Dove siamo?

Lo psichiatra e neurologo ebreo Viktor Frankl racconta di una fiaba rabbinica in cui «uno dei giusti, dopo morto, arrivò nell’altro mondo e per prima cosa lo condussero in una sala da pranzo. Intorno al tavolo sedevano parecchie persone, smagrite, al punto che se ne potevano contare le costole. Erano quasi sul punto di morire di fame, eppure il tavolo era imbandito con sontuose vivande. Che cosa stava succedendo? Ognuno di loro aveva un cucchiaio lungo tre metri, così che gli era impossibile arrivare a metterselo in bocca, poteva soltanto imboccare il vicino che aveva di fronte a sé. Eppure preferivano non farlo, e soffrire piuttosto la fame. Poi il giusto fu condotto in un’altra sala tre stanze più in là, dove c’era lo stesso identico tavolo, imbandito con le medesime sontuose vivande. Tutt’intorno sedevano numerose persone con gli stessi lunghi cucchiai, ma erano grassi e pasciuti, felici e gaudenti. Uno imboccava l’altro. Questo, gli disse l’angelo, è il paradiso, mentre dov’eri prima, be’, quello era l’inferno».

E noi, qui, dove siamo? Potremmo vivere quel paradiso qui in terra e fortunatamente lo viviamo, perché la realtà quotidiana è fatta in gran parte di genitori che nutrono e curano i figli e di figli che nutrono e curano i genitori anziani; di medici che accompagnano con attenzione i pazienti malati e di volontari che si preoccupano di andare a trovare chi non ha familiari o amici che si curino di lui; di persone che sperano anche contro l’evidenza e questa speranza non va mai sprecata perché la speranza è vita e il suo contrario è morte, anche in una persona sana. E tutte queste persone vivono come può essere orrenda e schifosa la sofferenza ma sperimentano anche quanto forte sia la capacità di resisterle, quante insospettate energie questa possa tirare fuori e come anche il corpo più martoriato sia ben lungi dall’essere un corpo degradato, a meno che così non lo si voglia vedere.
Non c’è niente di buono nella sofferenza e nella malattia ma c’è molto di buono in noi esseri umani.

Ma quando si vuole a tutti i costi inculcare nelle teste della gente, senza neanche accettare un confronto serio con chi non è d’accordo (liquidandolo come un “clericale bigotto” o un cretino), che si nasce e si muore soli, che si vive soli, che la dignità della nostra vita dipende da quanto siamo sani e autosufficienti (quindi soli, soli e soli), che nessuno deve rendere conto a nessun altro in nome di una grande illusione come il cosiddetto principio di autodeterminazione, be’, tutto questo mi fa pensare all’inferno della fiaba ebraica. Non mi sto riferendo solo al triste caso specifico che stiamo vivendo in questi giorni, parlo in generale della cultura di morte che, ne sono certa, è ideologica tanto quanto (se non più) possono essere considerati ideologici la religione o l’umanesimo ateo di chi non crede nella morte. Io vorrei almeno discuterne, accipicchia.

So (leggendovi) che la maggior parte dei lettori di questo blog la pensa molto diversamente da me, sia riguardo al caso specifico sia probabilmente anche in generale. Pazienza. Io rispetto le opinioni altrui, quindi mi sento libera di esprimere la mia.
Il fatto è che io non ho grandi certezze, quindi penso che, nell’incertezza, sia molto meglio procedere coi piedi di piombo piuttosto che fidandoci così tanto del nostro pre-giudizio. Sappiamo così poco, scientificamente parlando, di come funziona il nostro cervello, della vita e della morte. C’è ancora tanto da capire, filosoficamente, su questi stessi temi. Perciò mi spaventano, mi mettono profondamente a disagio tutti coloro che sono così certi di sapere cos’è la vita, quando è degna di essere vissuta e quando no, se è degno venire uccisi di fame e di sete ed è indegno vegetare amorevolmente accuditi. E non basta dire che sono questioni individuali, che ognuno dovrebbe decidere per sé come vivere e come/quando morire. Non basta (secondo me) perché la percezione che abbiamo del vivere, dell’essere malati e del morire dipende profondamente ed è fortememente condizionata dal clima sociale e culturale in cui viviamo e dai valori che questo propone/impone. Se l’indipendenza a tutti i costi è considerata un valore e la malattia cronica un peso; se si cresce convinti che stare su una carrozzella o sdraiati in un letto è peggio della morte ed è un’offesa che ci degrada e deturpa, è ovvio che vorremo firmare un bel testamento biologico senza l’ombra di un dubbio, sicuri che è per la nostra dignità e per non gravare sugli altri. A me sembra presuntuoso e poco ragionevole pensare di poter prevedere cosa sceglieremmo trovandoci in situazioni al momento assolutamente al di fuori della nostra portata: chiunque conosca persone malate o rimaste handicappate sa che se molte di loro, da sane, erano convinte che non avrebbero mai potuto vivere attaccate a un respiratore, da malate si attaccano a quel respiratore e vogliono vivere. Certo, nessuno penserebbe mai di imporre l’eutanasia a queste persone; ma c’è una tale spinta verso l’adesione a quei ragionamenti che portano all’eutanasia da diffondere già un’atmosfera in cui è considerato molto più normale e forse più sensato “andarsene” piuttosto che resistere aggrappati alla vita. E non è questione di religione, è questione di come pensiamo la vita, qui su questa terra. Un problema profondamente umano che non andrebbe liquidato col disprezzo né con sentenze di magistrati o con colpi di mano governativi dell’ultima ora.

