Perdermi m’è dolce in questa mappa

La premessa è che io sono un essere umano sprovvisto di orientamento né mi è mai interessato di migliorare tale lacuna perché vivo benissimo così, come vivevo benissimo miope e senza occhiali. Mi piace perdermi, è il mio modo di muovermi e anche il mio modo di visitare i posti, le città. Anche perché “tutte le strade portano a Roma” è il mio motto, la cui veridicità è confermata dalla mia esperienza: riesco sempre a raggiungere la mia meta anche andando un po’ a casaccio, cioè basandomi sulla direzione, come i pionieri nel vecchio West, di cui in effetti sono una fan. Il mio livello di perdizione è tale che non sono capace di orientarmi nemmeno con una cartina in mano, anzi di solito è proprio con la cartina che mi perdo di più; ho grossi problemi perfino col “Tuttocittà” e ce ne vuole a non saper leggere bene le piantine del “Tuttocittà”, lo so. Non consigliatemi il navigatore perché mi muovo in bici o a piedi e perché, appunto, perdermi e brancolare per lande sconosciute non mi dispiace affatto. Credo che tutto ciò rientri in quel lato del mio carattere che si è formato – come normalmente accade – attorno ai due anni d’età e tale mi è rimasto: il mood del Voglio Fare a Modo Mio.

Pertanto, non mi ci vedevo molto bene con bussola e cartina, a praticare Orienteering (cos’è e cosa non è – per es.non è una caccia al tesoro – lo trovate qui e nei link in rosso nella suddetta pagina). Però oltre a essere curiosa, da poco più di un anno conosco colui che, per rispettare la sua privacy, chiameremo il Capo (dell’Orienteering), una persona molto simpatica e soprattutto molto tenace (e paziente) quando si tratta di Orienteering; essendomi affezionata a lui ho cominciato a vedere di buon occhio anche il suo sport. Meno male non ho conosciuto un esperto di bungee jumping o lotta libera se no a quest’ora mi starei lanciando da un picco o medicando un occhio nero; della serie “Zelig mi fa un baffo”. Un po’ per questo ma soprattutto perché la mia amica Anto voleva provare, ecco che venerdì pomeriggio ci siamo ritrovati ai Giardini Margherita in tre amiche più lui, il Capo, e un suo collaboratore, per un giretto di prova. Io addirittura mi son trovata in mano, oltre alla cartina del Parco, non una ma ben tre bussole, e a parte un primo brividino di disagio non ho fatto una piega. Anzi, sarà che eravamo tra amici, sarà che i parchi sono il mio locus amoenus assoluto, ma dopo un po’ che sgambettavamo ho cominciato a familiarizzare coi segni della cartina (tutte le cartine di Orienteering utilizzano segni convenzionali che sono gli stessi in tutto il mondo e quelli che ho imparato per primi sono: un cerchietto verde indica un albero isolato; un cerchietto azzurro indica un oggetto particolare, per es. un cestino della spazzatura; un ovale verde scuro indica un tratto di vegetazione non attraversabile, per es. un cespuglio. Lo dico perché da allora quando cammino per strada non vedo più cestini o alberi ma solo cerchietti azzurri o verdi). Auto-osservando la mia mente nel suo essere messa al lavoro su questa esperienza nuova, mi ha sorpresa il modo in cui da un iniziale caos e disorientamento nel cercare di riscontrare una corrispondenza tra il paesaggio concreto che mi circondava e dei simboli astratti sulla carta, a poco a poco e grazie alle spiegazioni del Capo tutto ha cominciato a chiarificarsi e appunto quel cerchietto sulla carta era evidentemente quell’albero alla mia sinistra e così via. Già il giorno dopo mi veniva spontaneo leggere il paesaggio traducendo ciò che vedevo in simboli, secondo la legenda appresa il giorno prima.

Altri motivi per cui tutto sommato questo sport comincia a interessarmi si ricollegano direttamente a quel mio Voglio Fare a Modo Mio. Questo è uno sport che puoi viverti un po’ come ti pare. Hai un percorso prescritto e devi arrivare al traguardo essendo passato per tutti i punti segnati sulla mappa che ti viene consegnata alla partenza, ok: ma il tuo percorso, intanto, non è uguale a quello dei concorrenti che partono prima o dopo di te (per non condizionarsi o copiarsi lungo la gara): è il tuo e te lo devi risolvere tu; cercare di seguire o imitare gli altri può essere solo dannoso. Inoltre, sulla cartina sono segnati i traguardi intermedi (contrassegnati nel percorso dalle lanterne – degli affari bianchi e arancioni con attaccato il punzonatore che serve per marcare sulla propria mappa o cartellino il passaggio per quel punto) e la sequenza da rispettare, ma il percorso per raggiungerli lo scegli tu, leggendo la mappa e il terreno e ragionando su quale sia la via più efficace, che non sempre è quella apparentemente più breve. Non solo: puoi gareggiare con spirito di agonismo, per vincere, e allora correrai a testa bassa tra un punto e l’altro, senza fare caso al paesaggio nel quale ti trovi; ma puoi anche decidere di viverti la stessa gara in modo rilassato, soffermandoti lungo il percorso ad ammirare un panorama, a chiederti il nome di un albero o a spiare un cerbiatto nel bosco. Insomma sei libero. Ecco perché, nonostante l’iniziale diffidenza, le mie barriere hanno cominciato a cedere. Anche le mie amiche si sono entusiasmate e il 18 novembre ci iscriviamo alla gara di Bologna. Armate di mappe cercheremo di orientarci nel centro storico della nostra città, e sarà curioso esplorarlo in un modo diverso da quello con cui solitamente calpestiamo quelle strade e quei marciapiedi. Ho già comprato la mia bussola. Io, l’esperta del disorientamento, ora sono fiera detentrice di bussola…

Eccomi qui immortalata nel mio momento preferito: il punzonamento! In mano ho la mappa e quel “coso” a cui è attaccato il punzonatore è la “lanterna”.

Che questo sport mi conquisti o resti solo un passatempo cui dedicarsi ogni tanto, per l’ennesima volta devo riscontrare quanto bene faccia alla mia mente il provarsi in esperienze nuove per il semplice fatto che siano nuove, ignote, inesplorate. Siccome sono un tipo abitudinario faccio sempre una gran fatica a lanciarmi in qualcosa che non conosco… ma non mi è mai successo di tornare pentita, dopo, perché anche quando mi butto e le cose vanno male o la novità non mi convince, ne esco sempre con la soddisfazione di avere imparato qualcosa; anche dagli errori. Uno dei miei obiettivi è proprio quello di mettermi alla prova ancor più di quanto stia comunque già facendo (è da un po’ che ho iniziato a perseguirlo e realizzarlo) perché sono davvero sempre più convinta, con Antonio Scurati, che oggi “l’esperienza è la nuova forma di indigenza”. E invece fare esperienza non è niente più e niente meno che vivere. Se poi l’esperienza la fai con i tuoi amici o attraverso essa ne scopri di nuovi, il tutto è ancora più bello, la vita è ancora più vita.