Inquietanti teorie

post-27_2016-2

L’inquietante teoria di mio padre riguardo a tutti questi pensionati in giro col cane è che il suddetto animale sia stato comprato appositamente dalle mogli per “togliersi dai piedi i mariti e tenerli il più possibile fuori di casa”. Se no non si spiega, dice lui, osservando come in genere il pensionato maschio strattoni perlopiù il cane con nervosismo e malagrazia mista a un ché di rassegnato.


Regole elementari

tortellini-in-brodo

Quando uno è nervoso per i fatti suoi, va bene mostrargli qualche sollecitudine ma se costui non risponde bene neanche a queste è buona norma lasciarlo cuocere in santa pace nel suo brodo senza preoccuparsi o rimanerci male. La cosa peggiore da dirgli, poi, è di stare tranquillo, a meno che non lo si voglia proprio esasperare costringendolo a un aperto litigio.


Infide missive

Le lettere tra familiari sono state a lungo la mia croce. Io le odio, quelle lettere. Le odio perché mi hanno sempre creato dei grossi problemi tra cui anche delle terribili emicranie e spiacevoli sensi di colpa. Ci sono delle famiglie in cui le persone non si parlano molto, allora ogni tanto, quando uno ha qualcosa di grosso da dire a un altro – in genere qualcosa di negativo e pesante – e non riesce più a tenerselo dentro, gli scrive una lettera. Come una vera e propria trappola, gliela fa trovare quando e dove meno se l’aspetta, basta che sia un orario e un posto scomodo. Il poveretto, ignaro di quel che gli sta per capitare, per esempio, si avvia verso il letto a tarda ora, col solo desiderio di dormire, e vi trova una lettera. Ogni fibra del suo cervello lo prega di ignorarla almeno fino all’indomani, ma ovviamente ciò è fuori discussione: è assolutamente impossibile poter prendere sonno sapendo che c’è una lettera che devi leggere, una lettera scritta da un familiare che probabilmente – dato che ti vuole bene… – ha da recriminare qualcosa di molto brutto contro di te. E così leggi la lettera, che può anche constare di diversi fogli protocollo scritti fittamente a mano, per ritrovarti poi scosso da lacrime di rabbia o dolore, dal senso di colpa e dal terribile interrogativo: cosa faccio adesso? Rispondo con un’altra lettera? Rispondo a voce, affrontando il familiare vis à vis? Faccio finta di niente e non rispondo proprio?

Solo da pochi anni sono riuscita a porre fine a questa insopportabile usanza familiare, attraverso un atto dimostrativo di protesta: ricevuta l’ennesima lettera, senza leggerla l’ho platealmente strappata davanti alla mittente (mia madre), ho strappato poi qualunque pezzo di carta trovassi nei pressi, urlando che le cose bisognava dirsele a voce e guardandosi in faccia. Se qualcuno mi avesse mai di nuovo scritto su un maledetto pezzo di carta per esprimere qualche recriminazione, sarebbe incorso nella mia ira funesta. Quel giorno mia madre, non senza essersi prima offesa perché avevo strappato senza neanche leggerla quella lettera che le era costata tanto tempo e fatica, capì e si arrese; mio padre e mia sorella pure. E da quel momento la mia famiglia ha imparato a comunicare chiaramente a voce anche le cose spiacevoli.

Ma il resto del mondo no. E grazie ai malefici sms – o nei casi migliori, alle mail – molti scrivono cose che farebbero molta più fatica a dire di persona, lasciando il povero destinatario ancora più solo, davanti a uno schermo crudele.


La legge del più forte

Stamattina ero al parco vicino a casa. Avevo trovato una panchina collocata in posizione strategica: le fronde degli alberi intorno, arrivando fino a terra, creavano una cupola verde che proteggeva la panchina dal caldo e dagli sguardi altrui. Potevo respirare l’aria fresca e profumata e dedicarmi in pace alla lettura del libro che avevo portato con me. Ma a un tratto, mentre i miei pensieri si intonavano con l’armonia della natura che mi circondava, involandosi eterei, sono stata richiamata alla dura realtà dal pianto di un bambino e dagli improperi di un padre. Non riuscendo a ignorarli ed essendo comunque ora di tornare a casa, mi sono alzata e uscendo da quell’oasi di pace mi sono trovata davanti una scena alquanto inconsueta, tanto che, non essendoci abituata, ci ho messo un po’ per capire che non si trattava di un gioco o di uno scherzo: un omaccione sculacciava il figlioletto (che avrà avuto a malapena tre anni), ma non una o due volte (come può anche capitare), no, più e più volte; anche quando il bambino ormai gli camminava arrendevole al fianco quello continuava con gli scapaccioni. Non forti da fare troppo male, no, ma violenti; erano un chiaro sfogo: qualunque capriccio il bambino avesse potuto fare (probabilmente non voleva tornare a casa per restare sull’altalena), la reazione del padre andava molto oltre quel capriccio, sembrava uno al quale fosse saltato il tappo della rabbia repressa e questa scorresse tutta fuori senza freno.

