Viva gli sposi

marc-chagall-weddingMarc Chagall, Gli sposi della torre Eiffel

I matrimoni, per chi è invitato, possono essere una gran noia (diciamo una vera e propria gran palla) o un’occasione di profonda gioia, a seconda soprattutto del rapporto che si ha con gli sposi. Io personalmente non sono una grande fan delle cerimonie (sto parlando del contorno di festeggiamenti e banchetti, non del significato dei riti di per sé) quali battesimi, comunioni, cresime e appunto matrimoni. Quando però si sposa una delle tue amiche più care, quando tutto – sia in chiesa che fuori – si svolge all’insegna della semplicità, della spontaneità e della condivisione gioiosa; quando non ci sono trecento invitati ma quelli che veramente conoscono e amano gli sposi; quando il posto prescelto per il pranzo insieme non è distante 60 chilometri rispetto alla chiesa ma lo si raggiunge comodamente a piedi tutti insieme e quando poi ci si mette pure il sole a regalare una splendida giornata e un cielo azzurro che qui a Bologna non è poi così frequente poiché più spesso, anche col sole, è offuscato di umidità e foschia risultando biancastro, tutto congiura verso la perfezione.
Così la sottoscritta, cui ultimamente venivano in mente solo post seri a tema mortifero (perché del tutto casualmente – ma sarà poi davvero un caso? – ho letto dei gran libri intrisi di morte a ogni riga), si trova oggi nello stato d’animo più lontano e avulso da pensieri di stasi, a riprova del fatto che in genere la nostra realtà del momento non coincide con tutta la realtà – o non è una buona, nel senso di unica valida, lente attraverso cui guardare il mondo fuori – e che sani bagni di folla fanno pur bene.
I post mortiferi comunque arriveranno pure quelli… 😉

Intanto lunga vita agli sposi, al loro bambino di nove mesi che nell’occasione è stato battezzato e che, vedendo e sentendo battere le mani, se le è spellate pure lui applaudendo felice in prima fila ai genitori sposi, e ammettiamo che ascoltare tra le letture l’inno alla carità di San Paolo fa solo bene al cuore, considerando il contesto in cui viviamo; perdoniamo anche il prete per il suo guardare evidentemente un po’ troppa televisione, date le citazioni durante l’omelia.


Una buona Pasqua

Post 22_2016(illustrazione di Maxfield Parrish per L’età d’oro)

“Erano ciechi a tutto tranne che alle apparenze. Per loro il frutteto (un luogo prodigioso abitato dai folletti!) non era nient’altro che il posto dove gli alberi producevano tante mele e tante ciliegie. Mai che mettessero piede nell’abetaia o nel boschetto di noccioli, e nemmeno si immaginavano le meraviglie che vi erano nascoste.”

Con questa citazione dallo splendido L’età d’oro di Kenneth Grahame, auguro a chi passa di qui buona Pasqua. Cos’è una buona Pasqua? Sicuramente trascorrere una giornata serena in famiglia e/o con gli amici o anche con se stessi ma in pienezza. Poi magari anche lasciarsi ispirare dal potente significato di questa giornata per aprire un po’ gli occhi sulla nostra vita e vedere le stesse cose e noi stessi con uno sguardo nuovo, uno sguardo forte e speranzoso, uno sguardo curioso. Auguri!


L’Ussaro sul rogo

vecchione1

Questa mattina, passeggiando in Centro, osservo il “vecchione” che verrà bruciato in piazza allo scoccare della mezzanotte per salutare l’anno vecchio.
‒ Ma è uno dell’Isis? Ma siamo matti a provocare così? ‒, esclama l’amica che è con me.
‒ Ma no, è un russo, un cosacco! ‒, si intromette un anziano lì vicino.
‒ Veramente è un Ussaro… ‒, dico io, ma lo so solo perché lo avevo letto su internet ieri sera.
Fatto sta che, a giudicare dai commenti, i più sono convinti che quel tipo minaccioso alto 10 metri sia “un russo” e non si capacitano del fatto che stasera noi pacifici bolognesi metteremo al rogo un cittadino russo, coi tempi che corrono, poi. Mi sa che qui più della conoscenza della storia militare poté lo Zecchino d’Oro col suo Popoff.
Per quanto mi riguarda, questo Vecchione per essere bello è bello, proprio ben fatto, tuttavia mi fa un po’ impressione andare a bruciare un Ussaro in piazza anziché un classico “vecchio” o “vecchia” indistinto. Anche vedendola come provocazione, contro le chiusure delle frontiere e i nazionalismi (come è nell’intenzione dichiarata dall’autore qui), mi pare un po’ stantia.
In ogni caso, tutto finirà in fumo (fumo che non vedrò perché mi guardo bene dall’andare in piazza stasera) e domani ce ne saremo già dimenticati.

