Di ritorno

E rieccomi qui, di nuovo in questa landa dissestata e fumogena che si chiama Bologna. Stavolta, per restare. Per me, abituata da sempre a due mesi di villeggiatura al mare, agosto in città è un’esperienza inedita, sono proprio curiosa di conoscere l’agosto bulgnais, intendo spassarmela alla grande, che si sappia! Il luglio riccionese è stato striminzito ma intenso, soprattutto canterino e ballerino; nei prossimi giorni racconterò le mie esperienze tra liscio e rock’n roll, quest’anno mi sono proprio lanciata e mi sono divertita da morire; del resto, ho il ritmo nel sangue e non vedo perché reprimerlo, no?

Ora devo un attimo riabituarmi allo smog bolognese; incredibile la sensazione di soffoco non appena sono uscita dalla stazione con la mia fedele bicicletta per tornare a casa: mi sembrava di essere entrata in una camera a gas. E dire che non provenivo dalla cima di un monte a tremila metri, ma da Riccione, dove i gas di scarico non mancano di certo, anzi fanno parte dell’atmosfera. Insomma, benritrovata Bologna, ma, come sempre, da sempre e per sempre:

RICCIONE (E ROMAGNA TUTTA): TI AMO.

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Abbasso la fi.GA

orig_C_2_articolo_1000691_listatakes_itemTake0_immaginetakeQui a Riccione siamo reduci dalla Notte Rosa, una lunga notte a carattere dionisiaco che dura da venerdì alla domenica della prima settimana di luglio, con lo scopo principale di uscirne vivi. Quest’anno la notte rosa è stata particolarmente partecipata, alla faccia della crisi. E io, che volevo solo mangiare il mio primo gelato di stagione, ho dovuto rinunciarvi perché stavo soffocando nella ressa dei festaioli.

In questo lungo weekend rosa, non potevo non notare questo volgare manifesto che occhieggiava un po’ ovunque annunciando un evento organizzato proprio dal mio quartiere riccionese, l’Abissinia (eh, sì, la toponomastica di Riccione è rimasta a un’epoca leggermente sorpassata). Io non ce l’ho con gli ideatori dello stupido slogan e della bevanda che sponsorizzava l’evento (“fi.GA” è un cocktail tratto dai fiori di Guaranà, cocktail che magari sarà anche buonissimo ma che non credo avrò mai il bene di assaggiare perché mi vergognerei a ordinarlo!) e non ce l’ho neanche con le ragazze immagine, le “veline” eccetera. Io vorrei solo chiedere a Cristina del Grande Fratello: ma perché ti vuoi tanto male? Davvero tu ti consideri solo un pezzo di carne con un buco in mezzo (chiedo scusa ai romantici)? Davvero tu vali quanto un bombolone alla crema? Io credo di no, ragazza mia, tirati su!


N.B.: all’evento la suddetta Cristina non si è poi presentata ed è stata sostituita da Nina Moric, che si è presa tutti i simpatici cori inneggianti alla “bibita” e che potete ben immaginare. Io invece il bombolone rosa che offrivano per strada me lo son mangiato e posso orgogliosamente esclamare, seppur in minoranza rispetto al pubblico urlante di sabato: abbasso la fi.GA e viva il bombolone.


Il cielo ingombro, tragico, disfatto

avatars-000013459757-5xkspl-t300x300Ieri, verso le sei del pomeriggio, forti raffiche di vento hanno cominciato a scuotere i rami degli alberi di fronte alla mia finestra, il cielo si è fatto plumbeo, l’aria umida di pioggia e l’atmosfera come sospesa; lampi improvvisi hanno cominciato a baluginare di lontano, seguiti da tuoni sempre più vicini.
No, non era l’Apocalisse, e neanche l’uragano Gustav; era un semplice temporale, cupo e fracassone come ogni bravo temporale che si rispetti.
Una volta tanto non mi trovavo dispersa in bicicletta in aperta campagna – caso strano perché di solito quando arrivano temporali improvvisi io mi trovo appunto dispersa in bicicletta in aperta campagna – quindi ho potuto godermelo da dietro la finestra, sorseggiando una calda tazza di tè.

