Pavese o dell’adolescenza

Altre cose avvennero quel giorno, altri incontri, e la sera mangiammo e bevemmo e girammo il paese sotto le stelle. Ci pensai l’indomani, disteso nudo nella pozza sotto il sole feroce, mentre Oreste e Pieretto sguazzavano come ragazzi. Nell’afa estuosa della buca vedevo il cielo scolorito dal riverbero, e sentivo la terra tremare e ronzare. Pensavo a quell’idea di Pieretto che la campagna arroventata sotto il sole d’agosto fa pensare alla morte. Non era sbagliato. Quel brivido di starcene nudi e saperlo, di nasconderci a tutti gli sguardi, e bagnarci, annerirci come tronchi, era qualcosa di sinistro: più bestiale che umano. […]

Nessuno poteva sorprenderci là dentro, perché le melighe scosse fanno uno scroscio rumoroso. Eravamo sicuri. Oreste, disteso nell’acqua, diceva: – Prendete il sole dappertutto. Diventeremo come i tori.

Era strano pensare di laggiù al mondo in alto, alla gente, alla vita. La sera prima eravamo andati per il paese, al muricciolo della piazza, riscaldati dal vino e dal fresco, e avevamo salutato e riso, incontrato gente, sentito cantare. […] Parole e scherzi sotto le stelle, senza vederci bene in faccia, con una donna, con un vecchio, con qualcuno di noi, mi avevano dato una strana allegria, un senso festoso e irresponsabile, che gli assalti del vento tiepido, il dondolio delle stelle e dei lumi lontani, allargavano a tutto l’avvenire, alla vita.

(tratto da Il diavolo sulle colline)


Come ho già scritto più volte, Cesare Pavese è uno dei miei scrittori più cari. Cosa sarebbe stata la mia adolescenza senza le sue parole che mi suonavano in testa e nelle quali mi riconoscevo tanto? Leggere i suoi libri era come trovare una cronaca di quanto stavo io stessa vivendo. Era una voce amica e più grande. Quando mi lasciavo scarrozzare in scooter o in automobile dagli amici o dal fidanzatino di turno, quando mi sentivo incerta tra la voglia e la paura di provare tutto, non mi sentivo forse come Ginia o come Masino, magari col timore di ritrovarmi poi, in futuro, disillusa come le protagoniste di Tra donne sole? E quando nelle sere d’inverno gironzolavo per le strade del quartiere avvolto nella nebbia, chiacchierando con gli amici prima di tornare ognuno a casa propria, o quando in piena estate mi lasciavo bruciare dal sole in mezzo alla campagna, respirandone l’odore, non rivivevo le stesse sensazioni descritte nei suoi romanzi e nei suoi racconti? Quell’ebbrezza e quella sensualità che animano le pagine de Il diavolo sulle colline erano (e a volte sono) anche mie.

Penso che – tuttora – l’adolescenza sia l’età d’elezione per leggere Pavese. Poi questo amore ti accompagna per il resto della vita. Conosco ragazzi che non amano leggere, ma Pavese lo leggono (l’ultimo in ordine di tempo: mio cugino sedicenne, incontrato proprio tre giorni fa).
Per questo non capisco come mai, negli ultimi anni, quando sento parlare (o leggo) di Pavese, di solito il dibattito verte sulla sua presunta inattualità (è ormai superato, parla di un’Italia che non esiste più eccetera). Be’, non sono un critico letterario, ma questo discorso non lo riesco proprio a comprendere. Allora dovremmo smettere di leggere Dickens, Dostoevskij, Verga o Pirandello? Io no. Io voglio continuare a emozionarmi, e non solo. Trovo che la sua prosa sia dotata di una musicalità speciale: a volte mi piace semplicemente leggere dei brani solo per sentire come suonano, senza neanche badare al contenuto. Mi piace il legame forte con la sua terra, le Langhe, Torino, il Po, il dialetto piemontese usato soprattutto nei racconti. Mi piace sapere che lui sapeva, teorizzava, studiava come voleva scrivere i suoi romanzi, cosa voleva metterci, quali simboli, quali temi. E lo faceva. Ma oltre a questo, non dimenticava mai di metterci tutto se stesso. E si sente.
Pavese uomo-ragazzo, come qui, in quella che potremmo definire una spontanea dichiarazione di poetica:

In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito ricomincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito. Un ragazzo – ero io? – si fermava di notte sulla riva del mare – sotto la musica e le luci irreali dei caffè – e fiutava il vento […]. Quel ragazzo potrebbe esistere senza di me; di fatto, esistette senza di me, e non sapeva che la sua gioia sarebbe dopo tanti anni riaffiorata, incredibile, in un altro, in un uomo. […] L’uomo e il ragazzo s’ignorano e si cercano, vivono insieme e non lo sanno, e ritrovandosi han bisogno di star soli.

