La gioia del perdono [Ohibò, cosa m’è capitato]

Che felicità! Oggi ho vissuto un’esperienza meravigliosa, quasi mistica: forse per la prima volta in vita mia ho capito cosa significa veramente perdonare. Il mio cuore ha fatto un saltino più su! E ho pensato di raccontarla qui non per vantarmi ma perché magari può essere utile a qualcuno.

Allora, cominciamo col dire che ho sempre creduto di sapere già cos’è il perdono, perché io, per carattere, non me la prendo mai, per es., per qualche torto subìto, non coltivo rancore e di fronte a un’offesa o a un danno ricevuti sono abituata a trovare le cause del comportamento offensivo (es.: la persona è nervosa per i fatti suoi, ha avuto una giornataccia, ragiona in modo diverso dal mio, mi ha fraintesa ecc.) in modo da agire sulle cause senza buttarla sul personale. Cerco di addormentarmi la sera non prima di essermi chiarita e riconciliata con le persone con cui ho eventualmente avuto un dissidio durante il giorno e, una volta raggiunto l’accordo, tendo a dimenticare la cosa e guardo avanti. Ed ero convinta che questo (cioè l’assenza di rabbia e di rivalsa) fosse già perdonare, per cui mi sentivo abbastanza “a posto”, da questo punto di vista.

Ma oggi ho capito che questa è solo una parte del perdono.

Ieri ho avuto una pessima giornata. Mio padre era nel panico per dei problemi al computer (di cui io sono la risolutrice ufficiale); mia sorella, che da Nairobi deve tornare a Londra (dove ora vive) riuscendo a portare con sé finalmente il fidanzato (ottenuti tutti i visti possibili e immaginabili, perché un keniano, per riuscire ad approdare in Gran Bretagna, deve superare delle barriere pazzesche), non riusciva a fare il biglietto per lui e ho dovuto risolvere io la cosa da qui. Vi dico solo che c’è stato un momento in cui avevo due telefoni (uno all’orecchio destro, l’altro al sinistro) e parlavo contemporaneamente con padre e sorella cercando di calmarli e di ragionare sul da farsi! Nel frattempo, ero indietrissimo con lo studio. E in tutto ciò, ecco mia madre che, molto nervosa per dei problemi che ha a scuola, aggrediva (verbalmente) chiunque le capitasse a tiro. Io sono il suo parafulmine personale da sempre. Le sono sempre stata antipatica, non mi ha mai amata. Quindi di fronte alla sua rabbia – che, anche quando non causata da me, si ritorce principalmente contro di me e poi contro mio padre, e questo anche negli anni in cui ho vissuto fuori casa – mi sento completamente inerme. Non so reagire come faccio con chiunque altro, cercando di ragionare e parlando, perché tutte le volte che ci provo peggioro le cose, dato che non sono in gioco questioni oggettive ma emotive. Non riesco neanche a consolarmi trovando giustificazioni, cioè le vedo e non mi arrabbio con lei, ma questo non mi impedisce di soffrire. Perciò, anche ieri, senza neanche risponderle, la mia unica reazione è stata di andare in camera mia e mettermi a piangere (“grande” reazione, eh? Purtroppo sono fatta così, un piantino lo devo fare). E da lì è cominciato il mio inferno personale, durato tutta stanotte e tutta stamattina. Cercavo di ragionare, dicendomi: Perché devo sentirmi così angosciata per l’aggressività di una persona che si stava solo sfogando? L’importante è che l’ho perdonata, no? Non sono arrabbiata, e questo è bene, ma non è giusto starci così male! Non posso lasciare che una singola persona, che ha una visione del mondo tutta sua, condizioni in tal modo la mia vita. Non è logico. Non ha senso agitarmi, dato che stavolta non ho nessuna colpa (a parte il fatto di esistere). Ma tutti questi argomenti, per quanto ragionevoli, non riuscivano a convincere il mio cuore a battere normalmente né il mio stomaco e la mia testa a rilassarsi e distendersi anziché stare lì tesi contorti e pungenti, come coltelli nel mio corpo.