Il mio pensiero è andato automaticamente a lei; ogni volta che scoppia un temporale, da sempre, nella nostra famiglia il pensiero va, come per un riflesso condizionato, a lei.

La zia Nena.

Che aveva paura dei temporali perché le ricordavano i bombardamenti americani (a proposito: qualcuno ha mai sentito parlare di un aereo americano di nome Pippo che sorvolava i paesi qui al nord – non so se anche al sud – stando a bassa quota per colpire le persone? Tutte le mie nonne, prozie e prozii di entrambe le mie famiglie hanno sempre evocato con terrore questo terribile Pippo, e anche i vecchietti di una casa di riposo a cui facevo compagnia, ogni tanto, tra una briscola e un rubamazzo, si lanciavano in angoscianti descrizioni dell’odiato Pippo. Se qualcuno sa qualcosa, parli!).

Che – ironia della sorte! – era venuta al mondo esattamente durante un temporale particolarmente agguerrito.

Che aveva il terrore dei fulmini.

Che, quando a Riccione cominciava a vedere dalla finestra della sala i nuovoloni grigi approssimarsi all’orizzonte, cominciava a spaventarsi, a chiedere se eravamo tutti in casa al sicuro, a ordinare di chiudere porte e finestre, di staccare i telefoni, spegnere radio e registratori (anche se funzionavano a pile), di non respirare, in pratica.

Poi, siccome noi un po’ le obbedivamo un po’ la prendevamo in giro, si chiudeva in camera con mia nonna, con le tapparelle abbassate e la porta chiusa a chiave, ovviamente, e giocavano a carte.
Durante questi temporali estivi, che spesso arrivavano a spezzare una serie di giorni di grande caldo, tutti gli altri abitanti del vialetto spalancavano porte e finestre per rinfrescare le case. Noi invece abbassavamo le tapparelle e sprangavamo tutto, la casa diventava un bunker. La cosa mi faceva molto ridere e tutto sommato barricarmi non mi dispiaceva.

La cosa bella era che, finito il temporale, passavano tutti i suoi amici del mare per chiederle “se era sopravvissuta” e scherzare con lei dello scampato pericolo. E il telefono squillava di continuo per lo stesso motivo. Era piena di amici, la Nena.

Questa è la prima estate in cui arriva un temporale estivo e il mio pensiero corre in automatico a una persona che non c’è più. Da qualche mese la Nena non esiste più su questa terra. E io a volte provo un vuoto enorme.

Avevo l’abitudine di inventare delle filastrocche e dei raccontini umoristici con lei protagonista; le piacevano, perché li teneva raccolti in un quaderno e così, anche quando era a casa sua a Piacenza, li leggeva e mi sentiva vicina. Una di queste filastrocche, scritta quando andavo in prima media, parlava proprio del temporale e di quel che suscitava a casa nostra ed era diventata un’abitudine – quasi una sorta di scaramanzia – leggerla insieme a temporale passato. Ieri l’ho recitata da sola. Oggi la copio qui, per ricordare la mia dolce zia Nena.

 
TERRORE

Il cielo si oscura,
la Nena ha paura;
si accende un lampo,
la Nena non ha scampo.

Il tuono rimbomba,
somiglia a una bomba,
e la Nena già vede
la casa farsi tomba.

Ma tra tutti il pericolo più atroce
è quello del fulmine veloce,
pronto ad infiltrarsi e ad appiccare
un incendio impossibile da domare.

“Spegnete la radio e il registratore!”
supplica e minaccia la Nena con fervore.
“Chiudete le finestre, incoscienti!”,
intervalla ordini a lamenti.

Ma poi si arrende rassegnata
e batte in ritirata;
nella sua camera si è barricata.
Porte e finestre spranga ad arte,
poi con la sorella gioca a carte;
così al temporale cerca di non pensare,
ma ogni tuono la fa sobbalzare.

Soffrire di questa paura
è per lei una vera tortura,
ma i familiari non sempre capiscono,
anzi spesso si spazientiscono.

