Inquietanti teorie

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L’inquietante teoria di mio padre riguardo a tutti questi pensionati in giro col cane è che il suddetto animale sia stato comprato appositamente dalle mogli per “togliersi dai piedi i mariti e tenerli il più possibile fuori di casa”. Se no non si spiega, dice lui, osservando come in genere il pensionato maschio strattoni perlopiù il cane con nervosismo e malagrazia mista a un ché di rassegnato.

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Andiamo in centro?

Avevo promesso che il mio blogghino avrebbe ricominciato a dispiegare le sue ali argentee in autunno e l’autunno è arrivato; anzi, più che autunno, sembra arrivato direttamente l’inverno. Così, eccomi qui. E non mi interessa di dover scrivere ogni volta chissà quale post elaborato, dato che non ho più il tempo di una volta; scriverò quello che mi viene, ma sempre seguendo la mia regola e cioè che, essendo questo un posto pubblico, quel che scrivo qui, anche quando nasce da spunti autobiografici, deve poter avere almeno un minimo di significato e di interesse per chi legge; per tutto il resto c’è il mio diario personale. E pazienza se non avrò il tempo di limare tutto e scrivere narrazioni mirabolanti; in fondo lo scopo (devo orgogliosamente dire perseguito con successo, nel mio piccolo, in questi anni) del blog è sempre stato quello di donare a chi legge di volta in volta – e, nel migliore dei casi, tutto insieme – un sorriso, un momento sereno, uno spunto di riflessione, una storia in cui immedesimarsi o trovare conforto (dalle statistiche del blog vedo che i miei post più “tragici” – vicissitudini ospedaliere e sentimentali in testa – sono sempre i più gettonati), tutto qui; per i capolavori c’è… Masterpiece! 😛

 Fine della premessa.

Voglio cominciare questa nuova stagione con un ricordo tra i più dolci e cari che ho; mi è capitato di rievocarlo un paio di sere fa, durante una specie di cena di lavoro in cui si parlava di letture obbligatorie, imposte ai bambini da insegnanti o genitori; quelle che ti fanno passare la voglia di leggere. E il mio pensiero va al mio meraviglioso padre, a lui che ogni tanto, fin da quando ero molto piccola, prima ancora che sapessi leggere bene da sola, mi diceva: “Andiamo in centro?”. Andare in centro era allora praticamente il Paradiso; significava che io e lui da soli uscivamo mano nella mano e andavamo a prendere un meraviglioso autobus; durante il viaggio – in realtà breve ma che a me sembrava sempre lunghissimo ed emozionante – ci saremmo seduti o collocati accanto al finestrino e avremmo chiacchierato di tante cose nostre mentre il paesaggio noto del quartiere lasciava spazio a quello meno noto che conduceva verso il centro. Ma, soprattutto, andare in centro significava scendere sotto le due torri e tuffarci in libreria, spesso in più di una libreria. Qui, come per la verità sempre e ovunque quando c’era/c’è di mezzo mio padre, venivo educata a diventare una persona libera, col diritto-dovere di sviluppare gusti personali assumendomene le conseguenze: venivo lasciata libera di girovagare da sola tra gli scaffali del settore bambini per scegliere un libro da acquistare, mentre mio padre andava da tutt’altra parte, in genere nel reparto filosofia e teologia, a scegliere i suoi libri. Ecco. Anche se ormai sono passati parecchi anni, ricordo perfettamente com’era liberatoria e inebriante quella sensazione di potenza che provavo: ero una bambina piccola ed ero lasciata completamente sola a sfogliare libri, leggerne la quarta di copertina, perdermi tra tutti quei colori e con la responsabilità di dover scegliere tra tutti un libro che mi sarei portata a casa. Insomma, ci si fidava di me! A volte mi divertivo a esplorare la libreria col rischio di perdermi tra stanze e scaffali. Di altri bambini soli così piccoli non ce n’erano quasi mai; tutti avevano il loro bravo adulto a controllarli.
Quando mio padre tornava, coi suoi libri sotto braccio, mi chiedeva quale libro avessi scelto. A volte avevo scelto, senza saperlo, un libro di valore; altre volte avevo scelto qualche stupidaggine; papà non giudicava. Mi chiedeva se ero sicura, magari lo sfogliava con me, mi invitava a confrontarlo con qualche altro libro; ma quando mi decidevo, la mia scelta veniva rispettata. Lui in più sceglieva per me anche un libro di testa sua, di solito un classico per l’infanzia che ancora non conoscevo; in questo modo, indirizzava comunque le mie letture proponendomi, dall’alto della sua esperienza, libri importanti che io da sola non potevo conoscere.

