Una frusta da cucina

frusta1 (2)

Quando qualcuna mi trilla entusiasta su Il magico potere del riordino, quel manuale che insegna a fare ordine in casa desertificandola, io penso sempre che, per chi ha problemi di accumulo, ben più terapeutico di qualsiasi manuale è svuotare la casa di un parente morto. Non lo penso in modo cinico; lo penso in modo dispiaciuto e infatti ovviamente non lo auguro nessuno, anche se purtroppo è una di quelle cose che prima o poi possono capitare.
Questo collegamento mi scatta automaticamente in mente a causa di una delle esperienze più choccanti (probabilmente perché non mi aspettavo proprio, prima di viverla, di restarne così turbata) sostenute negli ultimi anni e cioè liberare la casa di mia nonna e mia zia – le mie amatissime nonna e (pro)zia – dopo la loro morte. Nella mia mente ingenua, pensavo che si trattasse di un’operazione pratica e che comunque non sarebbe stata più dolorosa della perdita delle persone care. Mi sbagliavo. Gli oggetti parlano delle persone che li hanno utilizzati, accumulati, amati. Gli oggetti stanno lì, fermi, solidi, impertinenti, mentre i loro proprietari non ci sono più. In quel vuoto gli oggetti piantano un urlo nel tuo cuore: Non è giusto! Con disperazione li guardi e ti accorgi che è proprio finita.

La cosa peggiore fu ritrovare in un cassetto tutti i biglietti e le cartoline che fin da piccole io e mia sorella avevamo scritto e inviato alla nonna e alla zia; da quelli in cui le nostre calligrafie infantili risultavano ancora buffe e tremolanti a quelli in cui eravamo ormai ragazze e scrivevamo pensieri più adulti ma sempre scherzosi e strabordanti d’amore. Ritrovarmeli in mano – come se tutto quello scrivere fosse stato perfettamente inutile e vano, come fossero tornati alla casella di partenza e in mezzo non ci fosse stato niente – è stato semplicemente orribile.

Non ho voluto condividere con nessuno dei miei familiari quello stato d’animo e quell’angoscia (e la prima volta che sono riuscita a parlarne con qualcuno è stata una settimana fa, perché sapevo che quel qualcuno stava per affrontare un’esperienza analoga) ma il risultato è stato che per parecchio tempo ho smesso di comprare oggetti che non fossero strettamente indispensabili e se qualcuno mi regalava un soprammobile o un souvenir, appoggiandolo su un ripiano il mio pensiero andava a tutti i ninnoli accumulati dalla nonna (ognuno aveva una storia che conoscevo) e alla fatica di chi resta e deve sgombrare la casa. In un attimo di follia ho perfino avuto la tentazione di buttare via tutti i miei preziosi diari ma per fortuna non l’ho fatto. Poi col tempo me ne sono fatta una ragione e ho capito che è un po’ stupido e anche inutile privarsi di quelle cose belle e magari anche superflue (con buona pace di Marie Kondo) che possono impreziosire la nostra casa e la nostra vita. Se dopo la mia morte a qualcuno toccherà trovarcisi in mezzo, be’, mi dispiace per lui ma c’est la vie.