Qualche articolo/post in cui nel magma pro-eutanasia non è facile incappare, giusto per conoscere qualche punto di vista diverso (si tratta di persone tutte rigorosamente atee):

Silvana De Mari (che parla da medico): qui

Enzo Jannacci (che parla da medico, padre, uomo): qui

Alessandro Bergonzoni (comico e grande conoscitore degli stati di coma e vegetativi grazie al suo impegno nella Casa dei risvegli degli Amici di Luca: istituzione laica che più laica non si può): intervista rilasciata subito dopo la sentenza del giudice che permetteva l’omicidio di Eluana:qui

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21 commenti on “Dove siamo?”

  1. Lucyette ha detto:

    … 🙂

    Tempo fa avevi lasciato un commento, sul mio blog: probabilmente ci eri capitata per caso, chissà in che maniera.
    Cinque minuti fa, per puro caso, rileggendo i post nel mio archivio ho rivisto il tuo commento e mi sono detta “toh, andiamo a leggere il blog di questa qua”.

    … e mi inchino di fronte a questo post: fra tutte le discussioni che mi è capitato di leggere in questi giorni, la tua è di gran lunga quella che ho preferito. Hai scritto tutto quello che avrei voluto scrivere io, e per di più in maniera tale da non poter essere liquidata come “clericale bigotta” o altre amenità simili.
    Complimenti.

    Complimenti, davvero.
    Anche io vorrei scrivere un post simile, ma non sono ancora riuscita a trovare il modo di farlo (senza essere sommersa poi di polemiche :P)

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  2. flaviablog ha detto:

    Sul mio blog ti scrivo che la vita non rappresenta un valore di per sé, ma lo è nella misura in cui si gode.Senza far grandi cose, non sono un’edonista di grandi aspettative.
    Ho convissuto con due malati in casa, ne ho visto la china discendente ed ho avuto un suicidio in casa ( preparato, voluto, scelto, ripetuto più volte fino al successo) ed io stessa ho vissuto un breve periodo in cui mi sono chiesta che qualità di vita avrei avuto se qualcosa fosse andato storto nei miei trascorsi di salute. Ero presa in quei giorni da un forte anelito di vita, ma di vita *vera*. Questa mia vita, quella di oggi, non quella di quei pensosi mesi.
    17 anni di vita vegetativa sono un corpo che marcisce in un letto, e basta. E una famiglia che marcisce fuori da quel letto.
    Rendere legale l’eutanasia inoltre non obbliga alla stessa, come la libertà di aborto non obbliga ad abortire e quella di divorzio non invita a farlo.

    Ovvio che ognuno dovrebbe dover decidere per sé.

    Per sdrammatizzare…mi piace la precisazione sulla colla Pritt:-)))

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  3. commediorafo ha detto:

    Senza parole
    Un abbraccio
    Massimo

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  4. Fogliadivite ha detto:

    non si parla che di questo.
    io non riesco a commentare, nel senso che non riesco a formulare un pensiero sensato su questo argomento.
    c’è troppo dolore, ovunque, in questa faccenda.
    ho un figlio, non riesco ad immaginare a cosa debba essere trovarsi in una situazione così tremenda.
    mi viene da piangere e basta

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  5. Masso57 ha detto:

    Flalia, tu sai come la penso, quindi non cercherò di liquidarti con la solita considerazione che in uno Stato laico tutti i cittadini devono vedersi riconoscere un proprio diritto, potendo decidere di avvalersene, mentre è più grave che una norma tolga tutto a tutti.
    Rispetto, ovviamente la tua opinione, assai equilibrata: ma la triste vicenda di questi giorni mi intristisce per una serie di motivi.
    Intanto, che se ne parli come se fosse un derby calcistico; poi, troppa gente dà giudizi morali dimenticando, secondo me, una semplice, banale, piccola banalità: quanto amore c’è in un padre disposto al sacrificio supremo, al dolore di una scelta drammatica, al dover affrontare da solo il dileggio, le offese, gli anatemi di una classe di governo che usa la drammatica vicenda per secondi fini assai poco nobili?
    Poi, scusa la lunghezza, ma avendo vissuto la tragica agonia di mio padre penso che da un certo punto in poi l’unico sentimento possibile, la vera “pietas” di cui si parla nella Bibbia, sia quella di alleviare le sofferenze, soprattutto se questo era il desiderio esplicito di chi, in quel momento, non è più persona ma solo un corpo martoriato ed incosciente.

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  6. melchisedec ha detto:

    Condivido le tue perplessità(cervello, vita, morte, anima), ammiro chi sa arrivare a soluzioni definitive, chi ha la verità in tasca.
    Imporle? Mi sembra folle.
    C’è una sentenza, c’è un padre.
    C’è che tutti dobbiamo riflettere seriamente, onde un giorno evitare di essere al posto di Eluana, del suo papà e chissà di quanti altri ancora.
    Grazie per le varie posizioni cui rimandi.

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  7. flalia ha detto:

    Lucyette: grazie! E benvenuta. Io lo leggo il tuo blog e scrivi benissimo, il problema è che su argomenti delicati è facile essere fraintesi o esprimersi male. Io stessa mi auguro che il mio post non risulti “talebano”, non ho verità da imporre ma dubbi, tanti, e vorrei che ci potesse essere un confronto sereno, non questa rissa che è in atto. C’è ormai sul corpo di questa povera donna una violenza scandalosa, da parte di tutti. Per questo ho esitato molto prima di scrivere il post… non mi andava di alimentare questo orrore. Però non mi andava neanche di stare zitta per ragioni di convenienza o per non deludere qualche lettore. Io comunque ho espresso pensieri che vanno al di là di questo singolo caso…

    Flavia: certo, ma mi piacerebbe vivere in una società che fa passare alle persone malate la voglia di suicidarsi. Lo so come può essere tremenda la sofferenza, ho visto persone morire, ridotte senza più coscienza… ma è più forte di me, io in quelle persone non vedevo dei corpi, io vedevo delle persone, mi veniva voglia di accarezzarle, di alleviare il dolore, di tenergli la mano, di averne cura, e non per un motivo astratto, non per difendere “il sacro valore della vita”, ma perché il mio sentimento è questo, io credo che essere umani significhi avere tenerezza per chi soffre, mentre oggi siamo al punto che per “pietas” si intende uccidere. Non voglio condannare nessuno, capisco bene che ognuno di fronte alla sofferenza ha una sua reazione ma mi interessa molto la libertà, e proprio oggi con un amico che la pensa esattamente all’opposto di me, facevo l’esempio dell’aborto. E’ “giusto” che ci sia una legge che legalizza l’aborto, ma penso a quelli che si oppongono al fatto per es. che nei consultori possano esserci le associazioni di “aiuto alla vita”: quanto è libera la scelta di una donna che abortisce senza avere potuto sapere che se decide di tenere il bambino non sarà lasciata sola? Se l’eutanasia un giorno verrà legalizzata mi auguro almeno che non si escluda di mettere le persone nella possibilità autentica di scegliere. Poi penso una cosa: se la nostra vita e il mondo in cui viviamo fossero così razionali e controllabili come a volte pensiamo… forse avrei meno dubbi. Ma non è così… ne abbiamo la prova ogni giorno, anche nelle piccole cose. Sono convinta di una cosa: da sani ragioniamo in un modo, da malati in un altro. Siamo esseri umani: non viviamo in base al principio di autodeterminazione, sappiamo/dobbiamo adattarci. Tutta l’evoluzione della nostra specie si basa su questo. Non avremmo potuto evolverci fino a questo punto se ognuno avesse deciso per sé. Ci siamo evoluti perché sappiamo prenderci cura gli uni degli altri e sappiamo adattarci. Per un Welby che vuole morire, ce ne sono altre centinaia che vogliono vivere. Anche attaccati a un tubo. Non è bello, fa schifo, nessuno lo vorrebbe. Però se capita, si può scoprire che la vita non è finita lì. E’ ancora degna di essere vissuta. Soprattutto se c’è attorno una società accogliente che, oltre a fare di tutto per alleviarti dolore e disagi (per quanto si può), scommette su di te, ti considera ancora “uno dei suoi”. Se hai attorno una società piena di gente che aspetta solo il momento di staccarti la spina o toglierti un sondino… non è la tua vita indegna di essere vissuta, è quella società che non sa più come si sta al mondo. E non c’entra Dio, o la religione, basta essere uomini e donne, ragionare un po’ oltre gli schemi dell’oggi, avere un po’ di semplice umiltà: sapere che io della mia vita e del mio corpo posso controllare ben poco. Io non escludo niente, ma penso che prima di arrivare a un simile estremo bisogna tentarle tutte, a livello di società, non di singolo individuo. Poi spesso le persone che temono tanto certe condizioni sono quelle che meno le conoscono, cioè esiste un’idea astratta anche della malattia, non solo della vita, penso…