La soddisfazione di uscire dalla libreria con i nostri sacchetti, ardenti dal desiderio che arrivasse la sera per tuffarci subito nella lettura, era grande. Ma prima di tornare a casa c’era un’altra tappa irrinunciabile: andavamo in un bel bar, ci sedevamo a un tavolino come due gran signori e ordinavamo due calde cioccolate in tazza con panna. Fuori, come ora mentre scrivo, calava la sera, il freddo si faceva sentire. Noi due, i volti allegri illuminati dalla luce elettrica del bar, gustavamo la nostra cioccolata; usciti da lì, se era la stagione, compravamo un sacchetto di caldarroste in uno di quei baracchini per strada, poi tornavamo a casa. Papà, libri, libertà, evasione e cioccolata calda: con associazioni di tal fatta è abbastanza ovvio che la lettura per me abbia sempre rappresentato un momento caldo ed emotivamente ricco, oltre che intellettualmente stimolante. Senza contare il fatto che mio padre, da quando ero neonata fino più o meno ai miei dieci anni (ma, grazie a mia sorella più piccola che stava in camera con me, ho approfittato delle sue letture serali anche ben oltre quell’età), ha passato ogni benedetta sera seduto sul mio letto a raccontarmi fiabe prima e a leggermi – a puntate – romanzi poi… ma questa è un’altra storia.


P.S.: rileggendo questo post, mi è tornato in mente quest’altro episodio raccontato qui. È davvero bello notare come i libri abbiano accompagnato tappe importanti della mia conquista dell’autonomia personale… persino quella degli spostamenti (trasloco compreso)!


Il blush, questo sconosciuto

Una sera di giugno, al telefono con mia mamma:

– E poi tua sorella ha scritto dicendo che ha urgente bisogno di un blüs [pronunciato con la u lombarda di mia mamma e la s di “sogliola”] –

– Cos’è un blüs? Un giubbino? –

– No… un blus! [pronunciato come blues] –

– Non ti capisco, mamma –

– Un… B-L-U-S-H! –

– Aaah! Un blush! –

– …ecco, quello. Cos’è, esattamente? –

– Un blush è un fard –

– E perché lo chiamate in quel modo, se si è sempre chiamato fard? –

– Perché prima non impazzavano le beauty guru americane, mamma. Comunque, possibile che Linda non trovi un blush a Nairobi? È una metropoli! –

– Se è per questo le serve anche un fondotinta. Sembra strano anche a me ma in tutta Nairobi non ha trovato trucchi adatti alla sua carnagione europea. Sembra che abbia setacciato tutta la città alla ricerca di questo… fard. –

Io immaginavo mia sorella – che tra l’altro in quei giorni era alle prese con simpatici quanto aggressivi batteri intestinali kenyani – girare per il traffico disumano di Nairobi alla ricerca di un blush… vanitas vanitatum. A ogni modo, appurato che io in quei giorni lavoravo dieci ore al giorno e non avevo il tempo materiale di andare in profumeria e considerando che mia madre aveva l’influenza, la sua serafica conclusione su chi dovesse acquistare questo blush e il fondotinta fu la solita:

– Ci mandiamo papà. –

Papà. Papà è quella stessa persona che, pur vivendo fra tre donne e avendo passato la maggior parte della vita ad acquistare cose da donne, cade ogni volta dalle nuvole e sbaglia prodotto. Tanto per intenderci, ecco un esempio tra i tanti che potrei fare: eravamo appena arrivati a Riccione per le vacanze e la casa era ovviamente vuota; mio padre si offre di andare al supermercato e io gli chiedo per favore di comprarmi uno shampoo, con la seguente raccomandazione:

– Non importa la marca [non volevo complicargli le cose], basta che sia da donna –