Finché a un certo punto, la rivelazione: perdonare non è solo non arrabbiarsi e condonare all’altro il torto; perdonare è amare, andare oltre, lasciar andare, fare un salto. Mi sono resa conto che finché continuavo a soffrire per quell’episodio, continuavo a restarvi spiritualmente legata e incatenata, e dunque a patirlo, a subirlo all’infinito. Perciò continuavo a risentirne, la mia mente restava collegata a mia madre come termine negativo; non conta che non provassi astio verso di lei o che riuscissi a giustificarla, era come se quell’astio si fosse trasformato in sofferenza che riversavo contro di me. Quindi né io né lei eravamo state realmente liberate da un vero perdono. E mi sono resa anche conto che io, quindi, non ho mai veramente perdonato mia madre nonostante ne fossi ogni volta convinta. Perché pur sentendo di volerle bene non ho mai smesso di soffrire per l’esserne stata tanto spesso respinta. Comunque, quando mi sono resa conto di ciò, e cioè che perdonare significa non solo non serbare rancore ma soprattutto cessare di soffrire per il male subìto, e finché non si riesce a liberarsi del sentimento negativo (rabbia verso l’altro o sofferenza nei propri confronti è uguale, sempre violenza è) non si ha realmente perdonato a chi ci ha fatto male ma si è ancora invischiati in quel male e dunque non perdonare è anche fare del male a se stessi, ho provato un desiderio così puro di sollevarmi da quella palude, una tale voglia di liberare il mio cuore e la figura di mia madre da tutta questa angoscia così appiccicosa e opprimente che, quasi di colpo, ci sono riuscita. È stata una sensazione fisica e spirituale insieme: diventando consapevole di quel che ho detto (ed è una pappardella, a leggerlo, ma a me è bastato un secondo per coglierlo, come una rivelazione improvvisa) e sentendo che volevo amare ed essere libera, tutto il mio corpo si è rilassato, il cuore si è calmato e come svuotato di tutto quel dolore; ho sentito che non solo non soffrivo più per l’episodio di ieri ma che desideravo semplicemente stare in pace e basta, e ho provato amore, anche per mia madre, al di là di ogni considerazione.
Purtroppo non riesco a spiegarmi ma è come un piccolo salto, logico, emotivo, spirituale che ti porta a essere felice e a sentire che ti sei davvero liberato di quella cosa specifica che ti faceva soffrire, perché c’è un amore che va oltre il dolore, e noi ne siamo capaci. Siamo capaci di provare questo amore. E il vero perdono, secondo me, è questo. Non solo il gesto di condonare un torto (perdono “al negativo”), ma quello di rivestire di benevolenza quella stessa persona che te lo ha fatto. Semplicemente perché la felicità e la libertà del cuore stanno nel lasciar andare via le cose brutte senza patirle (e quindi senza essere schiavi della realtà o degli altri che te le impongono) e nel cogliere quelle belle.*

Mi rendo conto che, detta così, suona come un predicozzo pseudoevangelico, ma per me è stata un’esperienza concreta, non una teorizzazione astratta. A scriverla, però, se ne perde l’immediatezza e forse la verità. Be’, io oggi sono riuscita a perdonare un torto circoscritto. Facendolo, ho provato una gioia indescrivibile, mi è sembrato per un attimo di volare. Ho provato uno stato di beatitudine che forse è quello stato in cui vivono e sono vissute in modo permanente le grandi persone Buone di questo mondo. Auguro a me stessa di riuscire a progredire in questa scoperta, a farla pienamente mia e a perdonare mia madre completamente, e sinceramente auguro anche voi di provare questa bellezza (anche se magari tutte queste cose le sapevate già!).

Insomma, proprio come Jake dei Blues Brothers, oggi ho visto la luce!


*Ovviamente qui parlo del perdono di quei piccoli torti o offese che ci fanno soffrire ma che riguardano la vita quotidiana o i rapporti tra persone civili. Credo che per quanto riguarda i grandi drammi, i torti orribili che esulano dalla vita ordinaria, il discorso sia forse lo stesso, ma che occorra molto più tempo, più “lavoro” spirituale e soprattutto che il perdono non sia un “dovere”, un obbligo. È solo qualcosa che libera prima di tutto chi ha subìto il torto, ma probabilmente esistono torti imperdonabili. E un’altra cosa: perdonare non è “dimenticare” con indifferenza, ma saper guardare oltre, sotto una luce diversa, l’ingiustizia subìta. Non significa che se perdono non voglio giustizia. Lo preciso perché ho in mente i genocidi, le vittime del terrorismo, gli omicidi eccetera, cioè cose molto gravi di cui ho ben presente la problematicità.

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23 commenti on “La gioia del perdono [Ohibò, cosa m’è capitato]”