Tuttavia, quando morì anche la mia seconda nonna e i miei genitori e mia sorella mi annunciarono che quella tal domenica sarebbero andati assieme agli altri zii e cugini a svuotare la casa, io decisi serenamente di non andare e me ne restai a casa mia.
Quel pomeriggio mia sorella mi telefonò:
“Sono a casa di nonna. Ci stiamo dividendo le sue cose… C’è qualcosa in particolare che vuoi prenda per te?”.
Sì, una cosa c’era; mi balzò subito alla mente. Non gioielli, abiti o argenteria. Una frusta da cucina. Quella frusta che, quando ero piccola, usavo come fosse un microfono quando giocavo dalla nonna con mia cugina. Ero una presentatrice televisiva, ero una cantante, ero un’astronauta intervistata al ritorno da un viaggio nello Spazio: il microfono era sempre quello.
Sì, avrei voluto quella frusta ed ero stata lì lì per dirlo a mia sorella. Ma poi, no. L’idea di ritrovarmela in mano e il timore di risentire lo sgomento provato tra gli oggetti dell’altra nonna mi fecero subito desistere dalla tentazione e risposi a mia sorella che no, grazie, non desideravo niente. In cuor mio però ero molto combattuta e anche un po’ pentita.
Il giorno dopo, il campanello di casa mia ha suonato. Era mia sorella. Strano, pensavo mentre aprivo la porta, di solito non viene mai senza prima avvisare.
Mi sono trovata di fronte mia sorella, sorridente, con la frusta di mia nonna in mano.
Non dimentico l’esplosione che in quel momento ha allargato il mio cuore: un botto di sorpresa perché mia sorella all’epoca era piccola e mai avrei pensato mi osservasse e ricordasse questi miei giochi; di gratitudine perché non solo si era ricordata ma, nonostante io le avessi detto che non volevo niente, ha preso proprio quella frusta e me l’ha portata; di amore, per lei, per mia nonna, per me, per tutti i momenti belli vissuti insieme. Quell’oggetto mi parlava sì di una persona amata che non c’era più ma attraverso una persona amata che capiva e sapeva.

Quella frusta ha trovato subito posto nella mia cucina. E il mio animo ha ritrovato la pace perché ha capito che il regalo più bello che le persone amate ci fanno sono i bei momenti vissuti insieme, che poi diventano nel futuro bellissimi ricordi, di cui anche gli oggetti possono parlarci; e che se hai anche qualcuno con cui condividerli, la gioia per le relazioni che hai vissuto è più forte del dolore per ciò che hai perso. Davvero, “forte come la morte è l’amore”, e anche di più.
La morte delle persone care continua a farmi paura ma gli oggetti e i ricordi non più.

Annunci

Una Piacenza da chiamare

facsalPer tutta la vita ho avuto l’abitudine, ogni volta che mi accadeva una cosa bella, di prendere il telefono e chiamare “Piacenza”, cioè telefonare a mia nonna e a mia zia (prozia) per comunicargliela. Era diventato un riflesso automatico. Loro erano sempre le prime a sapere, prima ancora dei miei genitori. Con il loro entusiasmo, amplificato dall’amore per me, sapevano sempre accogliere nel modo migliore la novità: gioendo con me, incoraggiandomi, lanciandosi in previsioni gloriose quanto esagerate. Si definivano “le mie prime fan”, e lo erano. Anche nei momenti di difficoltà, di scoraggiamento, erano sempre loro a ricevere le mie confidenze; anche in questo caso, avevano la parola giusta: non semplicemente di consolazione ma propositiva: riuscivano ogni volta a farmi vedere le cose da una prospettiva diversa, feconda. Sapevano rimettermi in carreggiata. Mia nonna Fanny poi era speciale nel coniare slogan semplici quanto efficaci (le dicevo sempre che sarebbe stata un’ottima pubblicitaria); ancora oggi questi slogan mi accompagnano nella vita; a seconda della situazione in cui mi trovo ecco che dalle profondità della mia memoria risale preciso lo slogan adatto al caso. E, di nuovo, mi aiuta.
Come i miei lettori più “anziani” sanno, mia zia e mia nonna ‒ che hanno anche ispirato tanti dei post migliori di questo blog ‒ non ci sono più. Mia zia, da sette anni; mia nonna, sono sei anni oggi (e l’altra mia nonna ‒ il mio terzo grande pilastro ‒ quattro). Come accade normalmente in queste situazioni, questi anni sembrano contemporaneamente pochissimi e tantissimi e non è vero che il tempo sistema tutto. Il tempo può attutire il dolore, la quotidianità può spingerti nella cieca marcia sempre avanti e l’incontro con nuove persone e nuove esperienze ‒ insomma, la vita ‒ ti riempirà di quella benzina fatta di stupore, meraviglia ed entusiasmo ma le persone importanti che hai perso ti mancheranno sempre perché sono insostituibili e indispensabili; lo spazio non solo affettivo ma in qualche modo “fisico” che hanno lasciato vuoto nel nostro cuore resterà sempre spalancato come una voragine e dolorante come una ferita. Ed è giusto e sacrosanto che sia così. Non è vero infatti che “siamo tutti utili e nessuno indispensabile”; le persone che amiamo sono indispensabili e quando non ci sono più lasciano uno spazio che non sarà mai rimpiazzato.
Per fortuna, queste grandi persone che hanno riempito la nostra vita riescono in qualche modo a esserci anche dopo la morte. Così, quando sabato ho saputo di avere superato una prova importante, il mio istinto è stato quello di prendere il telefono e chiamare Piacenza. E quando, come ogni volta negli ultimi sei anni, ho dovuto rendermi conto che lì non c’è più nessuno da chiamare, più della tristezza ha vinto in me la gioia per avere mantenuto intatto questo mio riflesso condizionato. Nel mio cuore resta sempre una Piacenza da chiamare.

