempre domandata e tuttora mi chiedo dove siano in realtà queste otto ore per lo svago (per tacere delle OTTO ore di sonno). Le otto ore che dovrebbero essere dedicate allo svago sono divorate da tutte le incombenze legate al vivere (cura di sé, della casa e della famiglia) ‒ alcune delle quali parecchio noiose ‒, agli spostamenti casa-lavoro e ritorno e agli imprevisti quotidiani che si aggiungono alle suddette incombenze.
Certo, ci spiegano le Maestrine del Saper Vivere, tutte queste cose se fatte con amore e intenzione riempiono di significato e sostanza la nostra vita; ma resta il fatto che per godermi un buon romanzo, scrivere, dedicarmi insomma alle mie passioni o concedermi quel po’ di vita sociale finisco spesso e volentieri per togliere ore al sonno, e allora le ore guadagnate allo svago vengono rubate a quelle del sonno. Insomma: i conti non tornano.

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Inquietanti teorie

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L’inquietante teoria di mio padre riguardo a tutti questi pensionati in giro col cane è che il suddetto animale sia stato comprato appositamente dalle mogli per “togliersi dai piedi i mariti e tenerli il più possibile fuori di casa”. Se no non si spiega, dice lui, osservando come in genere il pensionato maschio strattoni perlopiù il cane con nervosismo e malagrazia mista a un ché di rassegnato.


Modi di sprecare il tempo

Ieri, verso metà mattina, ero immersa in un testo sul Cinquecento quando ho sentito un vociare dalle scale. A volte i miei vicini scambiano quattro chiacchiere incrociandosi tra un pianerottolo e l’altro. Tuttavia quello non mi sembrava proprio il tono da “quattro chiacchiere”. Passato del tempo, arrivata l’ora di preparare il pranzo scaldarmi una scaloppina avanzata, le voci erano ancora lì; decisamente non era una amabile conversazione, ma mi son ben guardata dal prestare orecchio, non volevo saperne nulla. Ho acceso invece lo stereo e fatto partire i Rolling Stones. Nei giorni scorsi avevo messo su questa raccolta di hits degli Stones riesumata tra i miei cd e il risultato è che da circa quattro giorni ascolto solo loro e li ballo pure; una bella botta d’energia in questo assedio bianco. Ritornata alla mia scrivania, il litigio sulle scale, sospeso durante l’ora del pranzo, era già ripreso. Mentre poi mi preparavo per uscire, ho iniziato a temere che per quando fossi stata pronta quelli non avrebbero ancora finito; insomma si faceva sempre più probabile la prospettiva di dovere affrontare il nugolo di vicini litiganti e venire interpellata. Inutilmente ho temporeggiato sulla soglia del mio appartamento, sperando in una “pausa merenda” durante la quale poter sfrecciare giù dalle scale indisturbata. Macché merenda, quelli continuavano e io non potevo più aspettare, avevo una riunione importante e dovevo raggiungere il dipartimento in bici nella città ancora in molti punti ghiacciata. Così, scese le scale, sono arrivata al fatidico primo piano, dove i litiganti erano raccolti. Divisi su due fronti, al mio apparire, hanno voltato tutti il viso verso me (aiuto!). Io ho cercato di cavarmela con un Buonasera, ci vediamo!, ma è stato inutile. La Vicina Rognosa del secondo piano – quella che, ho scoperto poi, ha provocato tutta la discussione – mi si è parata di fronte chiedendomi, col tono del tipo “qualunque cosa tu risponda potrà essere rivolta contro di te”:

«Hai visto o non hai visto l’uomo delle pulizie venire a pulire le scale negli ultimi martedì?»

Oddio, cosa rispondo adesso? Dove vorrà andare a parare, questa?, mi sono chiesta in quei tragici secondi cercando disperatamente con lo sguardo la Signora Gentile del primo piano e il Vicino Tuttofare Buono per capire loro da che parte stessero. [Il Vicino Tuttofare Buono è stato da me identificato così fin dal primo momento in cui ho messo piede nel mio condominio; ho questa spontanea attitudine, tutte le volte che mi inserisco in un nuovo gruppo, a individuare subito la persona di riferimento nei casi di difficoltà. E il Vicino Tuttofare Buono è la salda roccia cui riparare in caso per es. di allagamento casa, ragni grossi o imprevisti casalinghi vari. Ho già avuto modo di testarlo nel corso di questo anno e mezzo, restandone enormemente soddisfatta. Ovviamente anch’io cerco di essere una Brava Vicina, nell’ambito delle mie competenze, sia chiaro!]. Alla fine mi sono pronunciata; un po’ mentendo:

«Il signore delle pulizie? Be’, è venuto tutti i martedì. Forse forse – ma potrei sbagliare – può darsi che non sia venuto martedì scorso, ma era il martedì della neve, nessuno è andato al lavoro…».