  1. PaoloFerrucci ha detto:

    Ilaria, il racconto di questa tua rivelazione mi ha colpito nel profondo, perché uno dei miei problemi è proprio la difficoltà a perdonare. Non solo, e ancor peggio: una delle mie piaghe è l’esser vendicativo. Raramente ho attuato una vendetta, ma il desiderio tendo a macerarlo nell’animo, anche per anni. Non dimentico, e dentro mi rimane il desiderio latente di vedere quella persona danneggiata, sconfitta. A volte, addirittura, mi son visto con gli occhi della mente colpirla e annientarla. Ancor oggi mi trovo a soffrire per torti subiti dieci anni fa. Ma come mi si manifestano queste cose? Col dolore, un dolore che torna a soffocarmi intenso come prima, a compiere i suoi danni precipitandomi in quei sentimenti negativi.
    Da tempo sto contastando quest’inclinazione, anche (ora soprattutto) cercando di focalizzare e assimilare quei valori cristiani di cui sei piena, e che mi sto convincendo possano salvarmi. Dico “valori cristiani” non per dare un’etichetta a sproposito, ma per definire a modo mio quella tendenza a considerare l’armonia, quell’ordine superiore insito nella natura-physis di cui parla Vito Mancuso nel libro (L’anima e il suo destino) che mi hai raccomandato di leggere. Lo sto leggendo e comincio a capire come dovrei guardare il mondo per non perdermi. Da un po’ volevo dirti che – chissà per quale motivo – stai diventando la mia lente attraverso cui guardare il mondo: quel mondo che non è governato dal caso – di questo ne son sempre stato convinto – ma che ha una finalità, una base per poter costruire l’etica, il senso del bene e della giustizia. Il fatto è che il “relativismo assoluto” non mi ha dato risposte, mi ha lasciato solo vuoti, per i quali ora mi sto perdendo in una penombra densa, da cui voglio uscire. Ho bisogno che mi guidi, che mi aiuti ad andare verso una migliore comprensione, verso un modo di “essere nel mondo” che riesca finalmente a darmi un’identità.
    Voglio adottarti come guida, insomma.

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  2. perijulka ha detto:

    Cuore stretto, contratto, sofferente
    cerca di salvar la vita che scivola tra lacrime e lineamenti

    delicata vita

    segue il profilo del naso arrossato dal pianto
    spento, come un’onda del destino, calda e leggera sulle mie dita

    lenta nel tornare

    sfiorar la vita e d’improvviso la tua mano, intorpidita e incerta

    mi accostai ,ti sussurrai

    e la mente

    rifugge

    e Il bagliore si nasconde tra le anonime tenebre
    dell’indifferenza

    penetra dentro di me ,vedrai che mi troverai ,nel posto più strano
    dentro al mio cuore, ma il tuo cuore sai dov’è?
    io non l’ho trovato mai…

    scrivo storie ,sto qui a dirle a te , tu di storie ne hai già tante
    con le mie cosa ne farai…, te ne andrai , non so se ti cercherò

    tu non vuoi contar le stelle e io vorrei avere solo te
    ma alla fine son due storie e un vento freddo

    son le nostre anime a tenere compagnia alle nostre anime
    chissà perchè
    forse pensare il cuore. chiuso da troppo tempo
    forse bisognoso di essere aperto,o forse dimenticato…

    io ti amo come una tenue sinfonia che rimbalza tra i monti e sui pendii
    ti amo ed odo echi lontani ,vette ed archi che scoccano , note di colore

    ma ecco , siedo a riposare dove la neve e la roccia si mescolano
    ai confini dell’orizzonte e dove volge il mio sguardo…

    ti amo , spiga di grano, aggraziata come dolce ballerina
    immersa in un campo di baci e nella sorte, trascinata dal vento ingrato
    del tramonto

    non mi buttare nella fossa comune ,dove non esistono differenze
    io sono il tuo amore! perchè mi vuoi secca e inanimata?

    ricorda , io cammino, seguo una luce soffusa
    corro verso il mare,spero di speranze vane
    infranti sogni ed inutili tentativi
    ma non mi fermo,
    perchè non è mai troppo tardi
    per il sentimento

    ho le dita nude
    l’albero è secco
    e mi sfiora Il cielo

    così

    nel dolce intento,se tu fossi un fiore
    se tu fossi una stella
    se tu fossi qui

    io sarei felice

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  3. utente anonimo ha detto:

