I nostri litigiosi 25 aprile

Rattazzi

[Nella foto: una giovane staffetta partigiana fotografata con la sua fedele bicicletta: sarei stata capace di essere al suo posto, se fossi vissuta allora?]

Fin da quando ero piccola, le storie relative alle due guerre mondiali, alla vita sotto la dittatura fascista e alla resistenza contro l’orrore nazifascista, mi hanno sempre appassionata. Soprattutto quelle raccontatemi a voce dai parenti anziani e dai vecchi del quartiere, uomini e donne che avevano vissuto in prima persona, giovani adulti o ancora ragazzini/e, quegli anni tremendi. Mi è sempre piaciuto anche studiare le stesse vicende sui libri, e Le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea è uno dei libri che mi hanno molto segnata, nel corso della mia formazione come cittadina, oltre che come persona. Ci aggiungo sicuramente anche le testimonianze raccolte da Nuto Revelli, altre pietre miliari per me. Tutte queste vicende non sembrano poi così lontane, in realtà sono inscritte nella memoria visiva, oltre che in quella orale, del territorio in cui vivo, per certi versi ci sono cresciuta dentro. Vicino a casa mia c’è da un lato il cimitero dei polacchi e degli inglesi (cioè i soldati alleati che entrarono a Bologna per liberarla, morirono per noi e sono sepolti qui; questa cosa fin da piccola mi ha sempre fatto molta impressione, perché sono soldati morti per noi e restano sepolti in una terra straniera), dall’altro ogni due passi c’è un cippo con su scritti i nomi dei partigiani caduti per la libertà in quel punto esatto. Quando andavo a scuola ne incontravo due, oggi per andare in casa editrice ne incontro un altro. E quante sono le lapidi che nelle strade del centro rimandano ad analoghi elenchi o ricordano che in quel punto avvenne la tal battaglia o il tale eccidio!

Mi sono sempre chiesta se, se fossi vissuta allora, sarei stata capace di fare la scelta giusta. Non un dissenso silenzioso, ma una resistenza attiva, a rischio della mia vita. Conoscendomi per come sono ora direi di sì perché per me la vita ha senso solo se hai dei valori grandi per cui potresti anche sacrificarla, però è anche facile dirlo stando davanti a un pc. Tra i miei parenti da parte di padre, diversi ne furono capaci e divennero partigiani. Invece i miei parenti da parte di madre erano in parte fascisti, in parte disinteressati, che era come dire fascisti ma “passivi” (sto parlando ormai di nonni/e e bisnonni, prozii/e, molti dei quali ormai morti).

Per questo, il 25 aprile a casa mia è uno stress. Mia mamma quando era piccola sentì dire da suo nonno che i partigiani erano i responsabili indiretti delle rappresaglie contro i civili (nella nostra regione, come in buona parte del Nord Italia, ci furono eccidi atroci da parte dei tedeschi, che ancora oggi restano una ferita aperta, e stragi spropositate). Da allora questa cosa le è rimasta incisa nella testa. Sapete come accade da piccoli: si orecchiano discorsi e si prende per oro colato tutto quello che esce dalla bocca degli adulti. Certe cose, è vero, ti restano più impresse di altre e sono davvero difficili da abbandonare, anche di fronte all’evidenza. Ammettere che anche i propri genitori possono avere torto è un passo così grande che compierlo è davvero complicato. Ciò non toglie che ormai, alla sua età, mia madre dovrebbe essere in grado di distinguere tra quella che era pura propaganda ideologica (cioè una balla fascista) e quella che è la verità storica. Tanto più che ormai sono passati più di 60 anni. Lei, nata negli anni ’50, era ben lungi dal venire al mondo quando succedevano quelle cose, non ha neanche la scusa di essere stata emotivamente coinvolta, come poteva averla suo nonno, che dopo la guerra ha perso tutto. E così, morale della favola, anche oggi ho dovuto sopportare l’annuale litigio tra mio padre e mia madre sul senso del 25 aprile (gli altri anni partecipavo attivamente anch’io, rovinandomi la digestione, ma quest’anno sono stata capace di tenermene fuori, mettendo su un po’ di buona musica rock e alzando il volume onde coprire le urla dei genitori in guerra, tanto ormai le posizioni sono chiare e nessuno cambierà idea). Il litigio non verte ovviamente sul fascismo – mia madre non è fascista e concorda sul fatto che sia giusto festeggiare la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista – ma sulla bontà o meno dei partigiani: per mia madre dobbiamo ringraziare solo gli americani (e i loro alleati) per la liberazione del nostro paese, invece per mio padre, oltre agli americani, anche quei cittadini e quei militari italiani che si sono opposti ai fascisti e hanno lottato per il loro paese, anche ricorrendo a mezzi offensivi logicamente. Io sono d’accordo con mio padre anche se questi litigi mi sembrano una cosa da pazzi. Io non le capisco queste polemiche, quindi lasciamo perdere i miei genitori (che all’epoca dei fatti in questione non erano neanche nati) e le loro famiglie e parlo per me.

Io sono forse una povera pivella che, quando in quinta elementare la maestra spiegò il Risorgimento e le lotte per l’unità d’Italia, ho provato un’emozione e sono diventata patriota, patriota infervorata di Garibaldi e Mazzini e Cavour e di tutte le problematiche connesse all’unità d’Italia. Io che avevo la fissa dei romanzi d’avventura e delle grandi epopee, mi sembrava un po’ il nostro West.  Ho avuto questo imprinting, l’idea che uno deve amare il suo paese (ero, sempre in quinta elementare, una fanatica del libro Cuore, c’è stato un periodo in cui parlavo come Bottini e De Rossi e mi sentivo molto Garrone). Allora poi la Resistenza per me è stata la continuazione del voler bene al proprio paese al punto da esporsi, lottare e morire, ma non solo per un patriottismo stracco, ma in nome di un’idea di giustizia e di valori che dovrebbero fare parte proprio del nostro DNA e della nostra storia comune. Quindi non solo sono grata ai resistenti ma sono anche fiera che il nostro paese, pur dopo venti anni di dittatura, ne abbia prodotti. Sono i padri della nostra democrazia, cosa possiamo dire di male? Il fatto che ci siano stati talvolta degli eccessi non inficia l’importanza di un fenomeno così importante.
Per me il significato del 25 aprile sta nel chiedersi sempre se anche oggi siamo disposti a esporci e se saremmo pronti a pagare in prima persona per difendere dei valori forti e comuni, nel caso ce ne fosse bisogno. È l’importanza del saper “prendere parte” anziché restare a guardare il corso degli eventi; la lucidità e l’onestà di riconoscere che di fronte a certi scenari, esistono scelte giuste e scelte sbagliate; l’una non vale l’altra, anche se è importante capire le motivazioni di entrambe le scelte. Perché anche se situazioni così tragiche come quelle di allora non ci capiteranno (speriamo) più, è sempre importante stare allerta e pronti a difendere quei valori che, grazie al sacrificio di uomini e donne giusti, hanno poi potuto essere scritti nero su bianco sulla nostra bella Costituzione. Mi sembrano banalità, ma siccome in giro c’è gente (soprattutto giovani) che non sa neanche cosa si festeggia oggi, meglio una banalità in più che una reticenza. Meglio anche i litigi in casa mia: se non altro fin da piccola ho avuto ben chiaro cosa si festeggiasse in questa data!


Buon 25 aprile!