Della nemesi di Super Mario e del pagare felici

Entro l’estate, se tutto va bene (ma si procede con lentezza), lascerò, stavolta definitivamente, casa dei miei e mi sistemerò in un appartamentino tutto mio, denominato per ora “la casaccia” in quanto al momento è fonte più di preoccupazioni e dispendio di risorse monetarie e mentali che non di soddisfazione. Ma confido che presto potrà tramutarsi nella mia “casetta”, nel mio nido. Come al solito sono nel vortice degli idraulici, dei preventivi e della mia ignoranza nelle questioni tecniche. Nel caso dovessi rinascere e decidere in quale persona reincarnarmi, come nel mito platonico, sceglierò di essere un idraulico, nella prossima vita. O forse questo accanimento idraulico è una sorta di contrappasso per avere giocato troppo a Mario Bros (il “mitico” super-idraulico della Nintendo, cui tante ore della mia vita ho dedicato, da sola e in compagnia. E ogni tanto ci gioco ancora…).

Fatto sta che – colmo dei colmi – venerdì mattina cos’ho trovato nella posta? Una bolletta dell’acqua. Precisamente la Prima Bolletta, quella con le spese per l’avvio dell’utenza e la prima lettura. Da un lato ho riso acida: comincerò a godermi quella casa tra mesi ma devo già pagare le bollette prima ancora di insediarmici. Poi però, nel leggere il mio nome e cognome accanto a quello che sarà il mio nuovo indirizzo, ho anche provato una certa emozione. Mercoledì l’impiegato dell’ufficio postale da cui mi recherò avrà la piccola sorpresa di vedere un’utente felice di pagare una bolletta. Sento già il sorrisone pronto a esplodere nel momento in cui stringerò al cuore la ricevuta a esborso effettuato. Dopodiché ricomincerò a preoccuparmi per i soldi che non ho (secondo voi la Crisi avrà mai potuto risparmiare i fumetti coreani? Direi proprio di no!).


P.S.: scusate la presenza discontinua (o meglio, diciamo pure l’assenza) ma sto attraversando un periodo di ridefinizione di tutta la mia vita e in più mi è venuta la demotivazione verso la scrittura bloggheresca e forse anche verso la scrittura in quanto tale e verso la maggior parte delle cose esistenti su questa terra. Ma forse è solo il disgusto per il fatto che le uniche offerte di lavoro provengano da call-center, inferni terreni a cui ho già dato due anni di schiavitù in tenera età e in cui non voglio ritornare neanche per un mese. Vedo tutto nero, e alla fine del tunnel, un call-center. L’altro giorno ho letto la seguente affermazione: “Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia”.  Confido nella mietitura.

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14 commenti on “Della nemesi di Super Mario e del pagare felici”

  1. kittymol77 ha detto:

    La prima bolletta…capisco l’emozione, è un segno tangibile, nero su bianco, di un passo concreto verso la propria vita. Sono le seconde, le terze, ect…a diventare un incubo, ma non ti voglio terrorizzare (avrai modo da sola). Call center: resisti e semina altrove (con fiducia e senza lacrime però…)

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  2. Lockwood ha detto:

    Che il raccolto sia buono può essere una speranza del contadino ma come insegnano quelli di Quella casa nella prateria si deve aspettare che concretamente capiti di tutto, a partire dalle calamità naturali e si deve lavorare sodo prima di poter gioire un poco [chi non è in grado di far fronte alle difficoltà può crearsi allora delle illusioni salvifiche]. Sto ripensando anch’io alla mia vita su questa terra. Per confrontare, tu stai compiendo un salto che ho compiuto un lustro fa ed io sto ora pensando di compiere un salto che tu… boh, non credo che arriverai a desiderare, se ti trovi bene nell’urbe o se coltivi uno spirito urbano più che di brughiera. La tv e i call-center da commentare non sono tutto però, c’è dell’altro. Pensa per esempio ad un’anacoretica vita di agricoltura ed allevamento a scopo di sopravvivenza, ormai sì inusuale. Credo che un modo per dimostrare che siamo vivi non sia infatti tanto quello di farlo all’interno della nostra società appestata (solo gli appestati o quelli che a lungo si trovano bene con gli appestati la possono considerare ancora una società progredita vivibile) ma da soli, senza confidare in divinità antropomorfe, in Papi Silvio o nei prodotti in vendita sugli scaffali dei centri commerciali. Non so se queste parole ti possano essere d’aiuto ma di cose belle, esistenti in questo universo, al momento ce ne sono ancora: cielo, chiare stelle, sole, luna, madre terra, frutti, prati, fiori, fuoco, vento, aria ed acqua pura – in montagna almeno – e anche le sue creature (ieri in un bosco ho toccato un cucciolo di capriolo, una creatura piena di vita che per le strade non vediamo mai). Anche la capacità di ridefinire tutta la propria esistenza può essere una bella cosa. Ciao.
    Un consiglio di lettura: http://www.ibs.it/code/9788876981067/turina-isacco/nuovi-eremiti-la-laquo-fuga.html
    Un altro: http://www.ibs.it/code/9788837062811/seymour-john/guida-all-autosufficienza.html