    Questa tua esperienza, è una di quelle che, nel buddhismo, si chiamano “Illuminazione”. Quindi, sì, oggi hai effettivamente “visto la luce”. Mi hai ricordato un grande libro letto lo scorso anno, “Emozioni distruttive”, di D. Goleman e Dalai Lama. Il tuo pensiero, sembra un istintivo processo di analisi verso la comprensione del senso profondo del sentimento negativo che è la rabbia. Capire dove nasce, cosa si nasconde in noi quando proviamo questa “emozione distruttiva”, è una via verso l'”Illuminazione”. Che non è stare come scemi, seduti a gambe incrociate ad osservarsi l’ombelico. E’ un processo attivo, profondo, concreto, verso l’accoglienza in sé di ogni sentimento che è umano. La nostra cultura, purtroppo, evita sempre di guardare a fondo le emozioni negative che ci abitano. Le esclude o le allontana come se fossero qualcosa che appartiene sempre all’altro. Ma solo se riconosci che sono anche dentro di te, che l’agirle o non agirle è una scelta che compi con umiltà e comprensione di ciò che è in te, non un atto di presunzione che fa di te un “buono”; solo così puoi sentire che è annullando il giudizio sull’altro, che scopri in te l’accoglienza dell’altro. E’ lì, nel non separare con il giudizio, che senti quel sentimento profondo che hai scoperto in te: l’amore. Che non è fuori, non dipende dalla buona relazione (non aggressiva) che hai con l’altro. E’ sempre dentro di te, è già dentro di te. Sempre. Hai mai notato come sia difficile aggredire qualcuno o sentirti ferita da qualcuno, quando stai cantando? O quando provi amore per qualcuno? Quando sei felice, quando lasci che l’amore agisca in te, la rabbia sparisce. Il perdono non è un atto di generosità: se fosse così, saremmo solo una banda di superbi convinti di essere “superiori” agli altri. Ma siamo tutti umani, in ognuno di noi risiedono gli stessi sentimenti, in ogni persona (anche la più violenta e arrabbiata), esiste l’amore. E’ solo “saltando” all’amore che diventiamo accoglienti. E perdoniamo accogliendo l’umanità dell’altro che riconosciamo in noi stessi. La giustizia serve (dovrebbe servire) proprio a non confondere le cose, a mantenere inalterata in noi la percezione di ciò che è accettabile e ciò che non lo è. E’ nel non negare questo equilibrio, nel sentire e scegliere ogni volta di dare o meno spazio a rabbia e violenza, che la giustizia (che dovrebbe riconoscere ad ogni uomo le stesse opportunità e gli stessi diritti) trova la sua ragione. Per questo, il nostro attuale “sapere” di vivere in un contesto sociale che altera ad arte i pesi della giustizia, è fonte di molta aggressività e violenza. Tutti sappiamo a istinto riconoscere ciò che è giusto e ciò che non lo è. E se qualcuno distorce,ingannandoci,questo “sentire ciò che è giusto”, mancando di punire (e quindi “insegnando” a rispettare ciò “che è giusto”), scava piano piano in noi sentimenti di ingiustizia. Da quì, alla violenza e alla rabbia diffusa, il passo è breve. E dalla violenza personale che nasce da un’ingiustizia subita, nasce ogni guerra. Grazie di aver condiviso con noi questa tua emozionante esperienza: aiuta a riflettere e a tenere vivo in noi qualcosa che ci unisce perché appartiene ad ognuno di noi. Il contrario della violenza o della rabbia, non è ilperdono:è l’amore. Non facile ricordarlo ogni giorno, parliamone più spesso. Finchè parliamo d’amore, ci sarà impossibile trovare spazio in noi per altri sentimenti. Un abbraccione, kittymol77

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  4. flalia ha detto:

    Caro Paolo, grazie per la sincerità del tuo commento e anche per la fiducia che riponi in me! Spero di esserne degna! 🙂 Quel libro di Mancuso mi piace molto perché mostra come un’impostazione laica e scientifica non sia in disaccordo con la ricerca della verità che sorregge il mondo. Credo che possa confortare chi si sente un po’ sperduto, come sei tu nella penombra che descrivi. E non è mai tardi per trovare una strada che ci dia gioia e per ritrovare la purezza perduta. Amore e gioia sono molto più a portata di mano di quanto non si creda.
    Il nostro cuore può essere purificato dalle passioni negative, quelle che ci fanno soffrire, come insegna per esempio la filosofia greca (della quale io mi nutro, per imparare a essere felice; la tag “esercizi spirituali” proviene da lì, erano gli esercizi che facevano i filosofi stoici ed epicurei per coltivare la propria anima; poi il termine è stato mutuato in seguito dalla religione cristiana) o le discipline orientali, di cui parla Kittymol al commento 3 ma che io conosco ancora solo superficialmente.
    Tu dici “valori cristiani”: certo, il perdono e l’amore sono cardine del cristianesimo, ma non solo di esso. Io credo che esistano valori universali, inscritti nella nostra natura e nel nostro cuore, che possiamo coltivare indipendentemente dal credere in qualche dio o meno. Il concetto che l’uomo buono è anche felice mentre chi fa male agli altri lo fa prima di tutto a se stesso condannandosi all’infelicità è un concetto socratico, così come l’idea di non essere schiavi delle realtà imposteci dagli altri (sviluppato pienamente dai filosofi stoici); mi viene in mente anche Gandhi, a questo proposito.
    Forse la peculiarità di una prospettiva cristiana, in tutto ciò, può consistere nel puntare l’accento non solo sulla felicità personale o sulla liberazione dalle passioni negative come atto individuale ma nel fatto che ci si “salva” in due, cioè nell’amare me imparo ad amare il prossimo, nel perdonare il prossimo rendo felice anche me. Io personalmente ho chiesto aiuto a Dio perché mi aiutasse a perdonare. Ma questo attiene alla mia sfera privata. Invece il tipo di esperienza che ho provato, la può provare chiunque, ateo o credente in qualsiasi divinità o Ordine superiore; così come il proprio spirito o anima, chiunque di noi può (e dovrebbe) averne cura, secondo me. Ed è molto bello farlo!
    Un bacio :-*****

    Julka: grazie per questi bei versi! 🙂

    Kittymol: grazie a te per le tue parole, che spiegano molto bene certi meccanismi e certe realtà. Ammetto che di buddhismo e filosofie orientali so veramente molto poco. È proprio come dici tu, amare (e di conseguenza perdonare) dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo, avendo l’amore scritto dentro di noi. Il problema è capirlo e non vergognarsene. Quando mi capitano, cerco di non nascondere le mie esperienze e sentimenti positivi (anche a costo di sembrare ingenua) proprio perché ritengo importante parlarne. Un abbraccio 🙂