*In foto: il Facsal, il grande viale alberato nel verde, che è uno dei miei luoghi affettivi piacentini. Foto di Alessandro Prati (presa da qui).


L’ostinato fuggire

Ogni tanto le mie giornate sono inframmezzate da qualche piccolo dramma. Non stupiamoci se poi il mio carattere tende al drammatico. L’ultimo, martedì mattina.

Ero beatamente in panciolle con un buon libro sotto agli occhi, seduta in poltrona al calduccio mentre fuori nevicava abbondantemente. Ha squillato il telefono, era mia nonna che chiedeva se mio padre passava a prenderla per andare a messa. Questo perché mia nonna – novantaquattrenne – ultimamente tende a perdere il calendario, come dice lei, cioè a confondere i giorni della settimana, o meglio a credere che ogni giorno sia domenica. A parte questo e a parte il fatto che cucina ogni giorno per suo marito (morto quarantanni fa), per il resto è ancora in forma. Ora il problema è che se lei si convince che è domenica e che bisogna andare a messa, se non c’è nessuno che l’accompagna, esce di casa (eludendo la sorveglianza di mia zia) e scappa. Altre volte scappa per andare incontro a mio nonno (sempre quello morto quarantanni fa). E bisogna dire che è bravissima a cogliere fulmineamente l’attimo giusto per sgattaiolare fuori di casa nonostante tra figli e nipoti cerchiamo di tenerla abbastanza sotto controllo. Ammetto di fare sotto sotto il tifo per lei e per queste astute e ostinate fughe. Ma siccome le gambe non la reggono più tanto bene per lunghi tragitti, è molto pericoloso che esca da sola, basta un soffio per farla cadere.

Tornando a martedì mattina, se io fossi stata una nipote scrupolosa, non mi sarei limitata a risponderle che non era domenica e che mi raccomandavo non uscisse ché fuori c’era la neve; avrei previsto che lei sarebbe uscita lo stesso e quindi avrei preso il mio cappottino, avrei attraversato la strada e sarei andata a casa sua a tenerle compagnia. Invece ho scelto la mia poltrona e sono stata punita. Mezzora dopo, il telefono ha squillato di nuovo: mia zia in allarme annunciava che la nonna era fuggita. Noi abitiamo tutti nella stessa strada (io ancora per poco) e quindi io, zia e cugini ci siamo precipitati fuori. Quando ho detto che secondo me era in chiesa, tutti mi hanno dato della pazza: mia nonna, con la neve alta per strada e con quella che continuava a scendere, non poteva certo essere riuscita a spingersi fin lì. Ma io so quanto è testarda mia nonna e anche quanto potente è la scarica di adrenalina che inspiegabilmente la pervade alla sola idea di uscire da sola per andare a messa… quindi, lasciati i cugini a perlustrare la nostra strada, mi sono messa a correre (be’, correre, sotto quella nevicata, è una parola grossa, diciamo ad accelerare) più veloce che potevo, col cuore che mi batteva fortissimo per il senso di colpa; mi sentivo responsabile e mentre attraversavo il prato dribblando slittini, bambini e pupazzi di neve, continuavo a guardarmi intorno, aspettandomi di vedere mia nonna riversa in mezzo alla neve, semiassiderata o con un femore rotto. Approdata invece in chiesa senza essere incappata in corpi giacenti a terra, ho scannerizzato in due secondi l’intero ambiente ed eccola lì, mia nonna, viva e vegeta, unica figurina in quel grande edificio silenzioso. Sedeva assorta in preghiera su una delle prime panche davanti all’altare.