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  3. flalia ha detto:

    Kittymol: eh eh, lo so, ma un motivo per gioire lo devo trovare, no? Per il resto, sono fiduciosa, anche se sto diventando anarchica 🙂

    Lockwood: che il mio sogno sia quello di emigrare fuori dalla città l’ho anche scritto qui qualche volta, conto di farlo, ma tra qualche anno, non posso realisticamente farlo ora. Intanto, resto nel mio quartiere, che ho scelto perché è il più verde della mia città, ho un torrente e i campi dietro casa dove vado a passeggiare quando voglio stare in pace… non è come stare in un bosco o in mezzo alla brughiera, ma è pur sempre quel po’ di natura che per ora mi posso permettere 🙂 La mia dimensione però non sarà eremitica: il mio sogno è spostarmi in un paesino piccolo, poco abitato ma comunque con una piccola comunità in cui vivere e a cui dare qualcosa, e dove si respiri un’aria migliore e ritmi più lenti. Un altro mio sogno – che non è detto non si realizzi – sarebbe quello di trasferirmi in campagna ma fondando una sorta di scuola-casa libertaria (tipo quella di Jo in “Piccoli uomini” o le varie esperienze stile don Milani & C.). Se fosse per me questa società sarebbe molto ma molto diversa, perché sto bene con poco, col minimo indispensabile e con cose che non si comprano. Potrei fare a meno anche del pc e se non mi servisse per lavoro me ne sbarazzerei. Però non mi piace l’autosufficienza se individuale; organizzandosi in piccole cooperative o comunità solidali, sì. Qualcosa si può fare anche in città, ma poco. Però non c’è mica solo “peste”, non riesco a essere così negativa anche perché il mondo che ci è toccato è questo e voglio riuscire a viverci dando il mio contributo, non fuggendo (se mai, la fuga la sposto più avanti). Grazie per i consigli di lettura; il secondo può essermi utile, il primo mi incuriosisce (è una cosa diversa ma mi come argomento mi ha fatto venire in mente gli “elfi”, una piccola comunità di persone (anche famigliole con figli) che vivono da anni in totale autosufficienza sull’appennino modenese)…

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  4. Lockwood ha detto:

    Ti ringrazio per il riferimento agli hobbit, ops, elfi!, comunità che non conosc(ev)o e in cambio 🙂 se ti possono interessare, ti riporto alcune citazioni dal libretto sugli eremiti. Ciao.