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  5. utente anonimo ha detto:

    Il “perdono” lascia un segno, il superamento del dolore dell’offesa subita, a torto o a ragione. Dici una verità che soltanto sperimentata può essere affermata. Se il perdono passa solo attraverso vie razionali, si tratta di una presa in giro a se stessi, un crogiolarsi la coscienza. Il perdono affonda le radici molto più profondamente e si perde nel mistero della sua epifania.
    Melchisedec sloggato

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  6. lauraetlory ha detto:

    Ho letto questa tua cosa e mi ha molto colpita. Non lascerò un commento, stavolta non me la sento. Però una cosa voglio dirtela: sei una persona speciale e nessuno dovrebbe arrivare al punto di farsi perdonare da te.
    Lory

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  7. commediorafo ha detto:

    Non è un caso che un antico proverbio latino dica che
    sbagliare è umano
    perseverare è diabolico
    perdonare è divino

    Massimo

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  8. Jedredd ha detto:

    Questa scoperta, l’aver trovato un modo per alleggerirti il cuore e l’anima dalle emozioni negative che ti vengono in seguito a dei torti subiti, è splendida, è una conquista, importante, fantastica, ma interiore, e non fartela bastare, ti prego!, non si vive solo dentro di noi, nessuno può sapere cosa proviamo realmente… almeno in casa, però, dobbiamo mettere dei paletti… è bello che tu sia disponibile verso i tuoi cari, ma non sei una pattumiera dove scaricare l’ansia, anche tu hai le tue debolezze, fragilità, insicurezze, e non puoi prenderti addosso anche quelle degli altri, come prossimo passo, oltre a questa conquista, mi piacerebbe che trovassi il modo di comunicare i tuoi limiti agli altri, ( ci sarà pure un canale aperto da qualche parte ), e/o, in alternativa, di saper sbarrare l’ingresso alle parole o gesti che ti potrebbero ferire ancora, e lasciarle scivolare sul pavimento… Cosa ne pensi?
    Parlo così, perché sono d’accordo con Lory, sei una persona speciale!
    Un bacione

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  9. listen ha detto:

    Cosa complicata il perdono, e infatti fai delle distinzioni per rendere il concetto più comprensibili.
    E sono d’ accordo con te che perdonando si vive meglio, anche io l’ ho sperimentato, ma perdonare sempre e perdonare tutti non riesco a renderlo attuabile, almeno al momento.
    In genere perdono molto sulla vita privata, e riesco trovare mille attenuanti per una situazione dove
    Posso essere io la parte offesa.
    Ma per la vita professionale e sociale…beh, lì è dura.
    Proprio non riesco, e un torto subito esige una qualche riparazione e anche dopo non credo possa sentirmi soddisfatto.
    Parlo di cose molto serie, naturalmente, non di scontri dovuti ad un momentaneo nervosismo dove la riparazione del “torto” è sempre lì, pronta.E’ un argomento difficile quello che hai scelto, partendo come sempre da un fatto apparentemente banale.

    Ciao Flalia

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  10. flalia ha detto:

    Melchisedec: sì, diciamo che in questo caso ho sperimentato un positivo corto circuito tra ragione, sentimento e volontà. Ed è stato bello. Ma come ogni mistero, c’è ancora molto da esplorare!

    Lory: grazie, cara Lory. In realtà anch’io ho tanti limiti e difetti da farmi perdonare ;-))

    Massimo: eh eh, io (e penso un po’ tutti) li ho sperimentati tutti e tre! :-O

    Jedredd: eh, non so, la vedo dura. La mia via è sempre stata quella di trovare forza e gioia, oltre che in me stessa, negli amici, nel mondo, nel fuori. E questo è un bene, una cosa bella! In famiglia ormai i ruoli si sono irrigiditi e io sono quella che risolve i problemi e assorbe il nervosismo altrui, perché sono calma… ma non ho una brutta famiglia, come si può capire da tanti miei post divertenti 🙂

    Caro Listen, come hai ben capito, questo post non è una “lezione” morale che voglio impartire agli altri, non mi permetterei mai! Ho voluto solo raccontare questa mia esperienza personale così come ne racconto tante… Penso che per ognuno la capacità di perdonare possa avere un senso, possa essere possibile o meno; penso che ognuno abbia i suoi tempi e che forse non tutto possa o debba essere perdonato; non con leggerezza, almeno! Io stessa, come esercizio argomentativo, potrei scrivere un post in cui potrei argomentare “contro” il perdono… E’ un argomento molto complesso. Poi concordo con te che il perdono non esclude affatto una “riparazione” del torto, anzi! Ma sono livelli diversi… Grazie per la tua riflessione! 🙂