Ho resistito all’impulso di correre subito da lei perché quando si è così agitati e arrabbiati con se stessi si rischia di essere sgarbati. Me ne sono restata lì a sbollire l’ansia e ho telefonato ai cugini per rassicurarli. Poi, calma, le sono andata incontro.

Mi sono seduta accanto a lei sulla panca, dove si è svolto il seguente dialogo:
«Ciao nonna».
«Ah, ciao cara, ma che brava, sei venuta a messa!».
«Ma no, nonna, adesso non c’è nessuna messa, non è domenica, non vedi che la chiesa è vuota? Hai perso il calendario!»
«Ah… davvero?», ha risposto stupita; poi è rimasta un attimo in silenzio, pensierosa, e mi ha detto:
«Ma scusa… se oggi non è domenica e non c’è messa… tu cosa ci fai qui? Non avrai perso il calendario alla tua età?!»

Eh eh, in effetti come ragionamento non fa una piega.

Dopo averla rassicurata sulla mia salute mentale e averle spiegato che ero venuta lì a cercare lei e che la prossima volta non deve scappare di nascosto, l’ho riaccompagnata, non senza qualche rimostranza da parte sua, a casa. E anche stavolta, missione compiuta.


Lutto

Cari amici… ieri è morta mia nonna Fanny, la sorella della zia Nena, di cui ho parlato tante volte sul mio blog, e quindi un po’ la conoscete anche voi. Soffriva da tempo di tumore ma fino a quest’estate era a Riccione con noi e fino a due giorni fa, pure costretta a letto, riusciva comunque a parlare e interagire con noi. È peggiorata all’improvviso domenica. Ieri mattina sono stata con lei… mi ha riconosciuta, anche se ogni tanto cadeva in una specie di agonia… l’ho baciata tanto e le ho detto “Ti voglio bene” anche se forse non capiva… poi ho dovuto riprendere il treno… e poche ore dopo è morta. In questi giorni siamo riusciti a salutarla tutti, è morta nella sua casa,  a Piacenza, circondata dalla sua famiglia, sapeva di stare morendo ed era serena. Per me è comunque un colpo e sono troppo poco lucida per parlare adesso… ma volevo dirvi che per qualche giorno non scriverò. Però so che in questi giorni mia nonna mi ha dato un’ultima grande lezione: come si muore. Se ce la farò, mi piacerebbe parlarne qui.

Intanto, ricopio qui uno degli ultimi post che avevo scritto su di lei e su mia zia (morta un anno e mezzo fa), per ricordarle con amore.