Ogni volta crede di morire,
finché il temporale non accenna a finire;
così, non sentendosi più assediata,
sospira ed esclama: “Anche stavolta è passata!”.

Per ora la paura se n’è andata,
tornerà alla prossima tuonata.


Il prozio prodigo

[Questa storia è accaduta proprio di questi tempi, cinque anni fa, al mare]

– E adesso? Cosa gli diciamo? – chiese la mia prozia Nena a sua sorella, con voce angosciata.
– Gli diciamo Ciao -, le rispose mia nonna con tono seccato e colmo di rimprovero. Non valeva davvero la pena stare in ansia.
Eppure, i visi di entrambe erano tesi verso l’ingresso del giardino.
Tutte e due fingevano disinteresse ma la mano di mia zia tremava mentre cercava di aprire il ventaglio per farsi aria.
Finalmente, tre figure apparvero nella penombra del vialetto. Un uomo al centro tra due donne. Entrarono nel nostro giardino accolti da un silenzio carico di emozione.


Tutto era iniziato al mattino, quando la più giovane delle sorelle, mia zia Mara, solitamente persona mite e compassata, aveva fatto irruzione in casa nostra (la porta era aperta, come sempre nella casa del mare) urlando istericamente e senza sosta:
– Notizia bomba! Notizia bomba! Notizia bomba! –
Eravamo tutti alle prese con le rispettive colazioni e ci bloccammo più o meno contemporaneamente.
– Be’, insomma – la interruppe mia zia Nena dopo un po’ – adesso calmati e spiega come si deve –
– Sta arrivando Umberto! Lo ospito a casa mia e stasera verremo qui da voi! – , rispose la zia tutto d’un fiato.
A questa notizia, credo che ogni molecola presente nell’atmosfera si sia paralizzata per un lungo momento, come ognuno di noi del resto.
Mia mamma ruppe il silenzio esclamando entusiasta:
– Ma è fantastico, zia! Racconta tutto per bene! –
Ma prima che la zia potesse cominciare, la zia Nena e mia nonna, la prima sbattendo per terra uno straccio e la seconda rivolgendo alla sorella minore uno sguardo pieno d’astio, si chiusero nella loro stanza sbattendo la porta.


Lo zio Umberto era il loro fratello minore. Circa una trentina di anni prima aveva abbandonato la moglie e la figlia piccolissima a Milano e le sorelle a Piacenza per sparire nel nulla, dopo avere spremuto i loro portafogli e averle quasi ridotte sul lastrico per pagare i suoi pesanti debiti di gioco.
Posto di fronte a un ultimatum da parte delle sorelle esasperate, aveva scelto la fuga.
Da allora, lui non aveva più dato sue notizie né le sorelle lo avevano cercato.
Solo da qualche anno Mara, la sorella più giovane (quella a lui più vicina per età e a lui più legata) si era decisa a rintracciarlo, con la collaborazione della figlia di lui, che voleva a tutti i costi conoscere il proprio padre.
Lo avevano trovato qualche anno prima; viveva a Roma, su una barca, si manteneva attraverso piccoli lavori e pubblicando racconti e brevi articoli su alcune riviste; era sereno e aveva accettato di conoscere la figlia e di rivedere la sorella, ma non di venire a Piacenza. Né le altre tre sorelle si sognavano di invitarlo, peraltro. Anzi, si erano arrabbiate con la zia Mara.
Adesso, infine, dopo alcuni anni di riavvicinamento, lo zio era pronto al grande salto: riallacciare i rapporti col resto della sua famiglia.


Io ero curiosissima di conoscerlo. Lo avevo visto in tanti filmini (siamo pieni di filmini di famiglia, girati a partire dagli anni ’50 con la cinepresa – poi trasferiti su videocassette e dvd – grazie ai quali mi pare di avere sempre conosciuto anche parenti morti prima che io nascessi!). Era giovane, nei filmini, e molto bello e simpatico. Di lui si era sempre comunque parlato con nostalgia, in famiglia, sottolineandone appunto la grande simpatia, la prestanza fisica e la vena creativa.