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  11. diegodandrea ha detto:

    A me scivola sempre tutto addosso, credo che nel mio caso si tratti di una forma inconscia di necessità di autoespiazione… una specie di contrappasso autodeterminato: io perdono te, perché chissà quante altre volte tu dovrai farlo con me :-))
    A parte ciò, trovo davvero interessante il discorso che fai sul perdono e mi ha copito molto anche il commento di Paolo. Io, diversamente da lui, spesso vorrei tentare il percorso inverso, riuscire a tenermi un pò di rabbia, mantenere il rancore vivo, non dimenticare. Il problema è che al mattino dopo mi sveglio e boh, ho già altro per la testa.
    Un bacio e buona domenica
    Diego

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  12. flalia ha detto:

    Diego: a parte questo problema con mia madre, anch’io sono come te, se non altro per pigrizia… Addirittura perdo la memoria, cioè non mi ricordo neanche cosa sia successo di negativo con la tal persona (qui forse è Alzheimer precoce). A volte piacerebbe anche a me essere un po’ più “dura”, almeno sul momento, ma insomma se siam fatti così va bene così!
    Buona domenica 🙂

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  13. latendarossa ha detto:

    Mi spiace questa cosa che tu pensi di sentirti in colpa, cara Flalia (per il solo fatto di esistere). E anche il rapporto con tua madre…mi hanno colpito le tue parole, davvero. E’ una brutta, terribile, sensazione. Non pensarlo, finirai per crederci. Ed ora veniamo al secondo punto.
    Personare è amare – questa mi sembra una grandissima verità. Richiede una grande forza interiore e soprattutto richiede che ci si disfi dell’attaccamento a se stessi, al proprio ego (fatto di orgoglio). E mica è facile. Quello che tu chiami un piccolo salto, logico, emotivo, spirituale mi sembra invece un passo enorme, difficile. Pertanto tanto più degno di ammirazione.
    Fonda una nuova religioneee!!! :)))

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  14. flalia ha detto:

    Marcello: Fonda una nuova religioneee!!! :)))
    Ihih, guarda, se fallisco nei miei progetti, prenderò in considerazione la cosa… potrei fare fortuna!! ;-)))

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  15. lauraetlory ha detto:

    Lontana come sono dall’illuminazione, sebbene io tenti disperatamente di avviarmi sulla via della luce, posso dire che vorrei prendere tua madre a schiaffi? Uno schiaffo per ogni lacrima che ti ha spremuto dagli occhi. Uno schiaffo per ogni volta che non ha capito quanto è stata fortunata. Ogni volta che si è resa indegna del ruolo di madre. E scusa la durezza della mia empatia per te, ma non posso farci niente.
    Laura

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  16. flalia ha detto:

    Laura: grazie per la solidarietà, hai anche inventato un nuovo metodo psicologico: l’empatia violenta! ;-)) Un abbraccione 🙂

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  17. Lockwood ha detto:

    Secondo me il tuo concetto di perdono consiste nel ritenere dentro la tua testa la persona da perdonare inferiore a te o da libro nero per qualche motivo e quindi nella decisone di lasciarla perdere per il tuo interesse. Questo non è perdono è ignorare ritenendosi eletti, evitare l’approfondimento di un confronto per partito preso ché non si vuole arrivare alla verità o per non perdere quel poco di stabilità emotiva che ci si è dati.
    Se vuoi sapere in che cosa possa consistere effettivamente e profondamente il perdono guardati bene bene un film come “Into the Wild”, che hai solo da imparare.
    La tua rimane solo pappar(d)ella appunto, vorresti che fosse un’esperienza concreta ma non tocca il cuore, almeno il mio – se ne ho uno – non lo tocca, non ci trovo niente di autenticamente sincero.
    Personalmente quindi, nei tuoi confronti, non mi pongo la questione se perdonarti o meno (ammesso ci sia qualcosa da perdonare) ma piuttosto quella se tu sappia effettivamente cosa sia il perdono, perché parli tanto, come se volessi tu dar a intendere che sei buona, meritevole d’amore, etc. ma in pratica – non dico che tu non sia meritevole d’amore, come può esserlo qualsiasi altra creatura – non è che poi ti comporti ipocritamente pure tu, come fanno i più?
    In pratica fai veramente quello per cui predichi? Sei veramente sincera? Ammetti i tuoi errori senza superbia? O tiri su anche tu tutte le tue belle scuse finte quando/come più ti fa comodo?
    Mi ricordi i bambini delle elementari che scrivevano quelle – a posteriori fasulle – promesse di bontà da far trovare sotto il piatto dei genitori il dì di Natale e poi facevano tutt’altro, solo che loro avevano solo due lustri.
    Non prenderlo come un attacco ad personam, prendi piuttosto i tuoi sermoni come un attacco alla verità, da parte di uno che prova a cercarla anche senza andare a messa.
    Le tue sono bubbolate, altro che scoperte mistiche!
    L.
    «Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama.»