– Perché, che differenza c’è? –

– Gli shampoo da donna hanno un buon profumo, quelli da uomo no. Per non sbagliarti prendi una confezione rosa o color pastello, così vai sicuro. Mi raccomando, eh? –

Ebbene, dopo mezzora mio padre, di ritorno dal supermercato, ha estratto tutto orgoglioso il “mio” shampoo dal sacchetto. Trattavasi di un flacone enorme di colore grigio scuro, sul quale campeggiava una gigantesca scritta a caratteri argentati: FOR MEN, e con la classica profumazione di pino silvestre (che non ho mai capito perché gli uomini debbano andare in giro tutti odorosi di quel pungente pino silvestre).
Inutile dire che quando, subito dopo, mi sono recata di persona presso lo stesso supermercato, ho trovato interi scaffali ricolmi di graziosi flaconi di shampoo di color rosa e di altri tenui colori pastello; scaffali occupati al 99,9% da codesti delicati prodotti femminili e di cui solo il restante 0,1% – un angolino oscuro e seminascosto – ospitava gli shampoo per uomini.

Pertanto, il solo immaginare mio padre entrare in profumeria, chiedere un blush e magari fare pure lo swatch per individuare quello più adatto alla carnagione di mia sorella era un’idea semplicemente esilarante. Aggiungiamoci pure che mio padre queste cose le fa da una vita ma si vergogna sempre tantissimo, per una questione di “virilità”. E, come detto, regolarmente sbaglia.

Per farla breve, il papi si è recato in almeno tre profumerie, dotato di cellulare attraverso il quale consultare mia mamma in tempo reale, ha esasperato le commesse pretendendo di saggiare tutto l’armamentario di blush et similia presente in negozio, ne è uscito con la mano e il polso segnati da strisce di varie tonalità di rosa – mani con le quali si è poi recato in banca e dal benzinaio – e ha infine acquistato ben tre confezioni di blush, per andare sul sicuro, più una di fondotinta, sulle quali ovviamente mia mamma ha trovato da ridire ma che sono state comunque inviate a Nairobi assieme a rossetti, ombretti e cipria. Chi ha portato personalmente a Nairobi tutto questo po’ po’ di make up? Ovviamente un amico (rigorosamente maschio) di mia sorella, che doveva recarsi lì per lavoro e che è partito da Bologna dotato di una trousse di trucchi che qualunque ragazza avrebbe invidiato.


Infausta notizia

Su “La repubblica” di domenica ho letto la lettera di un signore che si lamentava del fatto che, con il malefico digitale terrestre, il televideo rai è praticamente dimezzato, snaturato e privo di ogni attrattiva. Quella misteriosa attrattiva che – non so se lo avete notato – avvince in particolare gli esemplari maschili del genere umano, ipnotizzandoli in lunghe sedute davanti alla tv, magari con audio azzerato, intenti a leggere minuziosamente le ultime notizie, le preziose informazioni meteo, i risultati sportivi e financo l’elenco delle farmacie di turno la domenica (anche se è lunedì e non devono acquistare medicine). Mio padre è uno di questi. Lui, che non guarda mai la tv tranne il canonico tg all’ora dei pasti, e che usa quotidianamente internet, è capace di passare mezzore col telecomando in mano davanti all’oracolo televideo. Pensavo fosse una stranezza sua; invece qualche tempo fa, parlando con amiche, è emerso che non sono pochi gli uomini di ogni età che subiscono la fascinazione di tale mezzo. Perciò non mi stupisco che l’autore dell’accorata lettera a “La Repubblica” sia un uomo. E ora chi glielo dice al mio papi che tra un po’ dovrà trovare un altro modo per rilassarsi?


La maestrina dalla penna usb

Sarà che, pur disoccupata, sono un’educatrice e ho la deformazione professionale, ma secondo me quando qualcuno non sa fare qualcosa e chiede aiuto, bisogna insegnargli come si fa la tal cosa anziché farla al posto suo, affinché diventi autonomo e indipendente. Ma siccome nessuno è profeta in patria, tale mio lodevole atteggiamento viene regolarmente boicottato proprio dai miei stessi genitori, che tra l’altro, essendo insegnanti, dovrebbero essere invece i primi a “mettersi in riga”. Diciamo che i suddetti genitori, pur non essendo ancora “anziani” e utilizzando il computer per scrivere, cadono nel panico di fronte a qualsiasi cosa che non sia l’accensione/spegnimento e le operazioni più elementari da fare col computer stesso o con il videoregistratore (il lettore dvd è per loro un’entità minacciosa che giace accanto al videoregistratore e del cui misterioso funzionamento, nonché della sua fruizione, sono io l’unica sacerdotessa).