Di solito, quando sono triste, anche se è notte, esco e faccio una corsa, o prendo la bici e pedalo un po’. E guardo la luna, che anche se so che è solo un freddo satellite con piantata sopra una bandiera americana, ha comunque sempre il potere di consolarmi un po’, perché è lì impassibile ma sembra lo stesso che splenda per noi, come le stelle e tutto l’ambaradàn celeste. In questo ho preso da mia nonna che ancora oggi, ogni volta che la sera fa il giro della casa per abbassare le tapparelle nelle varie stanze, a ogni finestra si sofferma un po’ in contemplazione e quindi questa operazione dura sempre molto tempo. E fino all’anno scorso, quando c’era ancora la mia prozia, che abitava con lei, mia nonna, dopo avere fatto questo giro, raccontava a mia zia com’era la luna quella sera e com’era bella in generale, e a volte citava anche i versi che qualche poeta aveva dedicato alla luna. Allora regolarmente mia zia la accusava di essere ridicola, ancora dopo ottant’anni a emozionarsi davanti alla luna, e mia nonna la accusava di essere invece una d’annunziana, per via della sua ansia di circondarsi di cose belle e lussuose, mentre a lei piaceva ammirare la natura. E così ogni sera mia nonna e sua sorella andavano a letto litigando per via delle loro divergenze sulla luna. Tranne forse quando pioveva, come in queste sere, che la luna non si vede. E così me ne andrò a letto anch’io e magari me la sognerò, la luna.

D’ora in poi per me guardare la luna sarà sempre e solo pensare a te, cara nonna Fanny, che eri così felice di vivere e ora voglio essere felice anche per te. TI VOGLIO BENE E TI RINGRAZIO.


La luna

Un-giorno-avremo-orti-sulla-Luna “Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più.”

Italo Calvino


“E anche se l’uomo vi ha posato i piedi la luna è rimasta la luna”.
Danilo Dolci

Stasera mi sento come un pugile suonato. Ho ricevuto una di quelle batoste che, potendo, se fossi una persona libera o incosciente, mi farei il mio bel fagottino come un qualunque Giovannino delle fiabe, me lo caricherei in spalla e partirei per il vasto mondo in cerca di fortuna. Ché qualunque bosco con annesso lupo cattivo mi procurerebbe meno dolore di quello che posso provocarmi io con il mio stesso cuore. Qualche giorno fa, in un raptus di entusiasmo, avevo deciso di fondare  (per me stessa) il Comitato di Liberazione Anime Pavide, che magari per certi ambiti non lo rinnego ma, per quanto riguarda il settore emotivo, la mia anima resterà sempre quel budino tremolante in cerca d’amore, pronta a lasciarsi soggiogare pur di riceverne un po’, anche a costo di essere rimproverata di tenere poco alla propria dignità. Che magari può anche essere vero ma a me va bene lo stesso, perché quando si esagera con la dignità, rinserrandocisi dentro, si rischia di restare soli come una statua, e io non voglio, ché lo sono già anche troppo. Una statua di sicuro non rimane ferita. Io sì.

Di solito, quando sono così, anche se è notte, esco e faccio una corsa, o prendo la bici e pedalo un po’. E guardo la luna, che anche se so che è solo un freddo satellite con piantata sopra una bandiera americana, ha comunque sempre il potere di consolarmi un po’, perché è lì impassibile ma sembra lo stesso che splenda per noi, come le stelle e tutto l’ambaradàn celeste. In questo ho preso da mia nonna che ancora oggi, ogni volta che la sera fa il giro della casa per abbassare le tapparelle nelle varie stanze, a ogni finestra si sofferma un po’ in contemplazione e quindi questa operazione dura sempre molto tempo. E fino all’anno scorso, quando c’era ancora la mia prozia, che abitava con lei, mia nonna, dopo avere fatto questo giro, raccontava a mia zia com’era la luna quella sera e com’era bella in generale, e a volte citava anche i versi che qualche poeta aveva dedicato alla luna. Allora regolarmente mia zia la accusava di essere ridicola, ancora dopo ottant’anni a emozionarsi davanti alla luna, e mia nonna la accusava di essere invece una d’annunziana, per via della sua ansia di circondarsi di cose belle e lussuose, mentre a lei piaceva ammirare la natura. E così ogni sera mia nonna e sua sorella andavano a letto litigando per via delle loro divergenze sulla luna. Tranne forse quando pioveva, come in queste sere, che la luna non si vede. E così me ne andrò a letto anch’io e magari me la sognerò, la luna.