(tratto da Feria d’agosto)

A me piace anche il Pavese cinico, disincantato (un po’ per posa un po’ sul serio), sbruffone, triste, arrabbiato, deluso e pronto a illudersi di nuovo, delle lettere e dei diari. Perciò concludo questo post con una citazione (che mi fa ridere ma tutto sommato a volte è vera) dal suo diario-zibaldone (Il mestiere di vivere):

Un uomo che soffre lo si tratta come un ubriaco: «Su, andiamo, basta, via, ora basta, non così, basta…»

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18 commenti on “Pavese o dell’adolescenza”

  1. melchisedec ha detto:

    Freschissimo questo post di critica letteraria genuina, senza le addizioni di questo o quel critico. La lettura di tal tipo permette di assaporare pagine eccellenti di prosa poetica. Anche là dove il tono si fa dimesso.

    (OT:I gerani non sono delicati. 🙂 )

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  2. listen ha detto:

    Dai consigli rinfrescanti, e rinfreschi con i tuoi consigli -che tu non chiami tali- sono sempre spunti
    però che rinnovano l’ interesse per la lettura.

    “Sognare è come scrivere una storia simbolica già nota come spirito e in formazione quanto alla lettera” C.Pavese.

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  3. flaviablog ha detto:

    E’ vero, i gerani non sono delicati.
    Tu, sì, perlomeno nelle descrizioni, nell’avvicinarti a Pavese senza sciuparlo, come a un bel fiore aperto o a un frutto maturo.
    Pavese era realista in un modo senza possibilità di …recesso 🙂 Dolorosamente consapevole della concretezza persino dei sentimenti “astratti”, che poi tali non sono mai, perché veicolati da comportamenti che si possono classificare. E diventare visibili e bruni. Come tori, insomma…

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  4. PaoloFerrucci ha detto:

    Pavese lo leggevo anch’io, proprio nell’adolescenza, e chissà perché… Poi non l’ho più ripreso, e oggi mi hai fatto venir voglia di rileggerlo tutto – anche i diari, che posseggo da quando mi dicesti che per te erano stati importanti.
    Ciao, Flalietta :)*

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  5. flalia ha detto:

    Mel: grazie, ho sempre il timore di non saper parlare bene dei libri che amo.
    OT: grazie per l’informazione, me la giocherò come Jolly al momento giusto! ;-))

    Listen: rispondo con un’altra citazione da Pavese che è diventata un po’ un mio slogan:
    Si corregge il sentimentalismo non diventando cinici ma diventando seri.

    Flaviablog: è vero, aveva quella che Dostoevskij definiva una “coscienza acutizzata”, che probabilmente è propria di tutti i grandi artisti (ma non solo)

    Paolo: ecco, lui aveva un modo di scrivere nel suo diario che secondo me potrebbe ispirarti nello scrivere il tuo, perché non è che scrivesse dei papiri, ma piuttosto delle intuizioni o dei brevi pensieri, che poi sviluppava anche nei romanzi. Ciao :-)*

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  6. listen ha detto:

    “…Crearono uno stile di vita,di discorso, di sentire, di fare.
    Tu miri ad uno stile di essere.”
    C.Pavese

    Ma è più serio diventare sentimentalisti o diventare seri?

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  7. listen ha detto:

    Flalia…dimmidipiù: cosa ne pensi di questa…”Se una vita libera assolutamente da ogni senso del peccato fosse realizzabile, sarebbe vuota da far spavento.”
    C. Pavese

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  8. commediorafo ha detto:

    Pensa un po’; io amo leggere, ma Pavese non ho avuto occasione di conoscere. Peccato che la mia adolescenza sia oramai lontana. Ma forse non è mai troppo tardi.
    Massimo

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  9. flalia ha detto:

    Listen: mah, sulla citazione del #7 non sono tanto d’accordo (io me la godrei comunqu, la vita, anzi di più! ;-))

    Massimo: per leggere e amare non è mai tardi! 🙂

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  10. cappelliavolute ha detto:

    Oh, come amo questi post! Io ho scoperto Pavese solo quest’anno, grazie all’idea brillante di uno dei professori che mi sta dando di più in questa carriera universitaria. Ha fatto un corso sulle “Scritture di terra e di guerra”, con tanto Fenoglio, tanto Meneghello e soprattutto tanto Pavese. E pensare che io, piena di pregiudizi, mi ero sempre rifiutata di leggere La luna e i falò. Che rivelazione, che scoperta! Vogliamo parlare delle poesie così tremendamente belle e intense di Lavorare Stanca? Oh, sì, Massimo, leggilo assolutamente!