Ma il peggio doveva ancora venire: un altro padre non molto distante gli ha gridato:

“Ehi, adesso basta picchiarlo, calmati!”.

Il picchiatore si è girato come una belva e si è messo a urlare degli insulti irripetibili verso l’altro; altre voci lo hanno invitato con pacatezza a calmarsi e ragionare, facendogli notare che aveva perso lucidità, ma quello era ormai fuori di sé, addirittura si è messo a correre verso il primo che gli aveva rivolto la parola, per picchiarlo. La gente lo ha bloccato e fatto ragionare. Tutto questo davanti al bambino, rimasto solo in mezzo al prato mentre il padre dava brutta mostra di sé. Mentre tornava verso il figlio, sempre imprecando contro gli altri, ma a bassa voce, tutti gli sguardi delle persone presenti (me compresa) lo hanno squadrato con disapprovazione. Aveva gli occhi di tutti addosso e li ha avuti finché non è scomparso dalla vista.

Questo piccolo episodio mi ha lasciato un senso come di spavento, sul momento. Mi sono resa conto che da anni e anni non vedevo un bambino preso a sculacciate. Io stessa sono caduta vittima di scapaccioni solo due volte in vita mia, e perché avevo portato mio padre a un punto di esasperazione obiettivamente esagerato. Ma dopo mi ha chiesto scusa e si è messo a piangere, più disperato di me. E dopo ancora, abbiamo parlato e ci siamo spiegati. Lui mi ha spiegato che anche se ero una bambina piccola lui non aveva nessun diritto di alzare le mani su di me, neanche a fin di bene, neanche se mi ero comportata molto male. E questa lezione (che bisogna sempre spiegarsi a parole e mai con la violenza) mi si è incisa nella testa come poche altre. Ero fiera che mio padre avesse riconosciuto un suo errore, anche se aveva ragione a essere arrabbiato con me.

Vedendo quell’uomo picchiare quello scricciolino in quel modo mi sono resa conto che picchiare un bambino non serve a niente. Gli mostri solo che sei fuori controllo, che non sai gestire le tue emozioni, che non hai la situazione in pugno, che sei uno sconfitto. Non gli dai una lezione, gli instilli a tua volta rabbia repressa. Rabbia che prima o poi esploderà. Poi con tristezza ho pensato che quando queste cose avvengono in pubblico, come oggi, c’è un forte controllo sociale che interviene prontamente; ma nel chiuso delle quattro mura domestiche, purtroppo, questo controllo non c’è. In certe famiglie vige la legge del più forte (fisicamente) sul più debole. Che amarezza.


I nostri litigiosi 25 aprile

Rattazzi

[Nella foto: una giovane staffetta partigiana fotografata con la sua fedele bicicletta: sarei stata capace di essere al suo posto, se fossi vissuta allora?]

Fin da quando ero piccola, le storie relative alle due guerre mondiali, alla vita sotto la dittatura fascista e alla resistenza contro l’orrore nazifascista, mi hanno sempre appassionata. Soprattutto quelle raccontatemi a voce dai parenti anziani e dai vecchi del quartiere, uomini e donne che avevano vissuto in prima persona, giovani adulti o ancora ragazzini/e, quegli anni tremendi. Mi è sempre piaciuto anche studiare le stesse vicende sui libri, e Le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea è uno dei libri che mi hanno molto segnata, nel corso della mia formazione come cittadina, oltre che come persona. Ci aggiungo sicuramente anche le testimonianze raccolte da Nuto Revelli, altre pietre miliari per me. Tutte queste vicende non sembrano poi così lontane, in realtà sono inscritte nella memoria visiva, oltre che in quella orale, del territorio in cui vivo, per certi versi ci sono cresciuta dentro. Vicino a casa mia c’è da un lato il cimitero dei polacchi e degli inglesi (cioè i soldati alleati che entrarono a Bologna per liberarla, morirono per noi e sono sepolti qui; questa cosa fin da piccola mi ha sempre fatto molta impressione, perché sono soldati morti per noi e restano sepolti in una terra straniera), dall’altro ogni due passi c’è un cippo con su scritti i nomi dei partigiani caduti per la libertà in quel punto esatto. Quando andavo a scuola ne incontravo due, oggi per andare in casa editrice ne incontro un altro. E quante sono le lapidi che nelle strade del centro rimandano ad analoghi elenchi o ricordano che in quel punto avvenne la tal battaglia o il tale eccidio!

Mi sono sempre chiesta se, se fossi vissuta allora, sarei stata capace di fare la scelta giusta. Non un dissenso silenzioso, ma una resistenza attiva, a rischio della mia vita. Conoscendomi per come sono ora direi di sì perché per me la vita ha senso solo se hai dei valori grandi per cui potresti anche sacrificarla, però è anche facile dirlo stando davanti a un pc. Tra i miei parenti da parte di padre, diversi ne furono capaci e divennero partigiani. Invece i miei parenti da parte di madre erano in parte fascisti, in parte disinteressati, che era come dire fascisti ma “passivi” (sto parlando ormai di nonni/e e bisnonni, prozii/e, molti dei quali ormai morti).

