Manchester by the Sea

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[Non ci sono spoiler. Chi avesse visto il film è pregato di comunicarmi se si trova concorde o meno con la mia interpretazione. Ho notato infatti che i recensori sia italiani sia americani danno in genere una lettura molto più pessimistica rispetto alla mia.]

Appena entrate in sala ci ha accolto la pubblicità di un’agenzia di onoranze funebri (non credo mi sia mai capitato prima in un cinema!), il che ci ha fatto sorridere. Dopo la visione del film quel preambolo pubblicitario è parso invece decisamente appropriato.
Manchester by the Sea è un film duro, quel classico film che girato in Italia diventerebbe un melodramma familiare mentre invece un solido retaggio puritano lo rende una tragedia misurata e intensa, puntellata tra l’altro da notevoli inserti di humour nero utilissimi ad allentare la tensione e mantenere il dramma nei ranghi di un accurato understatement.
È la storia di una lunga, cupa e infinita espiazione che però non impedisce al protagonista di restare in contatto con la vita e i sentimenti, quelli di un giovane che sta letteralmente sbocciando. Se infatti il protagonista, Lee, la cui vita è stata irrimediabilmente segnata da un evento terribile e da una colpa gravissima, condanna irrevocabilmente se stesso a un’esistenza senza più possibilità di gioia, significato o redenzione, è capace nonostante tutto di non trascinare altri in questo tunnel che riserva solo per sé.
Tornato nel paese d’origine a causa della morte del fratello e trovatosi inaspettatamente tutore del nipote sedicenne, Lee riuscirà a stare accanto al ragazzo, a prendersene cura ed essere un riferimento per lui fino a rispettarne la volontà e sistemare le cose affinché il nipote possa continuare a vivere in quel paesino affacciato sull’oceano nel quale è racchiusa tutta la sua vita e ogni cosa che gli è cara.

Ho trovato rappresentato in modo davvero convincente e toccante questo rapporto tra zio e nipote, che rappresenta l’unico tenace filo che non si spezza e tiene insieme una vita che per il resto è stata completamente stravolta e rimescolata dall’evento clou, interrotta ferocemente e spezzata in un prima e in un dopo. L’amore per il nipote (e la capacità di Lee di continuare a provarlo nonostante il gelo che per il resto avvolge la sua vita) è l’unica cosa presente in quel prima che resta in quel dopo.

La bellezza del film è data anche dal modo in cui la storia è raccontata, in particolare attraverso frequenti flashback, inserti efficaci che a poco a poco, tassello dopo tassello, illuminano la vita di Lee e aiutano lo spettatore a interpretare e capire le sue attuali scelte, il suo carattere, i suoi atteggiamenti, rendendolo sempre più umano, sempre più vicino.
Ho apprezzato molto la colonna sonora, che ho trovato in perfetta linea con il tono emotivo della narrazione, e spettacolare la fotografia, che sostiene e amplifica la recitazione degli attori e ti fa anche venire voglia di mollare tutto e partire per il New England.


Pessimismo cosmico in prima serata

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Plaisir d’amour ne dure qu’un moment,
chagrin d’amour dure toute la vie.

Il film comincia e finisce con una fotografia di famiglia ma le persone in posa, tranne quella al centro che nella prima fotografia era un neonato e ora compie ottant’anni, sono cambiate perché generazioni sono passate, altre sono arrivate ma la Famiglia rimane.

Quando guardo questo film di Ettore Scola ‒ “La famiglia” – e lo guardo tutte le volte che viene trasmesso in tv, perché evidentemente mi piace, provo sempre quel po’ di tristezza, nostalgia, rassegnazione e nervosismo ma ogni volta distribuite in dosi diverse. Per esempio l’ultima volta avevano prevalso la tristezza e la malinconia e sul finale ero scoppiata a piangere come una povera derelitta. Stasera fino a un certo punto è stato il nervosismo a guidare la carretta delle emozioni: il nervoso nel vedere il protagonista (interpretato da Vittorio Gassman, sempre ottimo nel ruolo dell’antipatico) stare perennemente nel mezzo: non si espone mai in politica (mentre il fratello si arruola, va in guerra e tornerà menomato nella psiche e il cugino, sul fronte opposto, morirà volontario nella guerra di Spagna), non si espone nei sentimenti (sposa una donna, Beatrice, pur amando per tutta la vita la sorella di lei, con la quale però non è mai felice), domina silenziosamente tutti quelli che lo circondano e ha anche il coraggio di fare a tratti la vittima. Tuttavia verso la fine del film, durante l’ennesimo litigio con Adriana, la donna-mito amata/odiata, il nostro Carlo se ne esce con una grande verità, seppur detta alla donna sbagliata: e cioè che senza la moglie (che nel frattempo, poveretta, è pure morta) niente sarebbe stato costruito, non ci sarebbe stato niente di buono nella sua vita, niente famiglia, niente figli, niente affetti, niente equilibrio, solo vuoto ed egoismo. Nessuna Adriana, nessuna grande passione può essere più forte e autentica di quel che un matrimonio di anni (per quanto senza grandi emozioni) riesce a mettere in piedi. E infatti è grazie a queste unioni, felici o infelici che siano, che la famiglia (cioè il mondo) va avanti. È la forza della natura e della storia che prevale sul singolo, a meno che il singolo non sia così forte da resistere ma a rischio di condannarsi alla solitudine e all’isolamento, come osserva Adriana stessa.