Io, che invece ho la fissa del fatto che tutti debbano saper far funzionare le cose che hanno intorno, non mi rassegno a non spiegare come si fa una registrazione programmata o la scannerizzazione di un documento; anche se sarebbe per me più comodo svolgere io, nel giro di mezzo minuto, l’operazione richiesta, faccio invece sedere la vittima (ehm… il discente) davanti al pc o gli piazzo il telecomando in mano e, stando alle sue spalle, pretendo che, seguendo le mie istruzioni, sia lui/lei a eseguire materialmente le operazioni, nell’illusione che l’agire in prima persona lo aiuti a memorizzare più facilmente le operazioni da svolgere. Ma ciò non avviene, e la volta successiva verrà di nuovo invocato il mio nome per risolvere il medesimo problema.

Tempo fa, animata da un prorompente impeto didattico e in previsione della mia dipartita da casa (finché si tratta di aiutare quando si è nella stessa casa ok, ma l’idea di dover accorrere da casa mia per ogni minimo intoppo, no!), ho redatto un utilissimo “Manuale per incompetenti informatici” (sic) in formato word che ho salvato in bella vista nei documenti del pc fisso (quello usato dai miei): in esso ho spiegato, tappa per tappa e senza dare nulla per scontato, i passi esatti da compiere per svolgere alcune operazioni che ogni tanto mi richiedono, in primis la tanto temuta scannerizzazione. Ebbene, credete che quell’ottimo manualino, di cui vado anche piuttosto fiera, venga mai consultato all’occorrenza? Macché, al grido di “Meno male che Ilaria c’è” (così, testuale, il mio papi ieri), si continua a ricorrere all’aiuto della sottoscritta. Certo, sbuffo un po’ (“Papi, ma perché non consulti il mio manuale? Almeno provaci, no??? Adesso ci provi qui sotto i miei occhi!”)… ma non nego che mi faccia piacere sentirmi investita di un tale sapere quasi esoterico, che in realtà non ho più di tanto. Loro restano incompetenti, ma la mia autostima ne esce leggermente rinforzata.


Non tutte le cose insensate non hanno un senso

Mi fa sempre una certa impressione vedere persone che fanno jogging in strade molto trafficate (per esempio sulla via Emilia, su marciapiedi stretti, schivando cassonetti della spazzatura e mamme con passeggini). Non mi sembra molto salutare respirare freneticamente tutto quello smog. Mi sembra quasi più sano starsene in panciolle su una poltrona; magari non dimagrisci ma risparmi i polmoni. Quando poi passeggio nel grande parco vicino a casa, regno di tutti i joggers del quartiere, costantemente incalzata dal fiatone e a volte dal rantolio di qualche corridore che sopraggiunge alle mie spalle, magari panciuto e anzianotto, come spesso capita, provo quasi una sofferenza fisica io per loro. Mi immedesimo troppo.

Non mi piace correre, corro solo per troppa felicità o per troppo dolore; di solito quando provo un’emozione molto forte – positiva o negativa – siccome non riesco a parlare mi metto a correre e se qualcuno mi cronometrasse forse scoprirei di battere qualche record…

Vedere queste persone correre mi ricorda quando da ragazzina mi allenavo per la corsa campestre. Ero molto brava, ogni anno partecipavo alle gare e di solito arrivavo sempre, tappa dopo tappa (distrettuali, comunali, provinciali), fino alle gare regionali (piazzamento migliore: prima, medaglia d’oro; una sola volta, però).
Io correvo e vincevo per compiacere mio padre e in parte il mio prof. di educazione fisica, che contavano su di me.

Personalmente mi sembrava assurdo fare tanta fatica per ottenere il poco appetibile titolo di studentessa più veloce della regione Emilia Romagna.