La Rognosa, che ovviamente sostiene che il tale signore ogni tanto faccia il furbo e salti dei martedì, si è messa a sbraitare sul “difendere i fannulloni pagati coi nostri soldi” e via dicendo. Secondo lei bisognerebbe denunciarlo subito all’amministratrice di condominio affinché venga licenziato. Sembrava di essere alle elementari, quando il perfettino di turno minacciava ogni secondo di “dirlo alla maestra”.

Il Salomone (o il Centrista) che c’è in me ha affermato che non è giusto che paghiamo un fannullone ma che magari, visto che non siamo sicuri di queste presunte assenze ingiustificate, prima di chiamare in causa l’amministratrice sarebbe meglio parlare direttamente con lui, chiedergli se ha fatto delle assenze o no e, se sì, perché (può avere avuto dei motivi diversi dalla pigrizia, nel caso), facendogli così capire che è osservato e vedere come si comporta. Mi sembra una cosa normale, no? Ma ciò non ha placato il litigio; io però ho salutato e mentre pedalavo verso il dipartimento pensavo all’assurdità di perdere tutto un pomeriggio per un litigio del genere. Per me il tempo è prezioso; a volte mi capita di ripromettermi di fare un giro per il web di “un quarto d’ora” e dopo poco mi accorgo che invece è già passata un’ora; e mi sento in colpa, perché di certo in quell’ora potevo fare qualcosa di più costruttivo. Ebbene, confronto allo sprecare quasi un’intera giornata a dare aria alla bocca sulle scale, mi sono sentita un po’ meno in colpa per i miei sprechi. Almeno io, tempo per litigare, non ne perdo mai!


Le magagne dell’uomo maturo ;-)

Oggi ho voglia di scrivere un post ma non ho mezza voglia di stare a ragionare e a strutturare il testo, quindi attenzione – allarme rosso! – perché mi sto accingendo a scrivere un post a ruota libera, che di solito, quando ne leggo nei blog altrui, trovo un genere di post potenzialmente noiosissimo; quindi se vi annoiate smettete pure di leggere e io non ve ne vorrò, anche perché insomma, alla fine questo è il mio blog e non posso stare sempre a preoccuparmi di non annoiare gli altri, giusto? 😉 Oggi voglio scrivere così, senza limiti di battute e per me stessa, perché questo posto, questo blog, era nato prima di tutto per contenere i miei pensieri; il renderli pubblici è solo perché boh, non si sa mai che possano tornare utili a qualcuno.

Bene. Cominciamo. Il fatto è che negli ultimi due giorni e mezzo sono stata aggredita da un leggero raffreddore e mal di gola e io, pur essendo – ve lo assicuro! – incontestabilmente femmina, quando mi ammalo sono come la maggior parte dei maschi: una vera palla! Non sono come quelle donne che, seppur malate, continuano a vivere le loro giornate come carri armati tenendo dietro a tutto e tutti e senza neanche un lamento; no, io sono come quegli uomini che se appena hanno una gola un po’ arrossata o due linee di febbre vanno in stato comatoso, si lagnano a oltranza e non sono in grado di muovere un dito. Che poi, in realtà, io non sono una donna-carro armato praticamente mai! Io non sono la tipica donna di cui si favella tanto al giorno d’oggi, la donna multitasking, quella che riesce a trasformare ogni giornata da 24 ore in una giornata da 50 ore, quella che fa dieci cose alla volta e poi se ne vanta sui blog o coi colleghi e va in depressione se si accorge che qualcuna è più multitasking di lei; no, io a queste donne di oggi in competizione per chi è più fessa efficiente dico: «Ok, prego, fate pure!». In realtà, se voglio o se sono costretta, riesco anch’io a trasformarmi in questi mezzi robot, come credo possa fare, peraltro, qualunque pirla, maschio o femmina che sia, all’occorrenza: per esempio, in situazioni di emergenza lavorativa mi trasformo – se ce n’è bisogno – in Super Ilaria, non mangio, non dormo e faccio tremila cose alla volta, come periodicamente succede, e ok. Poi però torno in modalità ordinaria e mi raccolgo nella mia modesta condizione. E appunto in tale modesta condizione versavo in questi giorni, mentre accoccolata sul divano mi dolevo dei miei mali di stagione. E devo dire che in questo intontimento da raffreddore, mi venivano a flash, come accade nel dormiveglia, delle bellissime idee per dei post, solo che, stando così male, mi costava troppa fatica scriverli, questi post; ma le idee me le sono tutte appuntate nel mio quadernino degli appunti e nei prossimi giorni saranno tradotte in altrettanti post. Leggi il seguito di questo post »


Cooking for dummies

cuocoNel caso qualcuno si chiedesse se e come procedono i miei progressi culinari, vi dirò che in effetti sono progredita nel bruciare pranzi e cene; ormai brucio tutto il bruciabile, e forse anche l’imbruciabile. Nel qual caso, vado di scatolame. Scatolette, le migliori amiche di un’incapace. Sento che così facendo mi sto accorciando la vita. Comunque il mese di agosto doveva essere dedicato – tra le altre cose – a migliorare (migliorare è una parola grossa, diciamo pure: imparare) a cucinare e così sarà; del resto, posso solo fare progressi. Di una cosa sono certa: o mi trovo un marito cuoco, oppure non appena avrò i soldi assumerò non una colf ma una cuoca: è il mio sogno, davvero, una cuoca che non mi cucini niente di speciale, solo un pranzetto sano, gustoso e non cancerogeno, ogni santo giorno!