Però eccomi con gli auguri di rito… come Snoopy sono pronta ad accogliere l’anno nuovo. Saluto con gratitudine il 2016 che per quanto mi riguarda è stato davvero tanto bello e auguro a me e a chi legge di poter vivere il nuovo anno coltivando la gioia del quotidiano e gli affetti, perché qualunque cosa ci succeda saremo più forti se abbiamo in noi e attorno a noi la protezione giusta. Auguri! 🙂
capodanno


Il giorno più bello della mia pre-vita

fiatNel primo pomeriggio di quarant’anni fa, una Fiat 126 verde oliva affrontava per la prima volta l’autostrada, diretta da Bologna a Piacenza. Trasportava un giovane professore, nelle vesti di prossimo sposo; l’abito era stato scelto da sua mamma e sua zia, intenditrici indiscusse di stoffe e vestiti; soppesando e palpando i diversi tessuti, avevano infine scelto un abito elegante sì ma che potesse essere utilizzato anche in seguito al giorno del matrimonio, nella vita normale. Molto più in ansia del solito, il quasi sposo era stato dal barbiere il giorno prima e inspiegabilmente anche quella mattina stessa ‒ benché di capelli in testa non ne avesse poi tanti, a parte un ciuffetto svolazzante sulla fronte ‒ e ora si recava all’appuntamento più importante della sua vita.
Nel frattempo a Piacenza la futura sposa, calma e serena, si vestiva, pettinava e truccava da sola nella sua cameretta di ragazza; osservandosi allo specchio nel semplice abito bianco, infilava un fiore tra i capelli, unica concessione alla vanità.
In chiesa, i parenti raccolti erano tutti sorridenti; soprattutto erano raggianti le madri degli sposi, che senza saperlo erano state a lungo accomunate dal terrore che i rispettivi figli restassero nubile e scapolo. L’unico che per tutta la cerimonia pianse a dirotto per la commozione fu il nonno della sposa, anziano ufficiale di cavalleria pluridecorato e reduce della Grande Guerra ma dal cuore tenero.
Dopo il matrimonio, uno snello ma elegante rinfresco al Circolo Ufficiali ‒ con repentina ricomposizione del suddetto nonno, che lì era di casa ‒ e poi di corsa alla 126, per salirci stavolta in due, diretti all’inizio della vita insieme. Nel cuore della sposa, romanticamente, sono ancora nitide le sensazioni provate nel salutare la famiglia e lasciare la sua città: iniziava una vita completamente nuova. Lo sposo ricorda invece l’ansia di riuscire a riportare se stesso, la sposa e l’automobile sani e salvi a casa, a Bologna.
La mattina dopo la coppia partiva per Taormina in viaggio di nozze; avrebbero trovato gli unici dieci giorni di freddo, pioggia e financo nebbia di quel mese, con sbigottimento dei siciliani stessi che assicuravano loro che solitamente in quella stagione si faceva ancora il bagno in mare. Nasceva così la mia famiglia.


La battaglia dei presepi

Natale, tempo di presepi e di gare tra i creatori dei suddetti. Magari non siamo più ai mitici tempi evocati regolarmente da mio padre, tempi in cui la gara tra i presepi vedeva masse di partecipanti ed era gestita direttamente dalla diocesi, che inviava giudici scrupolosi a valutare presepi casa per casa onde poi decretare il vincitore (e un glorioso anno il vincitore fu proprio il mio papi allora adolescente con i suoi fratelli), tuttavia anche oggi chi vuole gareggiare trova pane per i suoi denti. E così ecco che domenica scorsa, negli avvisi finali della messa, il parroco ha annunciato che, nel centro commerciale del nostro quartiere, sono stati esposti cinque presepi, ognuno di una parrocchia diversa. Chi si troverà a passare in questo periodo per il centro commerciale potrà ammirare i presepi e votare quello che gli piace di più. Il presepe vincitore frutterà alla parrocchia che lo ha allestito una cospicua offerta da parte dei negozianti del centro commerciale.

Ora, a parte che magari io sono troppo integralista e non mi piace granché questo invito implicito dei parroci ad andare al centro commerciale a votare (e ti credo poi che i commercianti fanno l’offerta, non mi sembra un atto disinteressato di generosità, francamente, ma più… una compravendita?), comunque oggi l’ho fatta grossa. Mi sono recata al centro commerciale, non per vedere il presepe ma diretta al Brico center, che è ormai la mia seconda casa, tanto che se mi assumessero come commessa sarei preparatissima, e così sono ovviamente incappata in questi benedetti presepi. Tra l’altro io amo i presepi e ogni anno a Natale faccio il tour dei presepi esposti nelle chiese della città. Mi sono sempre divertita anche a creare presepi, comprese le statuine e non solo l’ambientazione, di solito assieme ai miei cugini. Quindi ho anche un po’ l’occhio clinico, volendo. Ebbene, tale occhio clinico mi ha portata a giudicare che sì, il presepe della mia parrocchia non è niente male; ma mi piaceva molto di più quello di un’altra parrocchia. E siccome, nonostante le obiezioni sovraesposte, se c’è da votare o dare un’opinione adoro farlo (mi sa che sono la gioia di quelli che ti fermano per strada per fare sondaggi), ho votato. Solo che ho votato per il presepe della parrocchia “rivale”. E non mi sento in colpa neanche un po’… D’altra parte, dovere fondamentale di un bravo cristiano è quello di essere sempre sincero e disinteressato, no? 


