L’esaurimento nervoso dei professori

Don Milani e i suoi ragazzi, nella loro Lettera a una professoressa, proponevano il celibato/nubilato come condizione ideale per gli insegnanti, in modo che questi potessero dedicarsi totalmente ai propri alunni.
Senza arrivare a simili eccessi, voglio però portare all’attenzione dei miei lettori una piaga che nei nostri tempi va sempre più aggravandosi: l’esaurimento nervoso degli insegnanti ricade pesantemente sui figli e sui coniugi degli insegnanti stessi. A loro sono riservate le urla e gli epiteti che l’insegnante non può pronunciare in classe, a loro vengono inflitte le bocciature peggiori, loro sono costretti a sottomettersi a quella rigida disciplina che l’insegnante non riesce più a imporre in classe.
Chi vive con un’insegnante sa, senza bisogno di chiederlo, quando si avvicinano gli scrutini o i collegi docenti o quando è tempo di correggere verifiche. Se per pranzo ti ritrovi un toast o un surgelato riscaldato in fretta, se la cestina dei panni da lavare strabocca e se non trovi una camicia stirata neanche rovistando in tutto l’armadio, se quando ti rivolgi alla persona in questione o non ti sente neanche o ti risponde con un ringhio, è uno di quei momenti.

Che dire, poi, della correzione a conduzione familiare delle verifiche e dei compiti in classe? Tutti i figli di insegnanti di lettere che io conosco sono forzatamente reclutati come consulenti nell’attribuzione di voti e giudizi; inutile dire che, dopo essersi spremuti le meningi nel decifrare calligrafie impossibili e nell’individuare contenuti spesso abilmente nascosti sotto nugoli di scempiaggini, il loro suggerimento non verrà comunque accolto. Ma ciò non toglie che interi pranzi e cene vengano impiegati nel discutere se il tale alunno meriterebbe un 5 o se non fosse meglio piuttosto, tenuto conto anche del voto dato al suo compagno nello stesso compito, un 5+. Questione di poco conto? Ma no, per un quarto di voto in più o in meno l’insegnante rischia di sollevare polemiche che tenderanno, nei casi più gravi, a espandersi oltre le mura scolastiche, finché un genitore che, poniamo il caso, non sa neanche cosa sia un “testo descrittivo”, si sentirà comunque in diritto di presentarsi al ricevimento dando dell’ignorante (ma anche molto peggio) all’insegnante stesso.

Mia mamma quest’anno deve fare i conti con una classe particolarmente contestatrice e con una preside che, pur di non fare cattiva pubblicità alla scuola, le dà tutte vinte ai ragazzi (anche quando hanno palesemente torto). Mia madre ha dovuto piegarsi a fare lezione di storia leggendo riga per riga il libro in classe perché così vogliono gli alunni. Quando ha provato a ribellarsi le hanno messo in classe un cosiddetto counsellor che controllava il suo operato per riferirlo alla preside. Non le è mai capitato di avere problemi con gli allievi in più di ventanni di professione e questa situazione la sta stressando molto (si è messa perfino a piangere davanti agli alunni!). Ma nessuno può capire quanto, di riflesso, sia stressata l’intera famiglia! Meno male siamo forti, ma qui, tra progetti continui, verifiche formative e sommative, studenti riottosi e genitori minacciosi, le famiglie rischiano di entrare in crisi! Ci vorrebbe un counsellor anche per le famiglie dei docenti. Aiutooo!!!

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22 commenti on “L’esaurimento nervoso dei professori”

  1. isabel49 ha detto:

    Condivido il tuo pensiero, non è facile per le famiglie degli insegnanti!
    Comunque il celibato e nubilato per questa categoria mi sembra un eccesso, vorrei fosse tolto il veto del matrimonio ai religiosi, credo che senza una famiglia propria, la predisposizione di chichessia sia ancora più intollerante.
    Ciao cara, felice serata.
    Un abbraccio, Annamaria.