Quando arrivava ottobre sapevo che la tortura avrebbe avuto inizio; la corsa campestre è una gara di resistenza, quindi è proprio molto faticosa. Si corre nell’erba e questo aumenta la fatica, secondo me (magari scientificamente non è vero). Si arriva al traguardo stravolti.

Ma siccome mio padre era un corridore fallito di corsa campestre (a partire da quando io azzardai i primi timidi passi cominciò a raccontarmi, con toni epici, delle sue tremende gare, in cui lui arrivava sempre rigorosamente ultimo – una volta a più di mezzora dal primo – e stremato, ma arrivava) sua figlia doveva almeno provare a riscattarlo. Perciò, a partire da ottobre, io e lui (lui col cronometro in mano) uscivamo da casa, arrivavamo al parco e io cominciavo a correre in tondo per tutto il perimetro del parco, senza scopo (così mi sembrava), con spirito di sacrificio, però quando correndo gli passavo di fianco e magari stavo tenendo un buon tempo e vedevo mio padre sorridere orgoglioso… Dio, che carica mi sentivo dentro, mi sentivo dentro quell’emozione forte che sola, ancora oggi, mi fa correre d’impeto; potevo anche essere stanca ma vedendo mio padre che quasi non si teneva dall’entusiasmo di vedermi correre, acceleravo, non sentivo più niente – né dolore né insensatezza – sentivo chiaramente tutta la mia esistenza concentrarsi in quel sentiero d’erba da percorrere più veloce che potevo fino alla fine.

In gara era lo stesso. Certo, tra il pubblico c’erano i miei compagni che facevano il tifo per me; c’era il mio prof; ma era per mio padre che correvo. Seguivo tutte le sue istruzioni: concentratissima alla partenza, partivo lenta, lasciandomi superare dai corridori più avventati (e inesperti); guardavo solo i miei piedi, senza confrontarmi con nessuno; poi, a partire da metà corsa, gradualmente ma inesorabilmente cominciavo ad accelerare, superando i corridori di prima, già spompati. Poi cominciava la fatica, il fiato corto, la gola che bruciava, fino al momento cruciale in cui mi assaliva la voglia di lasciar perdere, di rallentare, di rassegnarmi. Era lì che vedevo mio padre nella mia mente. E allora mi bruciava il cuore, mi sentivo tutta un’emozione dolorosa salire su nel corpo e partivo veloce, velocissima, per me non esisteva più niente, neanch’io.

Poi vincevo e mi sentivo triste e anche un po’ arrabbiata perché per me era tutto insensato. L’emozione e la convinzione le provavo solo mentre correvo.

Tutta questa bravura nel correre comportò il mio reclutamento forzato anche nelle gare di corsa a ostacoli, ma questa è un’altra storia.

Quest’estate mio padre ha letto dei racconti di McEwan in uno dei quali si parla proprio di una corsa campestre (descritta in termini cruenti perché effettivamente è così, è una fatica che ti stravolge) e del protagonista che si ferma, quando ormai il pubblico se n’è andato (solo i primi trenta contavano qualcosa nella gara e una volta che l’ultimo di loro era arrivato il pubblico cominciava a disperdersi lasciando gli altri a combattere le loro battaglie private), per aspettare l’arrivo dell’ultimo corridore (Aspettavo dieci, quindici, venti minuti in quel campo vasto e desolato […] quando […] improvvisamente distinguevo all’altra estremità del campo una macchia bianca zoppicante che arrancava e misurava piano, coi piedi torpidi sull’erba umida, il suo microdestino di futilità assoluta. […] La piccola macchia amebica lungo la distesa del campo prendeva una forma umana ma la sua meta non cambiava, continuava a barcollare con determinazione nel suo inane sforzo di raggiungere il traguardo.)
Mio padre me ne parlava sorridendo di sé, del suo arrivare sempre ultimo e distrutto, e di come McEwan descrivesse esattamente ciò che si prova, compresa l’apparente assurdità di quel correre, ma io mi commuovo molto quando leggo queste due struggenti paginette, di cui ho citato solo poche frasi.

Anche se nella vita normale finora sono io quella macchia amebica mentre mio padre è vincente, mi dispiace lo stesso per lui. E capisco che quel mio correre insensato non era vano. Proprio come gran parte del nostro vivere, del resto.