    P.S: figurati che ho intenzione di cercare ‘sta coccoina per sapere che odore ha: diventerò poi coccoinomane? 😉

    Massimo: un abbraccio a te :- )

    Marina: infatti. Non volevo parlarne neanch’io però alcuni discorsi sentiti in giro mi hanno profondamente turbata. Mentre facevo colazione al bar ho sentito parlare di questa donna come si parla di una partita di calcio. Mi sono sentita molto triste e ho voluto esprimere la mia opinione, sperando si capisca che non sono una fanatica…

    Masso: caro Masso, sul tema in sé la pensiamo diversamente ma sottoscrivo ogni tua parola a proposito della degenerazione che questo caso specifico sta assumendo. Trovo tutto disgustoso, politici, governanti, gente che fa picchetti… è assurdo.
    Mi piacerebbe un dibattito serio, anche tra opinioni molto diverse… come potremmo fare io e te o come accaduto sul tuo blog. C’è anche il fatto che il punto di vista medico, che sarebbe quello più importante, è quello tenuto meno in considerazione… forse se avessimo le idee più chiare, sarebbe meno difficile capirci qualcosa.

    Mel: infatti, riflettere tutti. Non con leggi approvate in due secondi senza un dibattito che coinvolga tutti… Per quel padre ho assoluto rispetto, non l’ho nominato apposta.

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  8. isabel49 ha detto:

    Di questa vicenda se ne parla da troppo tempo, è diventato un caso pubblico nazionale e internazionale. I giornalisti stanno avendo tanta carne da mettere al fuoco e va molto bene per loro… Io sono per il rispetto della vita e non avrei mai il coraggio di far staccare la spina, io dico avrei… ma al posto di quel padre disperato e stanco cosa avrei fatto? La risposta non posso darla e spero mai. La mia fede (visto che vuoi un parere personale), mi dice che non siamo padroni della vita, solo “Lui” può… coloro che si macchiano di una colpa così con quale peso vivranno? Si è uguali agli assassini, è come mettersi allo stesso livello. Io costruisco in terra ciò che mi darà la vita per sempre, questa è la mia concezione, la morte deve soppraggiungere da sola, se non voglio distruggere ciò di buono faccio in vita.
    Buona serata cara.
    Con amicizia, Annamaria.

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  9. Masso57 ha detto:

    Flalia, te lo incollo anche qui, è un commento di una donna, Francesca, scritto stanotte sul sito di La7; per me viene incontro anche al tuo pensiero,sotto molti aspetti.