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  11. listen ha detto:

    ..una vita libera dal senso del peccato…e perchè no? Forse sarebe molto più rilassante e più piena.

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  12. flalia ha detto:

    CaV: io l’ho scoperto grazie alla scuola (una volta tanto…!): dovevo leggere La casa in collina durante le vacanze e ne avevo voglia come di ricevere un pugno in occhio, mi aspettavo una palla galattica, poi comincio a leggere e piano piano vedo che ci resto attaccata e infine me lo divoro. Da lì son partita: via con Lavorare stanca (già dal titolo sentivo che faceva per me, eh eh) e poi la passione assoluta con La bella estate, edizione Einaudi che conteneva “La bella estate, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole: lì ci sono rimasta secca e mi son buttata anche su tutto il resto. Ero ormai conquistata ;-)) A questo punto Massimo non può esimersi 😀

    Listen: almeno ci faremmo meno problemi, comunque ti dirò che, con senso del peccato o senza, amo proprio vivere 🙂

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  13. voltandopagine ha detto:

    Da ragazza ho amato moltissimo le sue poesie, ed “Il mestiere di vivere”. Nella libreria dei miei genitori avevo a disposizione anche tutti i romanzi ma, giuro che non so perché, non ne ho mai letto uno… Questo tuo post trasuda vero entusiasmo, saresti un’ottima insegnante! (A proposito, lo sai che Pavese, giovanissimo, ha fatto supplenza per un anno nel liceo classico della mia città, lo stesso dove ho studiato io?)

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  14. flalia ha detto:

    Voltandopagine: davvero?! Che bello 🙂 Eh eh, quando mi entusiasmo per qualcosa o qualcuno, non riesco a trattenermi 😉

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  15. Jedredd ha detto:

    Ho trovato splendido il pezzo che hai riportato da, “Feria d’agosto”, non conosco Pavese, non bene almeno, però è piacevole sentire tanta passione da parte tua.
    Da adolescente ero piuttosto menefreghista, molto legato all’apparenza, e non andavo oltre lo sport, la moto e le ragazze, “camminavo leggero” e con molte illusioni, la passione per i libri è venuta dopo, ma ho sempre pensato che mi avrebbe tanto aiutato, in molte scelte, che poi ho sbagliato, aver avuto, come te con Pavese, una guida a portata di libro. Beh, è andata così, mi piace come sono ora e non mi lamento oltre.;-)
    Un abbraccio.:-)

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  16. flalia ha detto:

    Infatti, Jedredd, sei venuto su bene anche senza Pavese & C. ;-))) Ognuno ha il suo percorso e credo sia giusto così… e comunque diciamo che con la lettura hai “recuperato”, tu sei un grande lettore, acuto e di gusti variegati, non mi stancherò di ripeterti quanto ti stimo come lettore (e non solo) 🙂

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  17. utente anonimo ha detto:

    Non puoi immaginare con quale piacere ho riletto con te questo Pavese, mai dimenticato. Hai ragione, Pavese sembra essere l’autore migliore per l’adolescenza o la prima giovinezza (io lo lessi fra i 18 e i 20 anni. Credo di dovere alle sue pagine qualcosa di me; o forse fra le sue pagine ho scoperto qualcosa di me che senza di lui sarebbe, chissà, magari ancora sepolta da qualche parte. Fra i suoi libri che ogni tanto rispolvero (eh sì, accumulano polvere anche in senso stretto, non solo per via della metafora sul tempo che passa), Il Compagno (che mi ricorda quanto in quel periodo fossi “perdutamente innamorata” del mio insegnante di Lettere) e Dialoghi con Leucò. Ho “bevuta” ogni sua parola come un’assetata, allora. E oggi, trovando questo post, l’ho ritrovata ancora fresca e corrente..Grazie, Kittymol77.

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  18. flalia ha detto:

    Kittymol: be’, tutti i lettori di Pavese che conosco lo amano così, con la passione con cui ne ho scritto io e ne hai scritto tu e ne hanno scritto altri anche solo nei commenti a questo post. E’ proprio un sentimento forte, che sorprende perfino un po’. Eppure è così… 🙂

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