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  2. flalia ha detto:

    Annamaria: ovviamente scherzavo! Quella era una provocazione di don Milani che ho utilizzato in modo scherzoso, ci mancherebbe altro 😀
    Buona serata 🙂

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  3. castoretpollux ha detto:

    Dal basso (bassissimo) della mia esperienza didattica (non a scuola) capisco perfettamente cosa vuoi dire.

    Aggiungo alla categoria degli insegnanti anche quella degli studiosi/ricercatori. Io mi sono accorto come l’esperienza didattica e la ricerca molto spesso finiscono per riempire la vita di un individuo a tal punto da minare i rapporti con coloro che gli sono vicini.
    Lo stesso dicasi spesso anche per il “lavoro in sè” che spesso avvolge tutto non permettendo o facendo dimenticare la bellezza e la profondità di certi significati.

    E’ un problema reale.

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  4. utente anonimo ha detto:

    Chi vive con un’insegnante sa, senza bisogno di chiederlo, quando si avvicinano gli scrutini o i collegi docenti o quando è tempo di correggere verifiche. Se per pranzo ti ritrovi un toast o un surgelato riscaldato in fretta, se la cestina dei panni da lavare strabocca e se non trovi una camicia stirata neanche rovistando in tutto l’armadio (…)

    Ma questi conviventi d’insegnante chi sono, degli impediti? Che non sono in grado di mettere su una pasta o di stirarsi una camicia da soli?

    Per il resto, solidarietà a tua madre.

    Euclide Spantaconi

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  5. latendarossa ha detto:

    Flalia a me intristisce questa deriva della scuola. L’insegnante che deve fare lezione leggendo riga per riga il libro in classe “perché così vogliono gli alunni” è una roba allucinante. Se anche fosse alle medie, sarebbe una cosa assurda, a noi ci facevano fare centinaia di schedature dei capitoli dei libri da soli.
    Ma capisco che tutto ciò non è che la punta dell’iceberg.

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  6. Lockwood ha detto:

    Ciao. Tua madre può essere in burnout (falle leggere – o leggilo tu per lei – il libro “Scuola di follia”). Se non sopporta più tanto neanche voi regalale “Storia di Abra”, che è un capolavoro di romanzo scritto da una donna che decide di lasciare marito, figli e cane per andare a vivere completamente da sola e scoprire cosa vuol dire pienezza d’esistenza (chissà che, se si riconosce in lei e nell’insofferenza che la spinge ad andarsene, possa trovare un poco di conforto). Se ci stanno qui, ti riporto varie citazioni dal secondo libro, per farti capire che vale. Ciao.