    «Gli eremiti sono fari. Per quanto piccola e umile sia la fiammella che tengono accesa con la loro ostinata testimonianza, è la stessa solitudine che la amplifica nel buio. Un fiammifero si perde nella moltitudine dei bagliori di un fuoco, ma non può passare inosservato di notte nel deserto.»
    «Chi sta ostinatamente da solo, oggi, è già un punto interrogativo permanente e fastidioso per i più.»
    «Fin da ragazzo era affascinato dall’idea di una vita nei boschi: […] L’esigenza interiore era quella di pregare, di viver da solo: amavo la grotta, le rocce, amavo le montagne, sognavo, io mi ricordo, senza sapere niente ma sognavo una casetta in montagna costruita da me, coi pali di legno, col focolare, con addirittura l’autosufficienza, cioè poter piantare delle cose che ti facevano vivere; calcolavo quanto ci voleva, cioè grano, quanti fagioli, ma senza essere monaco, cioè proprio come esigenza umana, interiore. E mi ricordo che prendevo la tenda, andavo in montagna, stavo magari dieci giorni nascosto, con la tenda, a 1200 metri senza vedere nessuno; avevo vent’anni, ventidue. È stata una cosa così, naturale che poi è sfociata e tante volte mi sono chiesto: ma io sono fuori di testa, cioè nella Chiesa non c’è nessuno che fa così, chi è che c’è?»
    «La via […] è rappresentata dall’acqua: […] la volontà divina segue il cammino della goccia o del fiume, che scavano l’alveo modellando nel tempo la resistenza della materia umana. L’evento istantaneo della conversione si disperde in una lunga sequenza di piccoli avvenimenti e in un lento approssimarsi al risultato finale, che si fa strada con sicurezza ma senza fretta.»
    «Man mano che l’uomo cresce e matura diventa monaco.»
    «C’è stato anche uno che ha fatto una critica un po’ spietata, che ha detto: Troppo comodo lasciare le armi e ritirarsi in solitudine. Che stupidaggine è quella? Chiediti perché invece lasciano le armi; forse non è più il caso di combattere in quel modo.»
    «Lo scontro aperto con i familiari è a volte una sorta di passaggio obbligato per conquistare la propria autonomia.»
    «Incominciò a uscire finalmente sempre di più l’idea, l’esigenza di maggiore autenticità, verità, povertà, radicalità.»
    «L’eremita è innanzitutto qualcuno che interpreta la realtà in modo diverso dai suoi contemporanei.»
    «Sembra più in linea con la scelta eremitica l’opinione che i fatti del giorno siano contingenze, che i mali dell’umanità siano gli stessi da sempre e di conseguenza non valga la pena dedicare tempo e attenzione alle novità.»
    «Se hanno cambiato vita, è stato anche per un senso di inutilità che avvertivano in quello che facevano.»
    «Il lavoro d’insegnante non la distraeva? […] La scuola era una solitudine più dura, perché la scuola è la solitudine… quando tu vivi in un certo… non sei in sintonia con la mentalità corrente. Per cui non mi sono mai sentita sola come nella scuola, ma non in solitudine come nell’eremo: è un gioco di parole, ma… questa è una solitudine dolcissima, la solitudine dell’eremo è una solitudine dove tu ti dilati interiormente. La solitudine della scuola è la solitudine dell’uomo in società: è più negativa in un certo senso, perché tu la assorbi, non puoi vivere in un ambiente senza assorbirla.»
    «Lei come si sentiva quand’era parroco? Stressato. Io non riuscivo ad avere il tempo di pregare, con tutte le esigenze che avevo, perché la gente ti chiede sempre di più, se sai dare. Se non sai dare ti accantona, non gliene frega niente, se sai dare chiede sempre di più, si appoggia sempre di più, i vescovi quando vedono che tu dai chiedono anche loro sempre di più, alla fine uno si stressa, allora se ha un po’ di equilibrio… non lo so, giustamente io capisco che molti preti poi alla fine mollano, non è neanche colpa loro tutto sommato.»
    «Io ho capito, quando ho lasciato tutto e sono arrivata all’eremo mi sono sentita alleggerita come un uccellino, prima avevo un peso insopportabile a rimanere nel mondo, perché tutto io rifiutavo.»
    «Ha capovolto la vita ma proprio in modo radicale, che tutti i giorni c’erano delle novità: la vita è fatta di novità, se non è fatta di novità diventa pesante e quasi inutile per conto mio.»
    «Cos’ha di peculiare la sua vita monastica? Beh intanto la pace interiore, sì, poi la gioia di essere… ogni giorno è una novità, anche se si ricomincia da capo perché ogni giorno è un ricominciare da capo, perché ci si rende conto che non si è fatto niente. Però questa gioia di trovarsi al posto giusto, ecco io mi sento al posto mio, io mi sento al posto mio: quant’è brutto vedere i religiosi sempre scontenti, musoni, che significa che sono fuori posto, non è la loro vocazione: potevano sposarsi, oppure uno è sposato poi è scontento, vuol dire che non è quello, ha sbagliato a generare, ha sbagliato compagno, compagna. Quello è il fallimento di una vita, invece sentirsi al proprio posto è la cosa più bella. Che poi magari fai cose banali, cose di tutti i giorni, ti accontenti di un fiore che sboccia, cose così, non fai niente, non fai miracoli però è bello così, appunto perché non li fai, sei contento.»
    «Dio rivelerebbe la sua volontà solo a chi la cerca lungamente e con impegno.»
    «Chi vive nel mondo è costretto a seguire logiche diverse a seconda dei contesti in cui si trova e dei ruoli che ricopre: sul lavoro non si comporterà come in famiglia e in famiglia non si comporterà come tra amici, dovendo rispondere alle diverse esigenze che situazioni sociali diverse implicano. Per una normale vita di relazione si richiede insomma una certa flessibilità nelle azioni e negli scopi, poiché nel corso della giornata ci si muove attraverso situazioni variegate. Ora, l’eremita si accorge via via di accettare sempre meno questa dispersione. Sempre meno è disposto a compromessi per venire incontro alle richieste degli ambienti sociali che frequenta.»
    «La cosiddetta fuga dal mondo non è quindi un rifiuto, ma una preferenza per un modo di vita alternativo a quello permesso nel mondo.»
    «In effetti, dove domina l’idea di progresso non si vede quale potrebbe essere il ruolo dell’eremita, il cui atteggiamento è molto più affine all’idea opposta: ovvero al sentimento che nulla di sostanziale cambi mai, e che niente di nuovo si possa presentare sotto il sole.»
    «In generale posso dire che gli eremiti che ho incontrato sono gente di pianura […]: la solitudine delle montagne prevista dallo stereotipo è per loro un progetto che richiede un notevole sforzo di costruzione e cambiamento, piuttosto che una realtà a portata di mano fin dall’infanzia.»