Il prozio prodigo

[Questa storia è accaduta proprio di questi tempi, cinque anni fa, al mare]

– E adesso? Cosa gli diciamo? – chiese la mia prozia Nena a sua sorella, con voce angosciata.
– Gli diciamo Ciao -, le rispose mia nonna con tono seccato e colmo di rimprovero. Non valeva davvero la pena stare in ansia.
Eppure, i visi di entrambe erano tesi verso l’ingresso del giardino.
Tutte e due fingevano disinteresse ma la mano di mia zia tremava mentre cercava di aprire il ventaglio per farsi aria.
Finalmente, tre figure apparvero nella penombra del vialetto. Un uomo al centro tra due donne. Entrarono nel nostro giardino accolti da un silenzio carico di emozione.


Tutto era iniziato al mattino, quando la più giovane delle sorelle, mia zia Mara, solitamente persona mite e compassata, aveva fatto irruzione in casa nostra (la porta era aperta, come sempre nella casa del mare) urlando istericamente e senza sosta:
– Notizia bomba! Notizia bomba! Notizia bomba! –
Eravamo tutti alle prese con le rispettive colazioni e ci bloccammo più o meno contemporaneamente.
– Be’, insomma – la interruppe mia zia Nena dopo un po’ – adesso calmati e spiega come si deve –
– Sta arrivando Umberto! Lo ospito a casa mia e stasera verremo qui da voi! – , rispose la zia tutto d’un fiato.
A questa notizia, credo che ogni molecola presente nell’atmosfera si sia paralizzata per un lungo momento, come ognuno di noi del resto.
Mia mamma ruppe il silenzio esclamando entusiasta:
– Ma è fantastico, zia! Racconta tutto per bene! –
Ma prima che la zia potesse cominciare, la zia Nena e mia nonna, la prima sbattendo per terra uno straccio e la seconda rivolgendo alla sorella minore uno sguardo pieno d’astio, si chiusero nella loro stanza sbattendo la porta.


Lo zio Umberto era il loro fratello minore. Circa una trentina di anni prima aveva abbandonato la moglie e la figlia piccolissima a Milano e le sorelle a Piacenza per sparire nel nulla, dopo avere spremuto i loro portafogli e averle quasi ridotte sul lastrico per pagare i suoi pesanti debiti di gioco.
Posto di fronte a un ultimatum da parte delle sorelle esasperate, aveva scelto la fuga.
Da allora, lui non aveva più dato sue notizie né le sorelle lo avevano cercato.
Solo da qualche anno Mara, la sorella più giovane (quella a lui più vicina per età e a lui più legata) si era decisa a rintracciarlo, con la collaborazione della figlia di lui, che voleva a tutti i costi conoscere il proprio padre.
Lo avevano trovato qualche anno prima; viveva a Roma, su una barca, si manteneva attraverso piccoli lavori e pubblicando racconti e brevi articoli su alcune riviste; era sereno e aveva accettato di conoscere la figlia e di rivedere la sorella, ma non di venire a Piacenza. Né le altre tre sorelle si sognavano di invitarlo, peraltro. Anzi, si erano arrabbiate con la zia Mara.
Adesso, infine, dopo alcuni anni di riavvicinamento, lo zio era pronto al grande salto: riallacciare i rapporti col resto della sua famiglia.


Io ero curiosissima di conoscerlo. Lo avevo visto in tanti filmini (siamo pieni di filmini di famiglia, girati a partire dagli anni ’50 con la cinepresa – poi trasferiti su videocassette e dvd – grazie ai quali mi pare di avere sempre conosciuto anche parenti morti prima che io nascessi!). Era giovane, nei filmini, e molto bello e simpatico. Di lui si era sempre comunque parlato con nostalgia, in famiglia, sottolineandone appunto la grande simpatia, la prestanza fisica e la vena creativa.