Follie contemporanee

 

Ditemi voi se vi sembra normale questo:

Cerimonie di laurea: un invito al rispetto
I laureandi, i familiari e i convenuti alle lauree sono invitati a mantenere un atteggiamento corretto e rispettoso, conforme alla dignità del momento istituzionale, evitando manifestazioni inurbane.

In particolare sono da evitare:
– il lancio di farina, uova, coriandoli e altri prodotti che possano sporcare o danneggiare gli edifici, cortili e portici
– l’abbandono di bottiglie o altri oggetti di vetro al di fuori degli apposititi contenitori
– l’affissione sui muri di locandine, foto e messaggi di alcun tipo
– gli schiamazzi ed i cori che possano disturbare il regolare svolgimento delle attività in corso.

Il Preside della Facoltà ringrazia per la collaborazione che certamente non mancherà.                                                                                      

(avviso ufficiale tratto dal sito della mia facoltà).

Nei periodi delle lauree, a chi frequenta la zona universitaria può capitare di dover camminare su uova rotte, cocci di bottiglie e altre schifezze di provenienza non ben identificata, ascoltando canzoncine di “festeggiamento” infarcite di parolacce e imbattendosi in neolaureati in mutande ma col capo cinto della classica corona d’alloro, al centro di infiniti cortei urlanti e gaudenti costituiti da amici e parenti momentaneamente incapaci di intendere e di volere.
Ecco perché i presidi di facoltà si trovano costretti a diramare avvisi ridicoli e regolarmente disattesi, come questo che ho riportato.

Sono impressionanti le bolge di parenti e amici che affollano la mia facoltà durante le sessioni di laurea, peggio che ai matrimoni. Me ne sono sempre chiesta il perché. Inutile dire che io mi presenterò da sola (o forse solo con la mia dada di quand’ero piccola, che ci tiene tanto a essere presente).


BUON NATALE!

Domani è Natale, e come ogni Natale andrò a Piacenza dalla nonna materna. Noi non siamo dei gran mangioni, in famiglia, ma il pranzo di Natale (come quello di Pasqua) ha sempre avuto un suo menu fisso: antipasto, agnolotti in brodo (gli agnolotti sono una pasta con ripieno di carne), cappone ripieno e dolci (panettone, più torta di meringa con panna e cioccolato, quest’ultima non c’entra niente col Natale in sé ma c’entra con me che non amo il panettone e i torroni).

Da due anni a questa parte mia nonna – ossia la cuoca unica e ufficiale del pranzo natalizio – ha dato forfait: non ha più la forza e la voglia di cucinare e qui subentra il problema, nelle vesti di mia mamma.

Mia mamma, a cui cucinare non piace per niente (pur fingendo di seguire con attenzione le ricette della Clerici e commentandole da grande esperta), vuole però portare avanti la tradizione. Perciò è da circa cinque giorni che fa delle prove per il ripieno del cappone. Gli assaggiatori, oltre a lei stessa, siamo io e mio padre. Ogni giorno mi ritrovo nel piatto una porzione di ripieno, anzi diverse varianti di ripieno (benché, se variazioni ci sono, debbano essere di natura infinitesimale, nonostante l’opposta convinzione di mia madre), con mia mamma che mi interroga, nel modo terribile in cui solo noi donne sappiamo farlo, ossia:

– È venuto meglio questo o questo? –

Tutti sappiamo che di fronte a una domanda simile, qualunque sia la risposta, essa:

  1. verrà vissuta come un’offesa;
  2. sarà ignorata perché chi ha posto la domanda in genere ha già la propria risposta in mente.

E infatti, non c’è una volta che io o mio padre, nonostante lo sguardo angosciato che ci scambiamo e che rivolgiamo supplichevole al ripieno stesso, rispondiamo nel modo giusto.

– A me questo ripieno sembra veramente mooolto buono [captatio benevolentiae] ma non noto grosse differenze tra una prova e l’altra [NdA: non ne trovo nessuna], è gustosissimo in ogni modo! –, ho risposto io.

– Guarda, Eva, comunque tu lo faccia, ti viene sempre bene, è uguale a quello di tua madre! –, rincara la dose mio padre.

Ma nonostante tutto questo nostro entusiasmo, veniamo accusati di non avere il palato, perché non sentiamo le differenze. Allora ci riprova la sera, e stavolta magari provo a dire che qui ci aggiungerei più formaggio. Macché, se mai andrebbe diminuito!

Insomma, dopo queste prove sfiancanti, stamattina i miei sono partiti per Piacenza armati di una ricetta per ogni variante, e io li raggiungerò domani.

Non so come sarà alla fine il ripieno del povero cappone, ma vi posso garantire che io, ripiena, lo sono già!

Cari amici, vi auguro con tutto il cuore di trascorrere un Natale sereno e luminoso.