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  18. flalia ha detto:

    Lockwood: be’, un sermone ogni tanto non lo si nega a nessuno… Rifletterò.

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  19. Lockwood ha detto:

    Pensa che ‘na volta, st’estate, sono ‘ndato sur pulpito della chiesetta vòta de Santa Maddalè in Val de Funés e m’è venuta ‘na voja de terrurizzà tutti j spiriti presenti c’ho incipittato con “In the name of the Lord!” 🙂

    Pastore Lockwood

    http://www.fotografieitalia.it/foto/756/Val%20di%20Funes%20Santa%20Maddalena_756-05-44-06-6462.jpg

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  20. Lockwood ha detto:

    E sta riflessiò? ch’è segreta? vojamo capilla o no? Se un blogghe vale l’altro pecché nun questo?
    Non è che il tu’ era moderello de dire, pe fà capì il fuori dalli cojoni, ché de reflette sur serio nun ce pensiamo propio? eddai, che nun se capisserà sto slanghe? eddai!
    Nun è che ce racconti quello che vòj e che magari tu’ madre è na mezza santa e tu se’ quella che nun la supporta e chettedici, te, mo faccio crede che la peddono io così tutti me fanno le muine sur blogghe e io so’ tutta cuntenta?
    Fatece capì quanto santa siete, che sennò censospettiamo. A forza de fregature ce vien er dubbiarolo. Sur ragionamento riflessivo vostro ch’aspettavamo a boccucciaperta.
    Ve li ascoltate tanto tanto li pensierini vostri? Quando confabulate luscame’ culla coscienzia vostra e la mettete a tacè e ve dicete pissipissipissi? Quella nun ve parla? O prevale l’altra voja, quella chettedice me privatizzo er blogghe così ce faccio entrà solo chi dico io e lo strunzetto lo lasso fòri?
    E’ santerella chi de spocchia “peddona” o chi de grazia va in cecca?
    Me chiedevo tanto pe’ capì se siete così bbòna come ve raccuntate da vui stessa sur vostro blogghe.
    Che non tirate l’aqqua ar mulino vostro più der dovuto?
    Pe’ mette li puntini sulle ui, che un jorno nun se venga a dì: nessuno c’ha detto niente porcaloca.
    Leggete tesorini belli, che mica siamo tutti fessaroloni ar monno. Qua sur blogghe alidarjento se discute sur serio o se vanno a scrive le sante bubbarolatine?
    E ora? Tutti a scrive er nuovo poste? così che lo cummento passi via senza lassà de stucco?
    Preservià le forme e che la barca affonni glu glu glu??
    Io nun c’ho niente da perde a dì quello che penso sur vero, o a cuntraddimme sur vado e torno, o a nun preservà le forme sur vostro blogghe. Ma voivoivoi???
    Nun vedete l’ora de che?
    A Sabbaudiarola se dice: cercai su alidarjento, cercai sì e ce trovai, e ce trovai che? ce trovai la benediziò sur davanti co’ er tacito vaffancù sur de dietro.
    Tanto per gradì la scurrillatina papalepapale.
    L.
    E datece la verità nun le altre cazzarolate.
    Che noi nun ce caschiamo a quelle.
    No no no.

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  21. flalia ha detto:

    Lockwood: certe riflessioni possono durare anche tutta la vita. In questi giorni non ho tempo di aggiornare il blog, non è un obbligo. Comunque, un frutto della mia riflessione è, per es., che il protagonista del film (e del libro), avendo sperimentato la purezza dell’esistenza e le cose veramente importanti, non avrebbe impiegato il suo tempo a leggere e commentare un blog che non gli piace. I blog sono delle piccolezze, non sono la vita. Ho anche riflettuto sul fatto che la solitudine nobilita alcuni con la purezza che sa offrire, incattivisce altri. Poi ho riflettuto su come sia strano che la parola “perdono” richiami niente più che una confessione religiosa. Nello scrivere questo e altri post, ho prestato molta attenzione a non utilizzare un linguaggio religioso; le mie riflessioni sul perdono derivano principalmente dalla filosofia greca che niente ha a che fare con la religione. Non voglio e non m’interessa indottrinare nessuno. Il perdono non è un concetto religioso. Non voglio passare per buona, ho voluto però raccontare un’esperienza, come faccio sul mio blog per diverse altre cose. Chi legge la interpreta come vuole, quindi se tu la interpreti come lo scritto ipocrita di una santarellina bigotta, bene, sei libero di farlo, ha senso che io ti dica: No, ti sbagli? E non mi sembra di avere mai ignorato i tuoi commenti, pur avendo tutto il diritto di farlo. Ciao.