E poi, perché mai resistere?

Adriana è cosciente di tutto ciò e vive con saggezza questo sentimento dal quale infatti sa tenere le distanze. Peccato vi siano tante “Adriana” molto meno risolute e più romanticamente ingenue, alle quali questo concetto non è affatto chiaro e che, inseguendo una felicità illusoria, si condannano da sole a un’infelicità molto concreta.

Resta il fatto che questo film, più lo vedo più lo trovo tremendamente pessimista. Non si salva niente e nessuno. Non c’è il buon Antonio di quel capolavoro che è “C’eravamo tanto amati” (lui, un uomo medio sì ma non mediocre e anzi l’unico che con la sua pragmatica dirittura si salva in quel contesto) né per contro la forza di vivere i sentimenti di un altro film di Scola che amo tanto e che si chiama “Passione d’amore” (tratto da “Fosca” di Iginio Ugo Tarchetti).
C’è solo un cupo corridoio nel quale si nasce, si vive di velleità e si viene spazzati inesorabilmente via mentre ci sarà sempre qualcun altro a prendere il nostro posto davanti a un obiettivo freddo e indifferente.


Il sorpasso

Lo so, è assurdo; ma ho cominciato per ben due volte a guardare il film Il sorpasso e non riesco a reggere più di mezzora di film di seguito perché quel maledetto suono di quel maledettissimo clacson, che Gassman suona praticamente sempre, mi fa diventare letteralmente nevrastenica. Mi punge il cervello, mi fa friggere il sangue, mi fa fare dei salti sul divano, mi fa sobbalzare il cuore… mi innervosisce, OK??? Roba che durante la visione del film mi è squillato il telefono e io ho risposto un “pronto” così nervoso e infuriato che il povero malcapitato si è preso paura. Ma non lo trovate un suono insopportabile? Non a caso, mentre digitavo nel motorino di ricerca di You tube le parole “Il sorpasso” (proprio perché cercavo degli spezzoni in cui ci fosse il clacson, da mettere nel mio post per chi non conoscesse il film), tra i suggerimenti di “completamento frase” suggeriti da You Tube c’era proprio “il sorpasso clacson”! Sentite dunque che amabile suono percuoterà i vostri timpani per 102 minuti di film:

Il risultato è che sto guardando quel film a spezzoni di mezzora sparsi in momenti diversi della giornata, possibilmente in momenti in cui sono calma. Che nervi!!! Che poi… ora so che dirò un’eresia… ma anche mettendo da parte il clacson (cosa impossibile), c’è che a me Gassman come attore mi è antipaticissimo. Non so che farci, lo so che è un “mostro sacro” ma la mia è un’antipatia “a pelle”. Sarà che finora in tutti i film che ho visto con lui protagonista interpretava sempre personaggi insopportabili, boriosi, arroganti o cinici, disillusi… Ma per interpretare così bene tutti questi personaggi odiosi… sarà mica che ci aveva le physique e anche le caractère du rôle? E comunque, ultimamente me lo trovo dappertutto, anche perché sto guardando tantissimi film di Ettore Scola – eccezionali! – e lui c’è praticamente in tutti!

Piccola nota: ultimamente si è aggiunta un’ulteriore attività a quelle che già riempiono la mia piccola vita e sto cercando di prendere il nuovo ritmo; l’aggiornamento del blog ne risente parecchio ma conto che, una volta adattatami al nuovo andazzo, riuscirò a far rientrare nel mio tempo anche tutte quelle attività che al momento sto sacrificando. Se consideriamo che io non sono MAI stata brava a organizzare il mio tempo in modo ragionieristico, anzi sono una cultrice dei tempi morti che ti ammortizzano lo stress tra un’occupazione e un’altra – e al momento questi tempi morti mi sono letteralmente spariti da un giorno all’altro – direi che me la sto anche cavando bene. Cioè, sinceramente, conoscendomi, pensavo di arrivare esaurita già alla fine della prima settimana e invece sono qui tutta bella arzilla, quindi… mi complimento con me stessa!