    «È come se mi fosse stato chiesto di recitare, di interpretare una parte per questa persona che è figlia.»
    «Sono dura. Non sono abituata a dare. Quello che vuole da me è qualcosa che ormai da molto tempo non sono più capace di dare.»
    «Solo ora mi rendo conto che ero schiava del tempo. Non ero più io che davo un tempo ai miei compiti, ma i compiti che esigevano di essere svolti in un dato tempo; ed è tutto finito, grazie al cielo. […] Lentamente, in quelle prime settimane, e anche faticosamente, perché erano tante le cose contro natura che avevo portato con me, ma alla fine ho imparato.»
    «Ripensandoci ora doveva proprio esserci qualcosa che non funzionava in me a quell’epoca a giudicare da quanto raramente mi occupavo dell’orto, proprio non mi piaceva. Oggi invece è il centro della mia vita.»
    «Mi ricordo che di tanto in tanto mi chiedevo se avrei mai voluto averne di figli, anche se sapevo che certamente ne avrei avuti, perché facevano parte dell’immagine patinata della mia vita e quell’immagine era più radicata di qualsiasi dubbio. […] Non riuscii a vivere la realtà, mi lasciai trasportare e consolare dai sogni.»
    «Mi accorsi di essere presente, di guardare quelle persone, di ascoltare i loro discorsi e tuttavia li sentivo troppo lontani da me per unirmi a loro. Non mi interessava.»
    «Ogni giorno era uguale al precedente, o perlomeno è così che me li ricordo.»
    «Da dove veniva, mi domandavo, tutta quella amarezza repressa, quell’ostilità, il disprezzo che provavo? Non sembrava essere da me, mi ritenevo una persona fondamentalmente gentile e affettuosa. Ero sconvolta, perché il sentimento che provavo era simile, sì, sembrava proprio odio.»
    «Finalmente ero ricolma di vita, di un senso di purezza e anche di fede, quasi non riuscivo più a ricordare il vuoto del giorno prima.»
    «Ero talmente stanca del tempo e degli orari da rispettare, pensai. Che liberazione doveva essere lasciarsi il tempo alle spalle. E anche lo specchio, avrei potuto prendere quello appeso nell’anticamera davanti al bagno, ma anche quello come i vestiti e le scarpe era un peso, il peso dell’esteriorità e delle abitudini passate. E così, velocemente, di puro istinto, feci la mia scelta, inconsapevole del suo significato.»
    «La strada percorsa aumentava sempre più, man mano che mi allontanavo fisicamente, il passato si faceva sempre più remoto e le persone che lo abitavano erano sempre più simili a dei fantasmi.»
    «Uscii e passeggiai all’aperto scoprendo nuovi suoni: la brezza che soffiava piano tra i rami del salice e i rami che accarezzavano dolcemente il tetto del casolare; vicino al torrente dovevano esserci delle rane. Le sentivo bene, il loro gracidio era forte e andava a sovrapporsi al canto dei grilli. No, non c’era silenzio, eppure la sensazione era di grande pace. Non avevo mai provato nulla di simile prima.»
    «Il materasso era proprio sotto la finestra. Rimasi lì sdraiata per un po’ a osservare quel poco di luna che filtrava attraverso i rami del salice. Tutto nel mondo era perfetto, perché quella finestra, il salice e la luna erano il mondo.»
    «Come avevo fatto a vivere per così tanto tempo, trentaquattro anni, senza saper badare a me stessa?»
    «Quanto tempo era passato dall’ultima volta che avevo visto un’alba? Quasi non mi ricordavo di averne mai vista una e ora invece la vedevo tutti i giorni.»
    «Era indispensabile abbandonare tutti quegli atteggiamenti tipici degli umani che vogliono catturare, tenere sotto controllo o cambiare qualcosa soltanto per farsi notare.»
    «Ricordavo bene quell’altro mondo e ciò che là non si impara, compreso quando le parole sono inutili e basta uno sguardo per capire.»
    «So che per te è difficile accettarlo, ma la mia vita di prima ora per me è pura follia. Non potrei mai tornare a quella vita, non dopo avere vissuto qui, neanche assistita dal migliore psichiatra del mondo.»

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  7. flalia ha detto:

    CastoretPollux: sì, poi ci sono lavori, come appunto l’insegnamento che:
    a. non hanno orari, nel senso che con la mente sei spesso lì, ti porti il lavoro a casa, devi studiare, aggiornarti ecc.
    b. si tratta di avere a che fare con persone (cosa stancante) da educare (grossa responsabilità).
    Tutto normale, comunque, si fa da secoli, ma se devi fare sempre più cose in modo sempre più iperefficiente (in teoria) senza essere sostenuto adeguatamente da un sistema adeguato, lo stress aumenta esageratamente!! 🙂

    Euclide: logicamente quello è un espediente per enfatizzare un post che vuol essere umoristico! Nella mia famiglia poi la collaborazione c’è ma non dappertutto è così… Ciao 🙂

    Lockwood: grazie del suggerimento, anche se non credo che lo leggerà, magari lo leggo io 🙂

    Marcello: sì, è sconvolgente. Gli alunni glielo hanno imposto perché così sottolineano i passi importanti sul libro man mano che lei li legge, evitando (secondo loro!) di dover studiare a casa. Assurdo!
    Ma poi la tristezza è che tanta gente arriva all’università senza saper scrivere decentemente e a volte senza neanche saper leggere! :-O