Per tutta la giornata, mia mamma cercò in tutti i modi di calmare sua madre e sua zia: ma le due erano irriducibili; per loro era insopportabile l’idea di rivedere quel fratello che avevano amato tantissimo e da cui erano state ripetutamente ingannate e truffate. Erano convinte che fosse ancora un giocatore (Da quel vizio non si guarisce!, tuonava mia nonna) e temevano addirittura che avesse accettato di rivederle solo per spillare loro altri soldi (È senza vergogna!, rincarava mia zia).
Neppure gli accorati appelli di mia madre alla carità cristiana sembravano servire.
Tuttavia, dato che tutto il resto della famiglia era entusiasta all’idea di rivedere – o di vedere per la prima volta (come nel caso mio, di mia sorella e di mio padre) – lo zio scapestrato, nonna e zia dovettero rassegnarsi, cedendo anche alla propria sottaciuta curiosità.


Ecco perché quella sera, dopo cena, stavamo seduti in giardino, tutti composti e vestiti bene, silenziosi ed emozionati, in attesa, ascoltando quel fatidico scambio di battute tra mia nonna e mia zia Nena.

– E adesso? Cosa gli diciamo? -, chiese dunque mia zia intravedendo avvicinarsi il fratello con le altre due sorelle.
– Gli diciamo Ciao! -.

E accadde proprio così. Dopo il primo silenzio imbarazzato, durante il quale lo zio e le due acerrime sorelle si scrutarono lungamente a vicenda, prima con diffidenza poi accennando tenui sorrisi, scoppiò la festa. Saluti, baci e abbracci, presentazioni. Poi, di colpo, il tuffo nel passato. Fratello e sorelle si lanciarono nella rievocazione dei ricordi d’infanzia, di come si divertivano nonostante la guerra in corso e, man mano che ricordavano, la tensione si scioglieva e le voci e gli sguardi si coloravano di sincero affetto.
Quando si misero a cantare tutti insieme certe strampalate canzoni della loro giovinezza, fu chiaro a tutti che ormai non si sarebbero separati più.
E infatti, già a partire dal giorno dopo (e dico sul serio) fu normalissimo vedere lo zio entrare e uscire liberamente da casa nostra come qualunque altro parente.

Ben presto, proprio mia zia Nena scoprì di essere così simile a lui, sia in alcune caratteristiche fisiche sia nel carattere, da non poter fare quasi a meno della sua compagnia. Da quando lei e mia nonna si sono ammalate e hanno bisogno di assistenza, e da quando è diventato nonno, lo zio passa sempre meno tempo nella sua casa di Roma (dalla barca si è da poco trasferito in un appartamento) e sempre più tempo a Piacenza, ravvivando l’atmosfera con le sue barzellette, le sue storie e le sue canzoni.

Durante le feste, quando ci troviamo tutti insieme, osservo mia zia ridere di gusto alle battute del fratello e sorrido, ripensando a come una ferita che sembrava destinata a non guarire si è invece ricomposta così serenamente e giusto in tempo per non lasciare troppi rimorsi, e troppi rimpianti.


Dopo il temporale [Aere perennius]

Dopo il temporale che ha imperversato per buona parte della giornata su tutta la zona (si sentiva il fragore del mare fino a casa mia), ora il cielo si presenta terso e l’aria limpida. La luce obliqua del sole che è rimasto nascosto tutto il giorno e che ora, appena affacciatosi, si appresta già a tramontare, crea un strano senso di sospensione nell’aria.
All’improvviso e tutti insieme – cadevano ancora le ultime gocce nell’aria già chiara – i villeggianti si sono riversati per strada (come piccoli animali pronti a uscire rapidi dai loro rifugi per riprendere la vita di sempre dopo una breve e già dimenticata pausa forzata) e il paese è tornato a brulicare come al solito di persone vocianti. Anch’io monto in bici e pedalo verso il porto: recarmici è tradizione, per me, dopo un temporale.

Pedalando, respiro l’aria rinfrescata dalla pioggia; profuma di pini e di mare.

