Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire

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“Era lì, in un angolo del mio immaginario. Mi aspettava? Di certo un giorno è accaduto. Ho sentito che tra noi due la più forte era lei, con la sua storia: che chiedeva di essere raccontata, lo chiedeva con insistenza. Così ho provato a scriverla. […] Quello che adesso comincia è uno dei romanzi possibili.”

Così l’autrice introduce al lettore la protagonista del suo breve ma denso romanzo: Caroline Archenbaut-Defayis, la mamma del poeta Charles Baudelaire. È una di quelle occasioni in cui la letteratura si fa lente d’ingrandimento e, cogliendo un personaggio nel flusso della Grande Storia, fa risaltare la sua vita (o parte di essa) attraverso la forza dell’immaginazione e, in questo caso, anche dell’affetto. Così, fin dall’incipit del romanzo iniziamo a seguire – letteralmente, perché ci imbattiamo in Caroline che cammina per le vie di Honfleur, la sua cittadina – la protagonista e a entrare in intimità con lei, trovando fin da subito inadeguata quella definizione di “donnetta insignificante” che Sartre pensò bene di attribuirle. Caroline infatti fu molto criticata perché, una volta conquistata a fatica la sua posizione di borghese benestante, temeva di perdere benessere economico e reputazione a causa di quel figlio che era arrivata anche a mettere sotto tutela affinché non dilapidasse in un sol colpo l’eredità paterna. Nel romanzo trova spazio il rapporto complesso tra madre e figlio, anche attraverso stralci delle lettere con le quali il poeta sommergeva la madre e nelle quali dichiarazioni d’amore melodrammatiche e richieste pressanti di denaro si sovrapponevano costantemente.

Ma perché questo romanzo è piaciuto a me che non amo né Baudelaire né i romanzi “al femminile”?
Perché la bellezza di questo romanzo – che comunque non è per niente “al femminile” – sta intanto nello stile usato dall’autrice: non asettico o freddo ma per nulla melenso o sentimentale; arricchito da un lessico e una padronanza del linguaggio e della materia (dagli oggetti di uso quotidiano agli ambienti alle vicende storiche) che rendono presente e vivo ogni dettaglio. Poi, soprattutto, perché la vita di Caroline, così come ricostruita/immaginata dall’autrice a partire dalle ricerche biografiche (al termine del romanzo è presente una ricchissima bibliografia relativa alle fonti letterarie e storiche utilizzate), è stata molto avventurosa e si intreccia con le più ampie vicende storiche degli anni in cui era bambina, in primis la resistenza dei monarchici francesi nei confronti dei Bleus (i Repubblicani usciti vincitori dalla Rivoluzione) – il padre di Caroline era un monarchico emigrato in Inghilterra ai tempi del Terrore – che sfocia nel massacro di Quiberon, cuore del romanzo e nel quale svetta la forza morale e la nobiltà di alcuni tra gli sconfitti (sì, è un ottimo esempio di storia raccontata dal punto di vista dei vinti); poi la Parigi di Caroline bambina, orfana e poverissima; la Honfleur di Caroline ormai anziana e benestante; gli echi della Parigi nella quale vive, scrive, si indebita e si angoscia il figlio; pare di trovarci anche noi lì. C’è il tema del passato che cura e che salva, che aiuta a ritrovare se stessi, ad addentrarsi in quella “stanza buia in fondo al cuore” nella quale sono conservati i ricordi d’infanzia che abbiamo voluto dimenticare; il tema dell’incontro con l’altro (e l’Altro – in questo caso un compagno di vecchia data – apre nuovi orizzonti, nuove interpretazioni del mondo, offre stimoli e confronto), dell’amicizia, quello della maternità. E altro che non sto a elencare… perché non sono qui a scrivere un bugiardino.

In un inserto, l’autrice racconta un aneddoto divertentissimo di lei undicenne alle prese con Baudelaire e con un certo “premio Hemingway”. A quella età, in un’estate degli anni Sessanta, nasce il suo amore per questo autore e per quella letteratura francese a cui poi ha dedicato la vita professionale, come docente universitaria francesista e traduttrice.

[Franca Zanelli Quarantini, Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire, Castelvecchi, Roma 2016]

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3 commenti on “Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire”

  1. recensioni53 ha detto:

    Sull’isola di Saint-Louis, Baudelaire oscurava solo la parte inferiore delle finestre nello studio che si affacciava sulla Senna. Poteva guardare così solamente il cielo e non il groviglio di amore e necessità di sofferenza che lo legava alla madre.

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    • Ilaria ha detto:

      Io sono contenta di abitare all’ultimo piano proprio perché volgendomi verso le finestre vedo il cielo. Baudelaire era poi in buona compagnia. Durante la presentazione di questo libro, l’autrice ha accennato ad altri rapporti difficili tra autori e rispettive madri: Dickens, Flaubert, Balzac… Quest’ultimo scrisse: “Mia madre mi ha odiato ancor prima che nascessi”, però una volta che lui è diventato famoso, la madre si è installata a casa sua comandando su tutto, perfino su chi potesse entrare in casa…

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