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  8. melchisedec ha detto:

    Sono attonito per la vicenda della tua mamma, vicenda che sento mia in quanto collega.
    Penso che la Preside sia un’emerita STR…, da bocciare. Se mi capitasse, finiremmo in tribunale. Lo dico senza neanche pensarci 2 volte. Dove s’è detto mai che gli alunni dettino modalità didattiche?
    Grgrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!
    Quanto al tuo ruolo di figlia con genitrice letterata-prof… che dire?
    Mi spiace. A volte siamo pesanti.
    Solidarizzo.

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  9. Lockwood ha detto:

    Ti riferisci a quello sul burnout dei docenti o all’altro? e perché scrivi che non lo leggerà?

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  10. utente anonimo ha detto:

    ci vorrebbe un counsellor per la testa di certa gente, altrochè.. con questa filosofia dei “poveri piccoli” stanno rivinando intere generazioni e sfornando sempre più ignoranti..
    sandra

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  11. flalia ha detto:

    Melchisedec: sapevo di poter contare sulla tua solidarietà… 😉 In realtà potrei dedicare un intero blog alle vicissitudini di mia mamma e dei suoi colleghi con la nuova preside perché… son cose difficili da credere!! Altro che str…! :-/

    Lockwood: intendevo “Storia di Abra” (quello sul burn out invece potrebbe interessarle, grazie). Lo dico perché intanto non ama leggere romanzi oltre a quel che deve leggere per la scuola, poi perché secondo me non è il suo genere, ho l’impressione che la innervosirebbe (tanto per cambiare :-D) ma ovviamente non posso esserne sicura, si può sempre provare (magari in estate)…

    Sandra: già. Non sono una fan della Mastrocola ma in certe cose (come quella che dici tu) trovo abbia ragione… 🙂

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  12. commediorafo ha detto:

    Ricordo che un giorno, al tempo del liceo, entrò in classe la figlia dell’insegnante di greco, presumibilmente per portare qualcosa alla madre. Fecero anche un rapidisimo breefing sulla gestione domestica e decisero cosa avrebbero preparato per la cena: sofficini! La figlia sollevò però una piccola questione: “Cosa dirà papà?” al che la madre rispose: “Si arrangia!”
    Saluti
    Massimo

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  13. utente anonimo ha detto:

    Simpaticissimo post che mi riporta alla memoria (ora ,dopo 40 anni sono in pensione,vivvaddio!) i musi dei figli a tavola quando parlavo esaltata di un successo ottenuto oppure di un ragazzo “splendido” e le fughe di entrambi quando ,professoralmente,volevo aiutarli nei compiti!E’ dura,lo so..
    Tinti

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  14. kittymol77 ha detto:

    oh Flalia…mi fai morire…

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  15. flalia ha detto:

    Massimo: ih ih ih, vedi che ho ragione? E pensa, ciliegina sulla torta, che mercoledì, giorno del collegio docenti, abbiamo mangiato proprio i fedeli e “salutari” sofficini! ;-))

    Tinti: ah, che dito nella piaga! La gelosia per gli alunni prediletti è un altro tasto dolente! ;-))

    Kittymol: eh eh, grazie 🙂

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  16. Lucyette ha detto:

    Oh: tu ci scherzi, col celibato degli insegnanti, ma c’è qualcuno che l’ha imposto per davvero ed è pure andato oltre 😛
    San Giovanni Battista De La Salle, che è uno dei più grandi educatori francesi del Settecento, ha fondato a Reims la congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, un gruppo di laici consacrati totalmente dediti all’insegnamento.
    Ora: i Fratelli sono ovviamente celibi, avendo preso i tre voti classici di povertà, castità e obbedienza. Ma la cosa “innovativa” è che La Salle ha chiesto loro, oltre all’ovvia rinuncia al matrimonio, anche la rinuncia all’ordinazione sacerdotale. Insomma: i Fratelli non sono e non possono in alcun modo diventare sacerdoti, proprio perché doversi dedicare alla cura d’anime dei parrocchiani impedirebbe loro di dedicarsi completamente ai loro alunni.