Arrivata all’ingresso del porto devo rallentare: davanti a me vedo una persona correre con un cane al guinzaglio, dandomi le spalle.
Perplessa mi chiedo: è un vecchio o un bambino? Ha la gobba e cammina storto come un vecchio, ma corre verso il mare con l’entusiasmo di un bambino. È anche vestito come un bambino: calzoncini corti rossi, una maglietta gialla con una larga striscia rossa al centro, scarpe da tennis e calzettoni bianchi fino al ginocchio. Non lo vedo in faccia ma sono sicura che sorride. Però ha la testa canuta e spelacchiata: è un vecchio.
Corre verso il molo (verso la mia stessa meta dunque) occupando esattamente il centro del viottolo; perciò non ho spazio per superarlo né voglio mettergli fretta. Gli sto dietro tranquilla, pedalo lentamente, osservo le sue gambe storte, il passo non sicurissimo (ogni volta che appoggia un piede a terra la caviglia sembra doversi incrinare) e tuttavia energico, la gobba prominente e, immagino, faticosa da portare.

Arrivati sul molo, entrambi ci spingiamo proprio fin sulla punta. Immobili, affiancati, guardiamo il mare e soprattutto il cielo; davanti a noi la luce si esibisce in una serie di effetti ottici che creano un’atmosfera irreale: un semicerchio di nubi bianche, compatte, trasfigurate dalla luce rossa del sole che tramonta alle loro spalle, sembra appoggiarsi proprio sull’orizzonte, come una soffice e luminosa corona. Il resto del cielo è limpidissimo e sereno, trafitto dai raggi del sole a loro volta filtrati dalle nuvole. Sembra di essere dentro un quadro di Magritte.

Il vecchio sorride come un bambino, immaginavo giusto. Anche lo sguardo è esattamente quello sorpreso e felice di un bambino non ancora abituato a certi spettacoli. Si appoggia a un muretto (al contatto col quale, per un attimo, intravedo una smorfia di dolore) e resta lì a contemplare l’orizzonte. La cagnolina, accucciata ai suoi piedi, ogni tanto reclama l’attenzione del padrone e lui, con infinita tenerezza, la fa giocare (chinandosi a fatica), le dice qualche parolina affettuosa. Quando vede che osservo la scena sorridendo, mi sorride anche lui; gli faccio i complimenti per la sua cagnolina e lui orgoglioso me la presenta per bene:
– Si chiama Sissi! -.
Dopo poco, mi saluta, volta le spalle al mare e torna sui suoi passi.

(Non riesco ad accettare che questo vecchio – molto vecchio – prima o poi debba morire)

Mi auguro che a casa trovi una moglie o una figlia affettuosa ad aspettarlo e intanto, anche se non so niente di lui – mi hanno solo colpito quello sguardo e quell’andatura infantili e gioiosi – sento che devo assolutamente scriverne. In questi momenti, mi piacerebbe saper scrivere: mi piacerebbe saper inventare una bella storia in cui collocare quel vecchio, per esempio, regalandogli la possibilità di un’eterna avventura; e non riesco a credere che le persone possano attraversare la mia vita – per pochi secondi o per decine di anni – senza rimanere incastrate in qualcosa – un foglio, uno schermo – che le possa ricordare oltre me e oltre loro stessi.
Anche quando leggo, concepisco sempre i romanzi come monumenti a persone (reali o meno, ma qualcosa di reale immagino ci sia sempre, e senz’altro di vero) che hanno meritato di sfuggire al tempo e di sovra-starlo. Anche se magari erano semplici passanti.

[Tutto questo fa parte della mia inutile lotta contro la morte]


La tortora disperata

Le tortore sono quegli uccelli dal verso lugubre e intermittente: quel fastidioso uh-uh che non può dirsi certo allegro. Io ci sono abituata perché sia nella casa di Piacenza sia in quella di Riccione (cioè le case legate a mia nonna e prozia, cui ormai il verso della tortora è nella mia mente inequivocabilmente collegato) vengo svegliata al mattino da questo monotono lamento (tale è dal mio punto di vista umano). Quest’anno, però, la tortora che mi ha tenuto compagnia a Riccione (e non solo al mattino ma anche al pomeriggio) aveva un che di disperato nella voce, una sfumatura angosciata, come se il verso le si strozzasse in gola. E io, fedele alla mia interpretazione poetica della vita, ho stabilito che quella disperazione era dovuta al fatto che anche lei sentiva la mancanza delle legittime abitanti della casa, cioè mia nonna e mia zia. E fu così che – cosa inaspettata – mi sentii solidale con una tortora.