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  5. utente anonimo ha detto:

    Ciao Ilaria, buona ristrutturazione e buon trasloco! E ricordati di mettere i libri in scatole piccole… pesano un sacco!

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  6. Jedredd ha detto:

    Si, le prime bollette da pagare con il proprio nome stampato, danno una certa emozione, poi un po’ meno, in compenso cresce il feeling con la propria casa che senti diventare una seconda pelle, le quattro mura che ti proteggono, quando sei stanco, e che ti conoscono come tu conosci loro, si, è molto bello tornare a casa, quando è proprio il tuo nido.

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  7. lauraetlory ha detto:

    Finalmente sei tornata! E’ un piacere sapere che stai per coronare uno dei tuoi sogni, mi sembra quasi di immaginarla tua casaccia mentre si trasforma in un nido caldo e accogliente. Se rinasci idraulico io mi prenoto come prima cliente, proprio ieri sera abbiamo avuto un dopo cena fatto di scarico del lavello della cucina otturato con conseguente mal funzionamento della lavastoviglie e… ti risparmio il resto. Facci sapere come procedono i lavori.
    Un bacio
    Lory

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  8. melchisedec ha detto:

    Cambiare casa è un po’ come dare una svolta alla propria vita, si tratta di risistemare tutto, dentro e fuori, casa reale e casa dell’animo.
    Forza, ci riuscirai!
    🙂

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  9. flalia ha detto:

    Lockwood: alcune di quelle citazioni sembravano scritte apposta per me… alcune riflessioni mi ricordano molto i pensieri di Thomas Merton, anche lui monaco ed eremita, in grande accordo con parecchi dei pensieri riportati. Proprio leggendo lui, per es., da un lato trovo molto conforto (ha scritto dei passi bellissimi sull’ansia velenosa che caratterizza la nostra vita nella nostra società) e mi rendo conto che nella solitudine aveva realmente trovato la beatitudine dell’animo, tuttavia so che la solitudine totale non fa per me… ho bisogno della piccola dimensione, questo sì, dei rapporti “pochi ma buoni” ma un minimo di contatto (di parola ma anche fisico, tipo anche il semplice guardarsi negli occhi) lo devo avere. Comunque c’è un film che mi ha proprio portata a mettermi molto in discussione e che sento molto “mio”. E’ “Centochiodi” di Ermanno Olmi, non so se potrebbe piacerti ma se ti capita te lo consiglio. Il protagonista (trentenne promettente e già avviato a una carriera accademica di successo) decide di mollare tutto e andarsene (dopo un gesto dimostrativo esteticamente molto efficace). Trova un cascinale diroccato in campagna (sul Po) e decide di stabilirsi lì, come un eremita. Poi diventa amico della piccola comunità del paese lì vicino. In pratica è quello che vorrei fare io…

    tesoro: eh eh, grazie del consiglio, in effetti ho quasi solo libri da traslocare :-))

    Jedredd: è quello che spero, che diventi il mio nido, che cresca con me… vedremo…

    Lory: grazie… sono scomparsa da quasi tutti i blog anche come commentatrice… anche se non ho smesso di leggerli. Il mio obiettivo è imparare il più possibile come si fanno le cose, nella speranza di sapermi aggiustare in futuro almeno le cosine semplici. Vivo in una famiglia di imbranati dal punto di vista manuale, io invece sento che potrei essere un’ottima apprendista “fai-da-te” 🙂

    Melchisedec: è vero, è una ristrutturazione che coinvolge un po’ tutto… in fondo, una bella occasione 🙂

    Massimo: grazie! :-))

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  10. Lockwood ha detto:

    Però alla fine se non ricordo male “CristoRaz” se ne va o non si sa bene che fine fa.
    Rimembro del film il momento con la musica nostalgica… Non ti scordar di me.

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  11. utente anonimo ha detto:

    Ciao Bellissima! Ben ritrovata…anche io sono con la testa fuori dal blog…

    Listen

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  12. latendarossa ha detto:

    Tu stai facendo una cosa che io stento a fare, anche potendolo fare. Chiamala pigrizia o chissà che. Per questo ti ammiro, e penso di capire la soddisfazione di avere una casa tutta per sé e di regolare la propria vita in maniera autonoma. In bocca al lupo!

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  13. flalia ha detto:

    Lockwood: sì, tutti lo aspettano ma lui non torna… anche a me è rimasta impressa la colonna sonora…

    Listen: ciaoooo!! :-)) L’ho notato… ;-))

    Marcello: grazie del commento, mi sono sentita capita… 🙂 Riguardo al resto, ognuno ha i suoi tempi e i suoi momenti per fare le sue scelte ed è giusto così… 🙂

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