Lo shock del sabato pomeriggio

Sabato pomeriggio sono salita su un “trenino” della ferrovia suburbana, gestita dalla FER-Ferrovie dell’Emilia Romagna – precisamente il Bologna-Vignola – e ne sono rimasta entusiasta. Piccolo, modernissimo e pulito, ben riscaldato e con l’altoparlante che avvisava in anticipo a ogni fermata, questo trenino fendeva con andatura rapida e silenziosa la fitta nebbia padana in quella fredda giornata di novembre, e io un po’ guardavo fuori un po’ mi guardavo nel mio specchietto per vedere una faccia sorridente. Ero infatti tutta in fibrillazione per l’evento al quale mi stavo recando.

Questo trenino mi è piaciuto così tanto che prevedo di esplorare prossimamente tutte le tratte percorribili; sì, mi ha suggerito un nuovo modo di passare il tempo libero – quando avrò del tempo libero – e cioè battere la bassa padana a bordo del suddetto trenino armata di taccuino e macchina fotografica, onde lasciarmi ispirare. C’è infatti un trenino per ogni direzione (Modena, Ferrara, Verona…) che copre tutti i paesi grandi e piccoli lungo ogni traiettoria. Puoi raggiungere ogni posto, in quel modo, e senza bisogno di dover guidare.

Ma torniamo a sabato. Cullata dal ritmo dolce e dal calduccio del treno semivuoto e quindi silenzioso, non potevo immaginare lo shock cognitivo che avrei subìto di lì a poco.
È arrivata la mia fermata: Casalecchio Palasport. Sono scesa dal treno, trovandomi tutta sola in questo binarietto immerso nella nebbia, e mi sono incamminata verso la strada. Ero diretta verso un grande centro commerciale e al telefono mi avevano detto che, uscita dal binario, lo avrei visto davanti a me. E infatti, scese le scale e giunta sul ciglio della strada Statale (classica strada da pirati della strada), oltre i fumi della nebbia ho intravisto delle luci appannate in lontananza, che delineavano in modo non troppo nitido ma percepibile un’immensa struttura scura che sembrava incombere in quel nulla: il centro commerciale.

Traversata la strada, ho cominciato a camminare in quella direzione. Seguivo un percorso in cemento, che lambisce il Palasport e conduce direttamente verso lo Shopville Gran Reno e l’Ikea. L’aria che respiravo odorava di hot dog e patatine fritte, cucinati e venduti nei numerosi baracchini con le ruote che costeggiavano lo stradino.
Ok, sono sulla strada giusta
, mi son detta.
Un ponte in cemento e ferro sovrastava un parcheggio vastissimo. Ho percorso tutto il ponte ed ecco stagliarsi davanti a me sulla destra l’insegna dell’Ikea e sulla sinistra quella del centro commerciale.

Varcato l’ingresso del centro commerciale, i miei sensi sono stati travolti da un’ondata di molteplici stimoli non del tutto gradevoli: un frastuono assordante composto da voci, suoni di giostre e marchingegni vari; l’odore unto del Mac Donald’s e della pizzeria al taglio accanto; le luci potenti, innaturali, aggressive; i colori accesi delle vetrine e un calore esagerato. Ma soprattutto: la folla. Che flashback: quando a scuola studiavo la Divina Commedia, me le immaginavo così le bolgie dell’inferno: fiumane di gente che avanzano compatte in più direzioni senza una vera meta. E lì ho realizzato che fino a quel momento ero stata una persona spensierata che non aveva idea di come fosse un centro commerciale durante il weekend. Io quando devo andare in un centro commerciale ci vado sempre solo nei giorni feriali e preferibilmente di mattina e possibilmente nella prima parte della settimana, proprio per evitare la mitologica “ressa del weekend”, ma non immaginavo che tale ressa fosse così fatta! Consideriamo anche che io vado in centri commerciali raggiungibili in bicicletta, quindi grandi ma bene o male collocati nel tessuto cittadino o poco distanti dalla zona abitata. Diciamo: a misura umana. Invece sabato sono stata in questo centro poco umano. Insomma, mi sono sentita disorientata, stordita… mi son sentita quasi male.