    Francesca scrive:
    10 Febbraio, 2009 alle 2:04 am

    Il modo in cui l’attuale Governo e il Vaticano hanno affrontato la vicenda dolorosissima della sig.na Eluana Englaro conferma, qualora, ce ne fosse ancora bisogno, la pericolosa saldatura in atto nel nostro paese tra le forze politiche ed ecclesiastiche più retrive, autoritarie, integraliste e fondamentaliste che continua a bloccare qualsiasi tentativo di legiferare, nel rispetto del principio della laicità dello Stato e della separazione tra Stato e Chiesa, in materia di tematiche eticamente sensibili, di riconoscimento di diritti a realtà ormai consolidate nel tessuto sociale, come le coppie di fatto e via dicendo.
    Come cattolica, non potrei essere e sentirmi più distante dall’attuale Chiesa istituzionale, che registra una chiusura e un arroccamento del tutto rigidi e intransingenti dinnanzi alla modernità, rifiutando aprioristicamente, attraverso la formula “non possumus”, qualunque esigenza di rinnovamento, purificazione e riforma, in primo luogo, al suo interno, e quindi, una maggiore apertura al mondo e alle sue complesse problematiche.
    Le dichiarazioni di molti alti prelati e di cattolici fortemente ideologizzati che hanno usato, in relazione al caso della sig.na Eluana Englaro, ripetutamente, termini quali “assassinio” e scritto frasi indecenti e indegne, definendo il sig. Beppe Englaro, addirittura, “boia”, affiancandosi e ponendosi così sullo stesso piano di molti sciacalli e meschini esponenti politici, risultano semplicemente ideologiche e fanno inorridire tutti quei credenti, che come me, le ritengono del tutto estranee al messaggio evangelico e al Dio-Amore in cui si riconoscono.
    Responsabili, ormai da decenni, di tali inaccettabili invasioni di campo da parte della Chiesa e di un’evidente subalternità eterodiretta dei vari poteri decisionali del nostro paese, risultano, purtroppo, le nostre più alte istituzioni democratiche (Parlamento e Governo)che, nelle differenti coalizioni che le hanno via via rappresentato, sono venute meno al rispetto dei dettami costituzionali, piegandosi e ottemperando alle continue sollecitazioni provenienti da “oltre Tevere”. Sia come cittadina italiana, sia come credente, non posso non rivolgere le mie sincere e profonde scuse alla famiglia Englaro, per l’ingiusto e ingiustificato aggravio e strazio di dolore che ha dovuto subire e cui è stata sottoposta, strumentalmente, da parte dello Stato italiano e della Chiesa cattolica, nonostante il personale e del tutto privato carico di sofferenza, che essa ha vissuto, sin dal momento del gravissimo incidente in cui fu coinvolta la loro figliola e per ben 17 anni, senza che nessuno degli stessi, desse, in tutto questo lunghissimo periodo, ad essa una mano o un segno di vicinanza e comprensione.
    Anche “post mortem” dispiacciono le prime dichiarazioni rilasciate da un alto prelato:”Dio perdoni chi l’ha portata qui”. Sarebbe, invece, il caso che ciascuno chiedesse perdono per sé e non per gli altri.
    Le parole che si leggono in “Isaia”, infatti:”I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie” sono rivolte e valgono per tutti, nessuno escluso, particolamente, nella dolorosissima vicenda della signorina Eluana Englaro e di tutta la sua famiglia, verso le quali occorreva, sin dall’inizio, rispetto e silenzio.
    E’ accaduto, invece, che persino oggi, a pochi minuti dall’annuncio della morte della giovane donna, il Senato italiano abbia dato l’ennesimo pessimo spettacolo di sé.
    Ebbene, sarebbe ora di lasciare in pace la famiglia Englaro e che le esequie della loro figlia rimanessero del tutto private e lontane da telecamere e alte rappresentanze politiche e religiose.
    Per favore, almeno adesso,rispettiamo la regola del silenzio!

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  10. latendarossa ha detto:

    Flalia, tutto giusto quello che scrivi, per carità: nessuno ha verità o certezze in tasca, nessuno può pretendere di avere un contatto diretto con l’assoluto, ammesso che esista questo assoluto, e di imporre il proprio punto di vista agli altri. E allora, una volta che si sia enunciata questa verità verissima, questo principio di cautela, scesi dal terreno dei bei discorsi a quello più banale, e quotidiano, della vita di tutti i giorni, cosa dobbiamo fare? Io credo che l’autodeterminarsi sia invece l’unica via possibile e accessibile. Per un semplice fatto di buonsenso. Caso per caso, e ognuno di essi fa storia a sé, ci sono persone che trovano forza nel resistere alla sofferenza e ci sono altre persone che invece non riescono a trovare questa forza. E’ chiaro che si devono destinare tutte le cure possibili e immaginabili a chi soffre, fare in tutti i modi di alleviare il suo dolore, ecc. ma qualora questo non fosse possibile, l’ultima parola spetta alla scelta individuale.
    Ti riporto l’opinione del filosofo Giovanni Reale, che ha insegnato alla Cattolica di Milano, e che condivido:

    La tesi portata avanti da molti uomini della Chiesa, e ora anche del governo, è sbagliata e va corretta. Nel caso di Eluana vedo un abuso da parte di una civiltà tecnologica totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi da volersi sostituire alla natura. Si è perduta la saggezza della giusta misura. La Chiesa, e il governo insieme a lei, sono vittime di questo paradigma culturale dominante.