Per questo, il 25 aprile a casa mia è uno stress. Mia mamma quando era piccola sentì dire da suo nonno che i partigiani erano i responsabili indiretti delle rappresaglie contro i civili (nella nostra regione, come in buona parte del Nord Italia, ci furono eccidi atroci da parte dei tedeschi, che ancora oggi restano una ferita aperta, e stragi spropositate). Da allora questa cosa le è rimasta incisa nella testa. Sapete come accade da piccoli: si orecchiano discorsi e si prende per oro colato tutto quello che esce dalla bocca degli adulti. Certe cose, è vero, ti restano più impresse di altre e sono davvero difficili da abbandonare, anche di fronte all’evidenza. Ammettere che anche i propri genitori possono avere torto è un passo così grande che compierlo è davvero complicato. Ciò non toglie che ormai, alla sua età, mia madre dovrebbe essere in grado di distinguere tra quella che era pura propaganda ideologica (cioè una balla fascista) e quella che è la verità storica. Tanto più che ormai sono passati più di 60 anni. Lei, nata negli anni ’50, era ben lungi dal venire al mondo quando succedevano quelle cose, non ha neanche la scusa di essere stata emotivamente coinvolta, come poteva averla suo nonno, che dopo la guerra ha perso tutto. E così, morale della favola, anche oggi ho dovuto sopportare l’annuale litigio tra mio padre e mia madre sul senso del 25 aprile (gli altri anni partecipavo attivamente anch’io, rovinandomi la digestione, ma quest’anno sono stata capace di tenermene fuori, mettendo su un po’ di buona musica rock e alzando il volume onde coprire le urla dei genitori in guerra, tanto ormai le posizioni sono chiare e nessuno cambierà idea). Il litigio non verte ovviamente sul fascismo – mia madre non è fascista e concorda sul fatto che sia giusto festeggiare la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista – ma sulla bontà o meno dei partigiani: per mia madre dobbiamo ringraziare solo gli americani (e i loro alleati) per la liberazione del nostro paese, invece per mio padre, oltre agli americani, anche quei cittadini e quei militari italiani che si sono opposti ai fascisti e hanno lottato per il loro paese, anche ricorrendo a mezzi offensivi logicamente. Io sono d’accordo con mio padre anche se questi litigi mi sembrano una cosa da pazzi. Io non le capisco queste polemiche, quindi lasciamo perdere i miei genitori (che all’epoca dei fatti in questione non erano neanche nati) e le loro famiglie e parlo per me.

Io sono forse una povera pivella che, quando in quinta elementare la maestra spiegò il Risorgimento e le lotte per l’unità d’Italia, ho provato un’emozione e sono diventata patriota, patriota infervorata di Garibaldi e Mazzini e Cavour e di tutte le problematiche connesse all’unità d’Italia. Io che avevo la fissa dei romanzi d’avventura e delle grandi epopee, mi sembrava un po’ il nostro West.  Ho avuto questo imprinting, l’idea che uno deve amare il suo paese (ero, sempre in quinta elementare, una fanatica del libro Cuore, c’è stato un periodo in cui parlavo come Bottini e De Rossi e mi sentivo molto Garrone). Allora poi la Resistenza per me è stata la continuazione del voler bene al proprio paese al punto da esporsi, lottare e morire, ma non solo per un patriottismo stracco, ma in nome di un’idea di giustizia e di valori che dovrebbero fare parte proprio del nostro DNA e della nostra storia comune. Quindi non solo sono grata ai resistenti ma sono anche fiera che il nostro paese, pur dopo venti anni di dittatura, ne abbia prodotti. Sono i padri della nostra democrazia, cosa possiamo dire di male? Il fatto che ci siano stati talvolta degli eccessi non inficia l’importanza di un fenomeno così importante.
Per me il significato del 25 aprile sta nel chiedersi sempre se anche oggi siamo disposti a esporci e se saremmo pronti a pagare in prima persona per difendere dei valori forti e comuni, nel caso ce ne fosse bisogno. È l’importanza del saper “prendere parte” anziché restare a guardare il corso degli eventi; la lucidità e l’onestà di riconoscere che di fronte a certi scenari, esistono scelte giuste e scelte sbagliate; l’una non vale l’altra, anche se è importante capire le motivazioni di entrambe le scelte. Perché anche se situazioni così tragiche come quelle di allora non ci capiteranno (speriamo) più, è sempre importante stare allerta e pronti a difendere quei valori che, grazie al sacrificio di uomini e donne giusti, hanno poi potuto essere scritti nero su bianco sulla nostra bella Costituzione. Mi sembrano banalità, ma siccome in giro c’è gente (soprattutto giovani) che non sa neanche cosa si festeggia oggi, meglio una banalità in più che una reticenza. Meglio anche i litigi in casa mia: se non altro fin da piccola ho avuto ben chiaro cosa si festeggiasse in questa data!


Buon 25 aprile!