Io, Gene e la nefasta Nuvola Grigia

I love You, Gene

(il testo della canzone dedicata al mitico Gene lo trovate qui)

E dire che miriadi di sociologi e massmediologi ci avvertono da anni: la tv fa male. Ma noi continuiamo ad accenderla. Poi non lamentiamoci se ci vengono i traumi. Al limite sfoghiamoci con un post! Ebbene sì: stanotte ho passato una notte d’inferno per colpa di una tal Roberta Petrelluzzi, di cui fino a ieri sera non conoscevo neanche l’esistenza.

Ma procediamo con ordine: il 2 gennaio mi sono innamorata di Gene Hackman. Non è che prima non lo conoscessi, ovvio; ma non mi era mai scattata la scintilla. Per me, era un attore come tanti (sciocca e cieca che non ero altro; come ho potuto?!). Ma il 2 gennaio, appunto, ho preso in biblioteca uno dei pochi film di Woody Allen (che è il mio Mito Assoluto in campo cinematografico e non) che ancora non avevo visto: “Un’altra donna”; e in questo film ci sono un paio di scene d’amore – due semplici baci sulla bocca, niente di hard –  anche abbastanza rapide, con Gene Hackman e Gena Rowlands.

E così, mentre Gene baciava Gena – la quale, probabilmente già sotto l’influsso di Santa Cunegonda, osava resistergli perché doveva sposare un altro tipo, cosa di cui si sarebbe poi largamente pentita e allora, ma troppo tardi!, avrebbe rimpianto aspramente il buon Gene –, sì insomma, mentre Gene baciava Gena che gli resisteva, sono caduta innamorata io. Perdutamente.

Pertanto, da brava monomaniaca seriale quale sono, il passo successivo è stato fiondarmi – in preda ai languori ma anche a quella rigorosa e scientifica determinazione che comunque mi pertiene – su internet e, attraverso il sempre-sia-lodato catalogo Opac, individuare tutti i vhs/dvd con Gene Hackman presenti in tutte le biblioteche di Bologna e provincia. Dopodiché, montata in sella al mio fedele destriero e del tutto incurante delle incombenze cui avrei dovuto dedicarmi (del tipo leggere tre o quattro libri e impostare una ricerca importante cui devo lavorare), ho setacciato tutte le suddette biblioteche procurandomi buona parte del bottino ambìto che tuttora troneggia disposto in totemica pila sul tavolo del mio salotto. Ed è così partito il “ciclo Gene Hackman”: ogni sera un film. Ogni sera, dal 3 gennaio, dopo avere assolto durante il giorno ai miei doveri e dopo avere cenato, io mi spalmo comodamente sul mio divano, inserisco un dvd, spengo le luci in sala e mi godo due ore di Gene Hackman, passando imperturbabile da capolavori del cinema a filmetti di pura cassetta come se niente fosse; l’importante è che ci sia Gene.

Ieri sera era la volta de Il braccio violento della legge, bel film, soprattutto se vi piacciono gli inseguimenti-con-sparatorie-nella-Città-Violenta lunghi anche una ventina di minuti (a me piacciono parecchio, soprattutto se c’è un senso dietro) e i poliziotti tipo ispettore Callahan (qui in una variante ancor più sul tipo del dannatamente perduto), quelli che sembrano gli unici dotati di pistola & senso della giustizia – pur vissuto in modo ossessivo-compulsivo – nel bel mezzo di una melma anomica immane e senza confini costituita da tutti-gli-altri, dotati solo di pistola. Bel film, dicevo, ma adattamento italiano schifoso; due esempi tra tutti: invece di dire “Tu sei del Bronx” dicono “di Bronx” – più volte –, come se “Bronx” fosse un paese e non una circoscrizione di New York (nel 1971 qui nella provincia Italia non si sapeva cosa fosse il Bronx?). E il personaggio di Gene, che in lingua originale viene soprannominato nel film “Popeye”, nella versione italiana è chiamato “papà”. Cioè vi rendete conto? Da “Popeye” a “papà”! Ma che senso ha? Di solito, quando mi accorgo di tali scempi, metto il dvd in lingua originale con i sottotitoli italiani se solo in originale non riesco a seguire bene; ma questa era una videocassetta, quindi mi son tenuta l’adattamento pessimo.

