Le case degli altri

londonPiù o meno in ogni città si può visitare la casa di qualche “personaggio illustre” del passato. Qui a Pesaro c’è la casa di Rossini. Di case di Mozart vi è un’inflazione (io ne ho visitata una a Praga). Chissà poi se a tutti questi illustri avrebbe fatto piacere sapere che tanti estranei si sarebbero aggirati tra le loro stanze; magari, sapendolo, prima di morire le avrebbero organizzate secondo una precisa intenzione: di burla o invece solennemente autocelebrativa, a seconda del carattere. Un po’ come quando, un paio d’anni fa, il domenicale de “Il Sole 24 ore” chiese ai lettori di inviare alla redazione le fotografie delle loro scrivanie e queste foto – che i lettori inviarono a iosa e, in questo caso, con intenzioni molto seriose nei propri confronti – mostravano quasi solo scrivanie disordinatissime, ai limiti della fruibilità; disordinate ad arte, in base alla diffusa quanto fallace convinzione per cui: disordine = genio creativo. E ci auguriamo che le loro mamme non abbiano visto quelle foto, che poi sono state pubblicate dal giornale. Così io, che non ho il feticismo né delle case né delle scrivanie, sorridendo voglio omaggiare il caro Jack London che, nella testimonianza di Edmondo Peluso, “siccome gli era fisicamente impossibile restare a lungo chiuso, lavorava all’aria. La mattina presto partiva a cavallo. Si portava dietro un macchina da scrivere portatile, una sedia pieghevole, un tappeto e il pasto. Quando aveva trovato un posto che gli piaceva, un prato assolato, o uno spuntone su un canyon dalle pietre multicolori, stendeva il tappeto all’ombra di un eucaliptus, di un cedro rosso o di qualche sequoia gigante. S’imponeva ogni giorno un compito preciso. Schizzava in fretta i punti che intendeva sviluppare e poi, alla macchina da scrivere, svolgeva il tema.”