La legge del più forte

Stamattina ero al parco vicino a casa. Avevo trovato una panchina collocata in posizione strategica: le fronde degli alberi intorno, arrivando fino a terra, creavano una cupola verde che proteggeva la panchina dal caldo e dagli sguardi altrui. Potevo respirare l’aria fresca e profumata e dedicarmi in pace alla lettura del libro che avevo portato con me. Ma a un tratto, mentre i miei pensieri si intonavano con l’armonia della natura che mi circondava, involandosi eterei, sono stata richiamata alla dura realtà dal pianto di un bambino e dagli improperi di un padre. Non riuscendo a ignorarli ed essendo comunque ora di tornare a casa, mi sono alzata e uscendo da quell’oasi di pace mi sono trovata davanti una scena alquanto inconsueta, tanto che, non essendoci abituata, ci ho messo un po’ per capire che non si trattava di un gioco o di uno scherzo: un omaccione sculacciava il figlioletto (che avrà avuto a malapena tre anni), ma non una o due volte (come può anche capitare), no, più e più volte; anche quando il bambino ormai gli camminava arrendevole al fianco quello continuava con gli scapaccioni. Non forti da fare troppo male, no, ma violenti; erano un chiaro sfogo: qualunque capriccio il bambino avesse potuto fare (probabilmente non voleva tornare a casa per restare sull’altalena), la reazione del padre andava molto oltre quel capriccio, sembrava uno al quale fosse saltato il tappo della rabbia repressa e questa scorresse tutta fuori senza freno.

Ma il peggio doveva ancora venire: un altro padre non molto distante gli ha gridato:

“Ehi, adesso basta picchiarlo, calmati!”.

Il picchiatore si è girato come una belva e si è messo a urlare degli insulti irripetibili verso l’altro; altre voci lo hanno invitato con pacatezza a calmarsi e ragionare, facendogli notare che aveva perso lucidità, ma quello era ormai fuori di sé, addirittura si è messo a correre verso il primo che gli aveva rivolto la parola, per picchiarlo. La gente lo ha bloccato e fatto ragionare. Tutto questo davanti al bambino, rimasto solo in mezzo al prato mentre il padre dava brutta mostra di sé. Mentre tornava verso il figlio, sempre imprecando contro gli altri, ma a bassa voce, tutti gli sguardi delle persone presenti (me compresa) lo hanno squadrato con disapprovazione. Aveva gli occhi di tutti addosso e li ha avuti finché non è scomparso dalla vista.

Questo piccolo episodio mi ha lasciato un senso come di spavento, sul momento. Mi sono resa conto che da anni e anni non vedevo un bambino preso a sculacciate. Io stessa sono caduta vittima di scapaccioni solo due volte in vita mia, e perché avevo portato mio padre a un punto di esasperazione obiettivamente esagerato. Ma dopo mi ha chiesto scusa e si è messo a piangere, più disperato di me. E dopo ancora, abbiamo parlato e ci siamo spiegati. Lui mi ha spiegato che anche se ero una bambina piccola lui non aveva nessun diritto di alzare le mani su di me, neanche a fin di bene, neanche se mi ero comportata molto male. E questa lezione (che bisogna sempre spiegarsi a parole e mai con la violenza) mi si è incisa nella testa come poche altre. Ero fiera che mio padre avesse riconosciuto un suo errore, anche se aveva ragione a essere arrabbiato con me.

Vedendo quell’uomo picchiare quello scricciolino in quel modo mi sono resa conto che picchiare un bambino non serve a niente. Gli mostri solo che sei fuori controllo, che non sai gestire le tue emozioni, che non hai la situazione in pugno, che sei uno sconfitto. Non gli dai una lezione, gli instilli a tua volta rabbia repressa. Rabbia che prima o poi esploderà. Poi con tristezza ho pensato che quando queste cose avvengono in pubblico, come oggi, c’è un forte controllo sociale che interviene prontamente; ma nel chiuso delle quattro mura domestiche, purtroppo, questo controllo non c’è. In certe famiglie vige la legge del più forte (fisicamente) sul più debole. Che amarezza.

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5 commenti on “La legge del più forte”

  1. utente anonimo ha detto:

    Posso dirti dalla mia esperienza di tanti anni con i ragazzi che il 90 per 100 di quelli violenti e aggressivi si ritrovano padri violenti e aggressivi o madri isteriche e fuori.Banale è ma la violenza vissuta non serve a dare regole ma solo a renderti più forte e violento di chi ti ha picchiato e soggiogato.:violenza genera violenza sempre sul poiù debole ed è spirale devastante.Grazie
    Tinti

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  2. kittymol77 ha detto:

    mi ha fatto male anche solo a leggerla, ‘sta storia. La rabbia fuori controllo è peggio di un veleno, uccide tutto e non da scampo. Mi hai ricordato i molti bambini vittime di questa rabbia adulta, bambini che, con ogni probabilità (come dice anche Tinti), svilupperanno un tale senso di ingiustizia dentro da diventare rabbia, frustrazione, violenza. Perché gli adulti continuano a non capire una cosa così semplice? Perché non sanno controllare la rabbia? Hai ragione, fra le quattro mura nessuno può intervenire…Che hanno nel cervello i violenti per non sapersi fermare di fornte a un bambino o a una donna?

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  3. utente anonimo ha detto:

    ne parlavo giusto ieri, meglio riconoscere gli errori con i figli, piuttosto che negare le evidenze e finire nel ruolo del genitore onnipotente… mi è stato risposto di aspettare di avere figli adolescenti per essere così sicura… ma la tua riflessione Ilaria mi rincuora! Nel frattempo contunuò così e aspetto l’adolescenza…

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  4. melchisedec ha detto:

    Fanno male certe scene; l’impresa più ardua è riportare a ragionare il “furioso”. anzi, l’altro padre ha avuto fegato. Sappiamo come da certi gesti possano scaturire tragedie, cara Flalia.

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  5. flalia ha detto:

    Tinti: sì, dipende anche da chi incontri fuori da casa, secondo me. Se trovi persone (per es. insegnanti, genitori di amici ecc.) che sanno trasmetterti un modello diverso, puoi salvarti. Ma certamente l’imprinting ricevuto è quello della violenza, ed è difficile liberarsene e non usare a propria volta quel “linguaggio”…

    Kittymol: esatto, anch’io, guardando quell’uomo o ascoltando fatti di cronaca, mi chiedo: “Cosa scatta? Perché non riescono a fermarsi?”. Penso poi anche solo ai piccoli litigi da piccola, in cui a volte capitava di essere violenti, tra coetanei, e al senso di scontentezza che ci restava addosso finché non si faceva la pace, chiarendosi a parole. Essere violenti non risolveva mai niente e lasciava quell’amaro in bocca…

    Angela: sì, meglio riconoscere gli errori, cioè essere onesti. Durante l’adolescenza… be’, io ero un bel po’ ribelle e aggressiva verso i miei, però sotto sotto ascoltavo quello che dicevano e me lo tenevo a mente, anche se mi sarei fatta torturare pur di ammetterlo! 🙂

    Melchisedec: infatti, io per es. avrei voluto dire subito qualcosa ma mi sono trattenuta perché avevo paura che picchiasse anche me! Ero lì che decidevo se dire qualcosa o no quando quel padre è intervenuto…

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