Una Piacenza da chiamare

facsalPer tutta la vita ho avuto l’abitudine, ogni volta che mi accadeva una cosa bella, di prendere il telefono e chiamare “Piacenza”, cioè telefonare a mia nonna e a mia zia (prozia) per comunicargliela. Era diventato un riflesso automatico. Loro erano sempre le prime a sapere, prima ancora dei miei genitori. Con il loro entusiasmo, amplificato dall’amore per me, sapevano sempre accogliere nel modo migliore la novità: gioendo con me, incoraggiandomi, lanciandosi in previsioni gloriose quanto esagerate. Si definivano “le mie prime fan”, e lo erano. Anche nei momenti di difficoltà, di scoraggiamento, erano sempre loro a ricevere le mie confidenze; anche in questo caso, avevano la parola giusta: non semplicemente di consolazione ma propositiva: riuscivano ogni volta a farmi vedere le cose da una prospettiva diversa, feconda. Sapevano rimettermi in carreggiata. Mia nonna Fanny poi era speciale nel coniare slogan semplici quanto efficaci (le dicevo sempre che sarebbe stata un’ottima pubblicitaria); ancora oggi questi slogan mi accompagnano nella vita; a seconda della situazione in cui mi trovo ecco che dalle profondità della mia memoria risale preciso lo slogan adatto al caso. E, di nuovo, mi aiuta.
Come i miei lettori più “anziani” sanno, mia zia e mia nonna ‒ che hanno anche ispirato tanti dei post migliori di questo blog ‒ non ci sono più. Mia zia, da sette anni; mia nonna, sono sei anni oggi (e l’altra mia nonna ‒ il mio terzo grande pilastro ‒ quattro). Come accade normalmente in queste situazioni, questi anni sembrano contemporaneamente pochissimi e tantissimi e non è vero che il tempo sistema tutto. Il tempo può attutire il dolore, la quotidianità può spingerti nella cieca marcia sempre avanti e l’incontro con nuove persone e nuove esperienze ‒ insomma, la vita ‒ ti riempirà di quella benzina fatta di stupore, meraviglia ed entusiasmo ma le persone importanti che hai perso ti mancheranno sempre perché sono insostituibili e indispensabili; lo spazio non solo affettivo ma in qualche modo “fisico” che hanno lasciato vuoto nel nostro cuore resterà sempre spalancato come una voragine e dolorante come una ferita. Ed è giusto e sacrosanto che sia così. Non è vero infatti che “siamo tutti utili e nessuno indispensabile”; le persone che amiamo sono indispensabili e quando non ci sono più lasciano uno spazio che non sarà mai rimpiazzato.
Per fortuna, queste grandi persone che hanno riempito la nostra vita riescono in qualche modo a esserci anche dopo la morte. Così, quando sabato ho saputo di avere superato una prova importante, il mio istinto è stato quello di prendere il telefono e chiamare Piacenza. E quando, come ogni volta negli ultimi sei anni, ho dovuto rendermi conto che lì non c’è più nessuno da chiamare, più della tristezza ha vinto in me la gioia per avere mantenuto intatto questo mio riflesso condizionato. Nel mio cuore resta sempre una Piacenza da chiamare.

*In foto: il Facsal, il grande viale alberato nel verde, che è uno dei miei luoghi affettivi piacentini. Foto di Alessandro Prati (presa da qui).

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3 commenti on “Una Piacenza da chiamare”

  1. melchisedec ha detto:

    Come non condividere i tuoi sentimenti? Io tremo all’idea…

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  2. Ornella Antoniutti ha detto:

    A volte il vuoto si percepisce, improvvisamente, dopo anni, durante i quali si è vissuto più o meno consapevoli della perdita. A volte mi sorprendo a elencare mentalmente le persone che non ci sono più, parenti, ma anche amiche, amici, colleghi e l’elenco è sempre più lungo. Che tristezza, e quante occasioni mancate per conoscere e conoscersi, dato che con i miei nonni e zie è mancata la confidenza che tu, carissima Ilaria, racconti di aver goduto e per la quale, sinceramente, ti invidio.

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