Per tutta la giornata, mia mamma cercò in tutti i modi di calmare sua madre e sua zia: ma le due erano irriducibili; per loro era insopportabile l’idea di rivedere quel fratello che avevano amato tantissimo e da cui erano state ripetutamente ingannate e truffate. Erano convinte che fosse ancora un giocatore (Da quel vizio non si guarisce!, tuonava mia nonna) e temevano addirittura che avesse accettato di rivederle solo per spillare loro altri soldi (È senza vergogna!, rincarava mia zia).
Neppure gli accorati appelli di mia madre alla carità cristiana sembravano servire.
Tuttavia, dato che tutto il resto della famiglia era entusiasta all’idea di rivedere – o di vedere per la prima volta (come nel caso mio, di mia sorella e di mio padre) – lo zio scapestrato, nonna e zia dovettero rassegnarsi, cedendo anche alla propria sottaciuta curiosità.


Ecco perché quella sera, dopo cena, stavamo seduti in giardino, tutti composti e vestiti bene, silenziosi ed emozionati, in attesa, ascoltando quel fatidico scambio di battute tra mia nonna e mia zia Nena.

– E adesso? Cosa gli diciamo? -, chiese dunque mia zia intravedendo avvicinarsi il fratello con le altre due sorelle.
– Gli diciamo Ciao! -.

E accadde proprio così. Dopo il primo silenzio imbarazzato, durante il quale lo zio e le due acerrime sorelle si scrutarono lungamente a vicenda, prima con diffidenza poi accennando tenui sorrisi, scoppiò la festa. Saluti, baci e abbracci, presentazioni. Poi, di colpo, il tuffo nel passato. Fratello e sorelle si lanciarono nella rievocazione dei ricordi d’infanzia, di come si divertivano nonostante la guerra in corso e, man mano che ricordavano, la tensione si scioglieva e le voci e gli sguardi si coloravano di sincero affetto.
Quando si misero a cantare tutti insieme certe strampalate canzoni della loro giovinezza, fu chiaro a tutti che ormai non si sarebbero separati più.
E infatti, già a partire dal giorno dopo (e dico sul serio) fu normalissimo vedere lo zio entrare e uscire liberamente da casa nostra come qualunque altro parente.

Ben presto, proprio mia zia Nena scoprì di essere così simile a lui, sia in alcune caratteristiche fisiche sia nel carattere, da non poter fare quasi a meno della sua compagnia. Da quando lei e mia nonna si sono ammalate e hanno bisogno di assistenza, e da quando è diventato nonno, lo zio passa sempre meno tempo nella sua casa di Roma (dalla barca si è da poco trasferito in un appartamento) e sempre più tempo a Piacenza, ravvivando l’atmosfera con le sue barzellette, le sue storie e le sue canzoni.

Durante le feste, quando ci troviamo tutti insieme, osservo mia zia ridere di gusto alle battute del fratello e sorrido, ripensando a come una ferita che sembrava destinata a non guarire si è invece ricomposta così serenamente e giusto in tempo per non lasciare troppi rimorsi, e troppi rimpianti.


La tortora disperata

Le tortore sono quegli uccelli dal verso lugubre e intermittente: quel fastidioso uh-uh che non può dirsi certo allegro. Io ci sono abituata perché sia nella casa di Piacenza sia in quella di Riccione (cioè le case legate a mia nonna e prozia, cui ormai il verso della tortora è nella mia mente inequivocabilmente collegato) vengo svegliata al mattino da questo monotono lamento (tale è dal mio punto di vista umano). Quest’anno, però, la tortora che mi ha tenuto compagnia a Riccione (e non solo al mattino ma anche al pomeriggio) aveva un che di disperato nella voce, una sfumatura angosciata, come se il verso le si strozzasse in gola. E io, fedele alla mia interpretazione poetica della vita, ho stabilito che quella disperazione era dovuta al fatto che anche lei sentiva la mancanza delle legittime abitanti della casa, cioè mia nonna e mia zia. E fu così che – cosa inaspettata – mi sentii solidale con una tortora.