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  22. Lockwood ha detto:

    A me invece piasce sputtanà gl’ippocriti, quelli che se nasconnono dietro alle parole finte. Vedi er cumment colli sufficini sur poste der suiscjdio anchi.
    Nun sempre ignori nelle fomme, ma nelle sustanze eccome se lu fai. Er tu blogghe, pe’ me, nun è na piccullezza se vai a scrive cose sulla verità e su’ perdono che neanche sai che sono, né te né tu’ padre e cerchi de indottrinà la jente come fusse ‘na setta. Spojjatevi de tutto er vostro bagajjo e dopo annate a fà sajje prediche alli artri. Se er testimone de Jeova me viè a fà scuola, se capisce. Se er bigotto me viè a far scuola sulla joia, se capisce. E se capisce se a uno della verità nun gliene frega na pikkiarola. Se capisce se a uno je interessa capì o se je interessa sbavà. La joia che dici o dicete de provà in che sta? Io nun te sto mettendo alla prova? Nun posso esse na specie de tu madre? E che leggendo le tu risposte scopro che illuminata cumme sei diventata sai “peddunà” anchi me piena de joia? Me pari tale e quale a qual’eri n’anno fa. Allura, o se dice era na bubbarola der momento, credevo d’avè “peddonato” e invecie l’aveo sparata tanto per riempì er blogghe – ciuè s’ammette KIARA-MENTE che se prende per er culo la jente chi lejje – oppure ce se attacca all’incattivimento di chi non te dice quanto sei bbòna, quanto sei dolce, quanto sei cara, quanto sei tutto quello che vòi sentitte dì. Devi fà come pe’ li uroscopi se non voi che uno te rompa li cujoni. Prima devi premette: scrivo solo bubbolate, nun c’è niente de vero, c’ho voja de indottrinà tanto per passà er tempo, faccio solo finta de credecce alle cose che scribo.
    Sarò anche strunzetto, ma nun so cojunetto. E se na volta all’anno provo na miseria de joia, che te la vengo a raccuntà dulcemente a te? che nun distingui un tordo da un pikkio?
    E poi chi ha detto che de joia dobbiamo esse’ pieni DI FRONTE ALLI ARTRI per esse sulla justa via?
    Nun ci è un’artra solitaria via che nun te dava sicurezze? quella der turmento, della fatica, della sufferenza nel ricercà la verità?
    Ché devo solo dimostramme dulce di frunte a te pecché sennò vai a piagne sotta ar letto o pecchè se me dimostro incazzato sur tu blogghe cun te nun ho capito un cazzo der peddono nella vita?
    Ma per favò datte na svejjata e scrivi le cose come stanno na bbona volta. Ché voi sapè te de quello che avrebbero fatto li artri, che nun sai neanche rajonà per conto tuo, che tre lustri fà c’era l’internette pe’ tutti? E te che ne sai delli artri che so’ morti? Vorresti sapè, ma nun sai na pikkiarola e fai discorsi tu pe’ li artri senza sapè se so’ d’accoddo o no. Parla umimmente pe’ te, nun pelli artri. Che nun ce se casca.
    Nun ce ne frega un cazzo se c’hai da fà o se sei in diritto de scrive bubbolate varie, ce interessa la verità, nui siamo qui pe’ questo e a questa ce diamo con tutti noi stessi, anche a costo de rimanè fregati, anche a costo che l’omo ne esca male, basta che ce se ricordi che noi quando c’era da cercalla l’abbiamo cercata in tutti i modi, leciti e no, per sentieri dove nessuno andava a ceccalla.
    L.
    Arridatece li sofficini antistitichezza, dell’arti cibi nun ne volemo sapé.

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  23. flalia ha detto:

    Lockwood: ho sempre risposto ai tuoi commenti, ora però basta. Ho sempre risposto a commenti critici su quello che scrivo (non solo i tuoi), ma un conto è esprimere civilmente un dissenso su un contenuto di un post, un conto è scrivere solo per provocare, per giudicare me come persona, usando toni da bullo. Potrei impedirti di commentare con un clic ma non lo farò, penso che ognuno sia libero di ridicolizzarsi come vuole. Quindi scrivi pure i tuoi sermoni e le tue verità assolute dal tuo sacro pulpito (e poi vieni a fare la predica a me sulla verità! :-O), se vuoi, ma non aspettarti risposte. Non parlo con i fanatici, perché non so come altro definire una persona che perde tanto tempo a leggere ossessivamente un blog che disprezza (compresi i post arretrati) e a scrivere (perdendo ulteriore tempo) prediche e moralismi elaborati e allucinati. Per me il blog è e resta un piccolo spazio ludico nel quale scrivere quello che mi va, non intendo farmi condizionare da un bullo e ho anche altro a cui pensare, salute compresa. Poi, stai calmo: questo blog lo leggeranno sì e no dieci persone adulte e vaccinate, che penso sappiano riconoscere l’ipocrisia, e rispetto a cui, non conoscendole di persona, non ho alcun interesse a mostrarmi santa e degna di ammirazione, come sembri credere. Sai, non è che per non essere ipocriti occorra per forza offendere gli altri. E con questo, per me il discorso con te è chiuso.

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