 (nell’illustrazione: il mio marito ideale)


Il mio punto debole

28670_124040434294070_7994159_nAmici, li vedete questi splendidi fiori (li ho fotografati stamattina, ieri erano ancora più belli!)? Belli, vero? Sono i primi fiori che hanno allietato la mia nuova casa; che emozione ho provato quando ho aperto la porta e ho visto l’amico che aspettavo con quel mazzo di fiori in mano. E sapete come l’ho ricambiato? Con un pranzo carbonizzato! Ma procediamo con ordine: per mia mamma invitare persone in casa è sempre stato uno stress e una preoccupazione, perché anche se si tratta di amici lei deve per forza avere la casa perfetta (e basta una goccia sul pavimento per non renderla più tale), avere preparato cibi raffinati da servire in servizi preziosi e così via; la forma domina sulla sostanza (la bellezza di accogliere una persona cara) e di conseguenza in casa nostra non è mai venuto nessuno se non eccezionalmente. Ciò non toglie che io e mia sorella potessimo invitare gli amici, certo, ma a che prezzo? Il clima di “ansia da ospite” si creava lo stesso [“Devi offrire la merenda!”, “In sala c’è disordine! Poi lo vanno a raccontare in giro” (sì, sicuramente!)], e il risultato è che fin da piccola ho sempre invitato pochissime persone, e stando sempre sulle spine. Quando invece ho vissuto fuori casa, ho sempre invitato con gran piacere, e ora che ho definitivamente un nido mio – e considerando anche che stare sempre sola mi rattristerebbe – ricevo spesso amici. C’è un’unica nota dolente in tutto ciò: il mangiare. Se si invitano amici che poi restano a pranzo o a cena – e in genere è così – qualcosa da fargli mettere sotto i denti devi pur rimediarlo. Non è che non sappia cucinare, se per cucinare intendiamo la cucina-base che serve per vivere. Ma vuoi dare a un ospite una misera bistecchina o un uovo sodo? No, dai, almeno la prima volta che l’inviti, no! Finora ho biecamente ovviato al problema ricorrendo a pizzeria o rosticceria sotto casa. Ma questo amico che è venuto ieri, per come lo conosco, ho pensato che avrebbe preferito un cattivo pranzo preparato con le mie mani a un manicaretto preparato dal rosticciere. E così ho preparato una cosa che di solito mi viene bene, e invece – causa ansia da prestazione – mi è venuta male, cioè meno gustosa e saporita del solito. Ma passi anche questo. Il fatto è che, al momento del pranzo, mentre ho messo la già poco invitante pietanza nel forno per riscaldarla (l’avevo cucinata la mattina presto), mi son messa a chiacchierare con l’amico, e raccontavo, raccontavo, raccontavo… e intanto il mio pranzo si abbrustoliva, bruciava, si carbonizzava ben bene. Quando me ne sono ricordata, era tutto bello nero! Era da piangere, ma francamente anche da ridere! E l’amico? Stoicamente, se l’è mangiato lo stesso, senza neanche togliere la parte superiore carbonizzata. La vera amicizia si vede anche da queste cose… Inoltre, confusa e mortificata com’ero per il pranzo bruciato, alla fine mi son pure dimenticata di offrire il mio “pezzo forte”: il caffè! Me ne sono ricordata alle diciotto, quando ormai l’amico era già in autostrada di ritorno a Verona – la sua città – col mio pranzo carbonizzato sullo stomaco.

A parte questo “piccolo” disguido, tutto il resto è andato benissimo: chiacchiere, tour guidato del quartiere Savena con camminata salutare, e sorrisi. Se passate da Bologna e vi va di venirmi a trovare, ditemelo pure; vi prometto che finché non imparerò a cucinare, ricorrerò alla vecchia fidata rosticceria sotto casa e i vostri palati saranno salvi.


Salvatemi…

casalingaMi sono iscritta al sito della casalinga ideale… e mi piace pure… è grave? Mi sono anche un po’ entusiasmata a leggere le istruzioni della lavatrice nuova – per non parlare dell’eccitazione del primo ciclo di lavaggio…– e nei giorni scorsi, quando ancora dovevo sceglierne una e acquistarla, ero così ossessionata da questa faccenda (non essendo un’intenditrice né di lavatrici né di cose domestiche) che, entrata al bar per prendere un caffè, ho chiesto alla barista, che fortunatamente mi conosce e non si è minimamente scomposta:

– Ciao, vorrei una lavatrice –, mentre invece volevo solo un caffè.