Ma io non volevo scrivere un post su Gene Hackman. Io volevo dire che ieri sera quando il film è finito e stavo aspettando che la videocassetta si riavvolgesse, nel frattempo era rimasta la tv accesa, che era casualmente impostata su rai tre. E io – che quando finisco di vedere un film mi sento sempre un po’ stranita, un po’ in una dimensione a metà tra quella del film in cui ero calata e quella della dura realtà in cui vivo e a cui lentamente mi tocca tornare – me ne stavo lì sul divano ad aspettare la fine di questo riavvolgimento del vhs e non mi accorgevo bene delle immagini che nel frattempo mi passavano davanti sullo schermo; stavo ripensando infatti a quel tipo che nel film aveva ucciso un sacco di gente a caso e del tutto inutilmente perché poi Gene lo aveva raggiunto e giustiziato; e mi dolevo per queste morti inutili (tra cui una giovane mamma con passeggino) benché fossero solo comparse in un film; finché in questa nube filmica in cui restavo immersa hanno cominciato a trapelare le voci della realtà, nella fattispecie quella di una signora di una certa età e dai capelli a forma di nuvola grigia che vedresti bene a giocare a burraco con le amiche sorseggiando un tè e da cui mai ti aspetteresti invece di udire cose tipo: “Cadaveri dei genitori messi in due sacchi della spazzatura” né ti aspetteresti di vederti lampeggiare davanti agli occhi così, a tradimento, le fotografie di questi due sacchi con dentro due persone – due genitori – e subito dopo il primo piano del figlio ventenne sospettato di averli uccisi e inquadrato mentre è sotto processo. E la cosa sconvolgente è che, come in una sorta di reality giudiziario (della serie Il Grande Processo), veniva trasmesso il processo a questo ragazzo in una regolare aula di tribunale, solo che ogni volta che l’imputato o i vari testimoni, interrogati, pronunciavano la parola “sacchi della spazzatura”, il regista staccava e ti mandava in onda a mo’ di flash quei due sacchi della spazzatura con dentro due genitori, posizionati sul pavimento verde di una camera da letto ordinatissima. Ho cambiato subito canale a caso e i miei occhi sono stati aggrediti dagli sbrilluccichii di Milly Carlucci circondata da presunte Stelle ballerine. Ma Milly con la sua vocina ciarliera e squillante non è riuscita a tranquillizzarmi né l’orchestra che suonava la samba. Continuavo a vedere nel mio cervello quei due sacchi, alternati agli occhiali da vista del ragazzo presunto assassino, e al suo sguardo.

Andare a letto è stato un dramma… mi sono tornate tutte le paure che avevo da piccola e anche più avanti quando mi trovavo da sola in casa; ed era un’ora troppo tarda per chiamare qualcuno al telefono. Da un momento all’altro mi aspettavo di trovarmi davanti i fantasmi invendicati di quei due genitori, arrabbiati con me perché li avevo oltraggiati guardandoli in tv. In pratica ho tenuto accese tutte le luci e la radio mentre mi lavavo i denti e mi preparavo e poi, al momento di infilarmi nel letto, ho spento le luci e fatto una corsa sbattendo contro ogni spigolo come non mi succedeva più da tanto tempo. Lo sapevo che era irrazionale – non sono completamente folle – ma a me di notte la razionalità cade un po’. Di giorno sono coraggiosissima!

Ma dai, cretina! – mi dicevo – È da almeno tre sere che non fai altro che vedere morti ammazzati in tutte le salse; solo stasera ne hai visti a decine; ieri sera hai assistito a torture e alla distruzione di intere baracche di neri ammazzati nel Mississippi e la sera prima hai assistito ad altri brutali omicidi nel Pentagono e hai dormito sonni tranquillissimi, sereni e innamorati. Ora perché hai visto due sacchi della spazzatura con dentro due cadaveri devi farti venire tutto ‘sto patema che neanche a cinque anni d’età…?

Eh sì, sì. Tutti quei morti ammazzati nei film sono finzione; mentre quei due sacchi sono realtà. Inoltre la mancanza di rispetto con la quale quei due poveri genitori sono stati sbattuti (con fotografia di quando erano vivi – oltre che di quando erano morti –, nome, cognome, indirizzo e biografie) alla mercè di tutti in seconda serata per me è violenza pura, totale, incomprensibile (non capisco davvero che senso e utilità possa avere quella morbosa trasmissione, si chiama “Un giorno in pretura”). Ho anche pensato che ho passato l’adolescenza e non solo quella a guardare e leggere film e fumetti horror ma gli unici incubi che ho avuto e che ho sono quelli procuratimi dai telegiornali (dopo l’11 settembre ho sognato incendi per un mese, per non parlare di teste decapitate o degli incubi dopo le stragi compiute da psicopatici tipo Casseri).

E poi c’è chi condanna i film violenti. Ma datemi Gene Hackman e la Città Violenta tutta la vita, piuttosto!

[E d’ora in poi quando guardo un film, tv sempre impostata su Boing o rai Yo Yo, così non corro pericoli di traumi una volta spento il videoregistratore/lettore dvd!]