Ma soprattutto mi sono chiesta: ma come fa molta gente a trovare rilassante passare il fine settimana dentro un enorme centro commerciale sperduto nel nulla – all’esatta confluenza di: una pericolosa strada statale, la tangenziale e un casello autostradale –, puzzolente, assordante, caotico e dove non puoi neanche fermarti a guardare una vetrina perché rischi di essere investita dal flusso inarrestabile di corpi in movimento? Né tantomeno riesci a parlare con i tuoi amici o il tuo compagno?

Bello comunque vedere che a questo mondo siamo tutti diversi. Ogni tanto, nel caso dimenticassi questa ovvietà, la Realtà provvede a ricordarmelo in modo lampante.

P.S. ma cosa ci facevo io in quel non-luogo di perdizione per eccellenza? Qualcosa di meraviglioso. Partecipare alla presentazione di questo libro, una presentazione atipica: musicata dagli autori stessi e ballata da due ottimi ballerini. Sì, ultimamente sono diventata un’appassionata della Filuzzi e di Leonildo Marcheselli. Ma questa è un’altra, bellissima, storia.

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7 commenti on “Lo shock del sabato pomeriggio”

  1. melchisedec ha detto:

    Come te scelgo orari “inediti” per recarmi in qualche centro commerciale, ma mi è capitato anche di sabato ed è una bolgia, che mi fa rincretinire. Guardo come un babbeo incapace anche di acquistare.
    Invidio il tuo trenino. 🙂

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  2. ediaco ha detto:

    Purtroppo ci sono brutte notizie: il babbo di Denise Cecilia è ricoverato in condizioni gravissime. Stringiamoci attorno a lei e alla mamma con la nostra preghiera e amicizia.

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  3. Lucyette ha detto:

    Guarda.
    Vicino a casa mia, a Torino, c’è un grosso centro commerciale. Piccoli ristoranti particolari, un mini-outlet, alcuni negozietti un po’ fuori dal comune. In primavera mi fa anche piacere andare lì a passarci il pomeriggio, perché guardi le vetrine e sfogli libri e magari ti mangi un panino particolare e bla bla bla.
    In primavera.
    E dico “in primavera” perché d’inverno accendono il riscaldamento a livelli ALLUCINANTI: non solo c’è una bolgia assurda di gente che va e viene e si spintona; ma c’è anche questa temperatura che si aggirerà attorno ai 26-27 gradi, non sto scherzando, col risultato che devi vestirti a cipolla e tenerti in mano golfoni e cappotto e poi hai uno shock termico quando esci da lì e passi dai 26 gradi interni ai -5 esterni… io non capisco perché la gente continui a sottoporsi a questa tortura @__@
    Io ci sono andata una volta e sono fuggita a gambe levate; e invece…!!

    Comunque, se sei in vena di gite fuori porta, considerati invitata per una visita guidata a Pavia 😉
    Ma dubito che il trenino passi pure di lì, ahimè: siamo un paesucolo dimenticato… da Dio spero di no, dagli uomini è possibile, e dalle FFSS sicuramente! ç__ç

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  4. Rossana ha detto:

    Ecco cosa!
    Per tutto il bellissimo post (ma la parte trenino è quella che più mi è piaciuta), mi chiedevo dove stessi andando.
    Chissà perché, invece, non riesco a immaginarti appassionata di liscio.
    Sbagliando, evidentemente…

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    • Ilaria ha detto:

      Eh, Ross, è una passione recente, più che altro dovuta alla conoscenza diretta dei due musicisti linkati, che sono persone veramente splendide, e del ballerino di polka chinata, anche lui una carissima persona. Li ho conosciuti nell’ambito di una manifestazione a carattere storico organizzata dal dipartimento con cui collaboro, ed è stato amore a prima vista… niente, ora sono un’appassionata 🙂

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