Mi trovo qui!

Nonostante le iniziali buone intenzioni, mi sono goduta il mio scampolo di vacanza senza quasi aggiornare il blog! Be’, mi sembra giusto: sarò un po’ all’antica, ma per me la vacanza deve comportare un temporaneo distacco dalle abitudini quotidiane, anche da quelle piacevoli ma “cittadine” (a parte leggere e pedalare, attività di cui non potrei mai privarmi e che anzi in vacanza intensifico).
Ciò non toglie che spesso, girovagando tra i miei amati lidi, e osservando, mi si formassero quasi automaticamente dei pensieri sotto forma di post, alcuni dei quali sono rimasti scritti nella mia mente e che provvederò con calma a riversare qui sopra, cercando di evitare però di ammorbarvi con i miei ricordi vacanzieri, onde evitare la classica sindrome da filmini delle vacanze.
E devo anche dire che – lo so, sembra retorico ma invece è proprio vero – mi sono mancati i miei amici di blog. Insomma, mi è capitato di passeggiare sulla battigia con i capelli scompigliati dal vento di mare e di chiedermi contemporaneamente cose come: Quanti post avranno scritto nel frattempo Laura e Lory? (e mi son posta più o meno la stessa domanda per ognuno dei miei bloggers amici).

Una volta il mio amatissimo prof. di filosofia del liceo, durante una delle nostre conversazioni a due, mi fissò a lungo sorridendo e mi disse, con l’aria di uno Sherlock Holmes che la sa lunga – che io sono una persona che, in qualunque contesto si trovi, per sentirsi bene ha bisogno di crearsi attorno un nido, una piccola rete di affetti e simpatia in cui sentirsi accolta e sostenuta (e a cui, a sua volta, cercare di dare il meglio di sé). Credo proprio che avesse ragione, e che io sia riuscita a crearmi il mio piccolo nido anche qui su internet, grazie a voi amici.

Ieri, dunque, io e la mia bici siamo salite su un treno che ci ha riportate a Bologna. Il binario era affollato di turisti che tornavano a casa e che, arrivato il treno, lo hanno praticamente assaltato per guadagnarsi il meritato posto a sedere. Io e Spinoza (ho chiamato così la mia bici, in onore alla tradizione familiare di attribuire ai mezzi di locomozione – in particolare alle da noi poco amate automobili – nomi di filosofi; però anche se Spinoza era un maschio la mia bici – azzurra, tra l’altro – è una femmina con un nome da maschio) ci siamo avviate verso la carrozza di testa, dove c’è lo spazio apposito per le biciclette. Il mio problema, in questi casi, è che non ho abbastanza forza per far salire e scendere la mia bici dal treno e ho sempre paura di non trovare qualcuno che mi aiuti, cosa che finora però non è mai successa. Anche stavolta, un signore gentile, vedendomi in difficoltà, ha caricato Spinoza in carrozza e all’arrivo il capotreno e il macchinista, dato che la porta del vagone si era rotta, l’hanno presa e fatta scendere dal locomotore, assieme a me (mi sono sentita felice come una bambina quando ho potuto entrare nel posto di guida del macchinista, e scendere dalla ripida e alta scaletta del locomotore!).

Poi, attraversando una Bologna semi-deserta, siamo arrivate a casa.
Sono tornata e non mi sembra neanche di essere partita.

È il primo anno che non trascorro a Riccione l’intera stagione. Sono curiosa di vedere come sarà l’agosto in città, trascorso tra ore di studio, passeggiate e qualche incontro con amici. E con i blog-amici. Ciao a tutti!