Amore in farmacia

Come non divertirsi in questa vita quando viviamo in una contraddizione infinita? E la contraddizione, l’ossimoro, i vari inciampi di questo mondo sono alla base del sense of humour, al quale sono stata iniziata da mio padre fin dalla nascita e di questo lo ringrazio, poiché altrimenti vivrei molto male. Questo è certo. No, perché, mettiamo che io non avessi questo senso dell’umorismo, per esempio. Se così fosse, come acciderbolina mi sarei sentita poco fa quando, prenotando alcuni esami un po’ delicati al tavolino del CUP in farmacia, mi sono trovata davanti un’impiegata dal tono di voce decisamente potente che elencava tutti gli affari miei singoli personali individuali e oserei dire intimi declamandoli a tutta la numerosa e varia clientela in attesa al bancone? Il massimo è stato quando, non contenta, poiché non sapeva un codice o che so io, ha preso il telefono per consultare un tipo alla sede centrale del CUP. E proprio mentre lei aspettava che il tipo rispondesse, io notavo un uomo sui quarant’anni, lungo lungo, magro magro e con la pettinatura da Beatle (nel senso del gruppo musicale, non di beetle, eh?) che, non si sa perché e con tutto lo spazio che aveva – metri e metri di pavimento tra lui e il resto della fila al banco – sostava al mio fianco, appollaiato a mo’ di avvoltoio esattamente al di sopra di me, che ero seduta e speravo che il tipo del CUP non rispondesse all’altro capo del filo. O che il Beatle si allontanasse. Una delle due, insomma. Invece il tipo ha risposto e così la farmacista è ripartita a elencare i miei casi; il Beatle, con questi occhiali da sole che gli davano un’aria da vero sbruffone, ascoltava e mi guardava; mentre io, dopo avere cercato invano di far capire all’impiegata che era più gentile non urlare, diventavo improvvisamente un Maestro Zen e visualizzavo me stessa in forma di ieratica e indifferente candela onde evitare di redermi colpevole di aggressione. Alla fine l’esame è stato prenotato… ad aprile 2013 (credo sia una strategia onde evitare che la gente arrivi viva a farsi visitare, in modo da alleggerire il SSN). E qui, io dico: ci rompono le scatole con la privacy; a scuola o all’università, ormai, per vedere i risultati di un esame devi sottostare a complicate procedure di riconoscimento onde evitare – non sia mai – che tu veda che Tizio è stato bocciato; siam sempre lì a firmare liberatorie, tra un po’ pure per andare a un bagno pubblico… e poi la nostra salute è sempre sbandierata davanti a tutti, perché il caso qui descritto capita di continuo, nelle farmacie, negli ospedali, ovunque, e anche per cose ben più gravi dei miei banali esami di routine (di cui pazienza se tutta una farmacia viene informata). Ecco la contraddizione, l’ossimoro, l’inciampo. Vi dico solo che tempo fa andai in ospedale a trovare un’amica che aveva subìto un piccolo intervento chirurgico e quando mi affacciai nella guardiola delle infermiere per chiedere il numero di stanza della mia amica (non: entrai; mi affacciai restando sulla soglia) vidi, scritto in rosso e sottolineato, su un foglio appeso appunto vicino alla porta, il nome della mia amica e accanto la scritta: HIV+. Questa secondo me era da denuncia. E ne avrei da raccontare ancora!

Comunque questa irritante storia ha un epilogo romantico: il nostro allampanato e ficcanaso Beatle, mentre io ero sempre al tavolino ad attendere di avere i miei fogli e poter scappare da lì, aveva nel frattempo acquistato quel che doveva al banco e, tornando verso l’uscita, mi ha superata e si è fermato proprio alle mie spalle (No, ancora???, ho lamentato dentro me); ma mentre io ricominciavo a innervosirmi, l’ho sentito dire Ciao, dopodiché una voce femminile lo ha salutato con tono distratto; era una farmacista che stava ordinando uno scaffale. Lui l’ha aggiornata (senza che lei lo avesse chiesto) sulle condizioni di salute della propria madre; l’impiegata che mi stava stampando la prenotazione nel frattempo ammiccava con eloquenza verso la collega, che immagino stesse ricambiando l’occhiata. Poi lui ha detto: “Sai, stanotte ti ho sognata”. Be’. A questo punto mi sono voltata io. A guardare lui. Così, per godermi la scena. Tanto, privacy per privacy… Il Beatle, benché lo guardassi (essendo seduta) da sotto in su, mi sembrava improvvisamente piccolo piccolo, gobbo gobbo, un fuscello al vento. E quell’aria sprezzante di prima non l’aveva più, ora che guardava la sua interlocutrice. La farmacista si è messa a ridere, ha esclamato: “Davvero?” e ha subito soggiunto: “Ora però ho da fare. Magari me lo racconti un’altra volta”. Lui si è voltato ed è uscito. Mentre la porta del negozio si chiudeva, l’impiegata del CUP, ridendo anche lei, esclamava: “Non ci posso credere, è proprio cotto!”. “Senza più ritegno, ormai. Voglio vedere fin dove arriva”, le confermava l’altra.

E mentre io raccoglievo finalmente le mie scartoffie, mi pervadeva quella sensazione – non triste – che ogni tanto mi prende: a volte siamo poco più che insetti di fronte all’Universo mondo, alla salute, all’amore. Così è la vita.

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7 commenti on “Amore in farmacia”

  1. M.T. ha detto:

    Situazione allucinante…non si sa se mettersi a ridere o infuriarsi di brutto. Al mondo c’è davvero di tutto 😛

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  2. ediaco ha detto:

    Riesci sempre a strappare un sorriso.. come la vita! 🙂

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  3. Denise Cecilia S. ha detto:

    Questo post, giusto oggi, capita a fagiolo per tenermi un po’ su. Viaggio sul tristino andante e ricordarmi che altri soffrono ma sanno ironizzare mi aiuta ad imitare 😉
    Non posso che sottoscrivere quanto racconti a proposito del discorso privacy: ‘na piaga.
    Non ti chiederò il nome della tua amica, che non si sa mai: la rete è affollata, appunto. Comunque un pensiero glielo lascio. Immagino sia a lei che ti riferivi nel commento di ieri.

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