    Insomma, è un po’ il celibato di Don Milani elevato all’ennesima potenza, non trovi? 😛

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  17. Jedredd ha detto:

    Sono d’accordo con quelle persone che trovano la scuola un parcheggio, niente d più di un baby parking per i più grandicelli, poco s’insegna, pochi insegnanti con una vera vocazione, e sono pure i più sfortunati quelli che ne hanno, i ragazzi vanno a scuola per sfogarsi delle ore passate ad annoiarsi a casa, troppi presidi con la bandiera bianca sulla porta, altri con le mani legate dal politically correct, ma alla fine su tutti, i veri colpevoli degli “esaurimenti dei professori”, sono i genitori, quelli che il figlio da fuoco all’istituto… “ma è un ragazzo poverino”, mah?!
    In troppi arrivano al diploma e spesso alla laurea senza sapere come, boh…. non ci voglio pensare oltre…
    Sei sempre bravissima, brava anche questa volta a capovolgere una situazione di stress, per tua madre e per voi, in una divertente scena tra le pareti di casa propria. 🙂

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  18. utente anonimo ha detto:

    Tua mamma è una in gamba, che resiste, come può, a “fare scuola”: difficile però insegnare a chi non è mai stato abituato alla fatica dell’imparare; perchè diciamocelo, imparare a fare cose nuove, studiare, è faticoso e qui i genitori che si danno da fare per aiutare i figli nella fatica e non a evitargliela sono pochi (parlo come appartenente alla categoria…). Rincuorala, non è il suo metodo di insegnamento, il problema sta nel chiedere alla scuola compiti che dovrebbero essere prima dei genitori… Angela

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  19. flalia ha detto:

    Lucyette: in effetti… una scelta più radicale di quella non ci potrebbe essere 😉 Sicuramente parlare di celibato o dedizione totale sarà esagerato, ma credo che l’insegnamento sia una di quelle professioni (come il medico, per es.) in cui non è sbagliato parlare di “vocazione”. Pensa che all’università, dove prevale il tecnicismo a discapito dell’umanesimo, questa parola equivaleva a obbrobrio ed eresia! 😉 Ovviamente la vocazione da sola non basta, ma quel minimo di motivazione e interesse umano secondo me ci vuole…

    Jedredd: ciaooo! Sei tornato tu e son sparita io :-))

    Angela: che bello trovarti qui 🙂 Hai ragione, infatti il problema è proprio che la fatica di apprendere a casa non solo non è insegnata ma è vista male… e gli insegnanti da soli sono impotenti…

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  20. alby ha detto:

    Se non sanno gestire una classe e si fanno venire l’esaurimento, ci sono sempre i pomodori da raccattare !!! X me a quelli, manca l’ormone del lavoro, ma non solo, è impensabile sapere di insegnanti che fanno 6 mesi di mutua perchè “se la prendono troppo ” !!!! Hanno la fortuna di avere un lavoro d’oro, volete fare cambio con me a guidare un tir fino a rotterdam ? Avanti e indietro cme un coitus interructus ? Io ci sto, anche perchè prima facevo l’insegnante, poi mi hanno superato i figli di qualcuno, o meglio, non avevo più lo sponsor…cmq il mondo va così !

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    • Ilaria ha detto:

      Ciao Alby. Be’, penso che in ogni professione ci sia chi lavora sodo e chi fa il minimo e ogni mestiere, che sia insegnare o guidare un tir, ha le sue fatiche e le sue soddisfazioni, se ben fatto…

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    • Vanja ha detto:

      Sono un insegnante e come tale ho conseguito la licenza classica, una laurea cum laude , specializzazione post laurea, 3 master universitari nonché abilitazione alla insegnamento…ho anche la patente…se vuoi possiamo fare a cambio…..

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