Tragici neologismi

Al telegiornale, la conduttrice riferisce l’ennesimo caso di una donna uccisa da un uomo a lei familiare. Mio padre è ai fornelli. Mia madre, entrando in cucina e sentendo il finale di notizia, chiede:
– È stata uccisa un’altra donna? –
– Sì, c’è stato un nuovo femminicidio –, risponde mio padre.
È quando ascolti un dialogo come questo che capisci che un neologismo imposto dai media è ormai entrato a far parte del lessico comune.

Femminicidio. Una parola orrenda, innanzitutto per ciò che significa ma anche perché – personalmente – la trovo un obbrobrio linguistico. Spero ardentemente che cada presto in disuso, per entrambi i suddetti motivi.

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10 commenti on “Tragici neologismi”

  1. M.T. ha detto:

    Quando una tragedia diventa un fatto che si ripete nel quotidiano e lentamente diventa quasi un’abitudine.

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    • Ilaria ha detto:

      Infatti è anche per questo che non mi piace questa parola… Quando a un fenomeno viene dato un nome significa che è ormai un fenomeno comune… Ieri ho visto “Presa diretta” su rai 3, dedicata proprio al femminicidio… mi ha davvero turbata.

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  2. melchisedec ha detto:

    In effetti non è lusinghiero; femminicidio pone l’accento sul genere femminile… come se le donne fossero solamente animali femmine. O le donne vengono uccise perché sono femmine.
    😯

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    • Ilaria ha detto:

      Infatti, non sopporto esattamente quel termine “femmina”… come se decenni di riflessioni sulla distinzione tra sesso e genere venissero cancellati in nome della “parola – slogan”… E’ quasi offensiva.

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      • M.T. ha detto:

        Esatto: non più considerate donne intese come individui con dignità, diritti, che vanno rispettati, ma semplici femmine. E purtroppo tra le donne c’è una parte che si considera solo in questa maniera, che pur di avere un uomo al fianco accetta qualsiasi cosa, come se senza di lui non avesse valore. Poi succedono tragedie come queste, perché per non restare sole si hanno al fianco uomini che sono peggio delle bestie.

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  3. raffaella ha detto:

    Orrenda parola, orrendo reato. Hai ragione è un fenomeno in aumento. Preoccupante come ogni forma di violenza.
    Raffaella

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  4. Ilaria ha detto:

    @M.T.: è vero, anche se non sempre questi uomini sono evidentemente brutali; infatti una delle cose che mi ha sempre fatto paura è la possibilità che non sia così facile prevedere se l’uomo che ti sta accanto un giorno “impazzirà” e ti ucciderà, magari perché lo hai lasciato… a volte sembra che accada proprio così. Comunque, l’uso della parola “femmina” (perché non dire “donnicidio”? Tanto suona male uguale) purtroppo è indicativa; da qualche anno a questa parte, siamo assediati da messaggi che ci spingono a ricondurre (per spiegarli) i nostri comportamenti ai nostri presunti “istinti” biologici (tipo “l’uomo tradisce perché biologicamente deve essere sicuro di spargere il seme in più donne possibile”, come se un uomo fosse un toro qualsiasi o “la donna cerca l’uomo più anziano, più ricco ecc. per l’istinto alla conservazione sua e dei figli” e così via) o alle aree del cervello. Be’, solo pochi anni fa queste discipline (sociobiologia e neuropsicologia) erano considerate marginali, ora invece sono al centro della nostra vita. Ma cosa c’è dietro a questo? SEcondo me il fatto che, in un’epoca sempre più dominata – spesso acriticamente – dalla tecnica, è più rassicurante rappresentare gli esseri umani come animali o come automi. Invece a me piace pensare di essere un essere umano e dunque di essere libera: libera di scegliere come comportarmi, e che conti molto più il mio libero arbitrio (condizionato magari dal contesto socioculturale in cui storicamente vivo) rispetto alla mia biologia o a come funziona la mia amigdala (senza con questo negare di essere anche un animale, ma direi un animale “un po’” particolare, per come ha saputo evolversi!). Ma la libertà, in ogni epoca e anche adesso, fa sempre tanta paura!

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    • M.T. ha detto:

      Animali, automi, cose che semplicemente devono obbidire alle disposizioni che vengono dall’alto. Sì, la libertà dell’individuo vuole essere pesantemente menomata, se non cancelllata.

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  5. diegod56 ha detto:

    forse la cosa giusta sarebbe chiamare per nome ogni donna uccisa, così che divenga una persona conosciuta, così che ognuno di questi delitti sia «vicino»

    sarebbe giusto dire: «hanno ucciso Maria», «hanno ucciso Teresa», «hanno ucciso Elisa» e così via, perchè questa morte pesi di più

    e invece, come giustamente s’è quivi osservato, il termine «femminicidio» è quasi asettico, avvolge una morte dentro la stagnola cucki dell’indifferenza

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