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  11. Fogliadivite ha detto:

    infatti, ora non resta che il silenzio, per le nostre coscienze, per chi ha urlato, per chi ha speculato, per chi non si è informato davvero e ha parlato, per chi non ha avuto pietà, per quei poveri genitori.
    Marina*

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  12. kittymol77 ha detto:

    Dimmi che non sei d’accordo con il testo attualmente in discussione sul Testamento biologico e ne parliamo. Perché, se come sostieni alla fine ognuno è solo (e concordo), ciò che manca in questo post è forse uno sguardo a ciò che si sta di fatto compiendo in queste ore. Che non riguarda (e forse non ha mai riguardato) Eluana. Nè le posizioni pro o contro la vita, che mi pare una strumentalizzazione insopportabile. Riguarda invece quel rispetto dovuto appunto alle non certezze di scienza, religione, filosofia. E che, proprio per questo dovrebbe riconoscere, in uno stato laico qual è l’Italia, parità di scelte rispetto al cosa fare della propria vita e quindi della propria morte. Finché sul tavolo c’è un testo che impone a me idratazione e nutrizione (quasi si ritenesse di avere il diritto di salvarmi da me stessa e dalle mie scelte evidentemente errate, ritenendomi evidentemente un’incapace), c’è poco da parlare di cure amorevoli o di persone che hanno accettato il loro handicap o di contrapporvi ipotetiche persone che sembrano volersi liberare dai pesi di congiunti inabili. Direi che ogni caso fa testo a sé, fare esempi simili è voler ragionare per grandi numeri senza voler sottilizzare sul fatto che in realtà ogni esperienza umana ha diritto d’asilo finché non è reato. Sono fatti personali, scelte che ognuno fa per sé, che possono piacere o non piacere ma vanno rispettate. Magari cambio idea? Chi lo sa? Rimangono in ogni caso nella mia responsabilità e nel mio diritto. Finché sul tavolo questo diritto ad una scelta non c’è, mi spiace, ma non vedo rispetto per la mia libertà. Che è per me l’unica cosa davvero sacra e non trattabile. Ogni altro discorso non può prescindere dal riconoscimento di questa libertà di scelta.

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  13. flalia ha detto:

    Annamaria: non possiamo metterci al posto di quel padre disperato, infatti… La legge serve proprio per regolamentare le cose al di là delle emozioni che tolgono lucidità… in momenti di disperazione si pensa di tutto. Un abbraccio 🙂

    Masso: grazie Masso, come ho scritto da te, anche questo commento dimostra che pur partendo da posizioni diverse se ne può discutere. Il problema sono gli schieramenti contrapposti, ognuno con la sua “verità assoluta”… mentre i cittadini “comuni”, come noi, si interrogano e cercano di capire…

    Marcello: be’, i miei non erano solo dei pensieri astratti 🙂 Ormai, al punto in cui siamo, dopo che una sentenza ha permesso di uccidere una persona unicamente sulla base di affermazioni forse pronunciate chiacchierando vent’anni prima, mi sembra irrinunciabile approvare una legge sul fine vita. Sono anch’io contraria all’accanimento terapeutico, su questo penso che siamo tutti d’accordo. Bisogna definirlo bene, sulla base di informazioni mediche e scientifiche e ascoltando tutte le campane (non solo quelle che fa comodo ascoltare), e arrivare a formulare una legge, che sia però flessibile e aperta. No all’accanimento terapeutico però non significa sì all’eutanasia. Ma come si può chiedere a un medico di diventare un assassino?

    Marina: già. Almeno la sua agonia non è durata a lungo e ora riposa in pace.

    Kittymol: no, non sono d’accordo su quella legge, non ho parlato di come si sta comportando la politica perché volevo concentrarmi sul tema esistenziale, non sulle risse politiche. Di una legge ci sarà bisogno, ma proprio perché tu stessa dici che ogni caso è a sé bisognerà che la legge rispecchi e rispetti questa situazione. Libertà di scelta: vale solo fino a un certo punto: è un’illusione credere di poter essere assolutamente liberi (ma quando mai siamo sempre liberi di scegliere, nella nostra vita?). Poi non sempre le nostre scelte sono improntate a vera libertà, anche se non ce ne rendiamo conto; infine: tu ti fidi così tanto di te stessa?

    Ernesto: 🙂

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  14. latendarossa ha detto:

    Flalia ovviamente non mi riferivo direttamente alle tue parole, che rispetto. Non condivido però l’uso del verbo nella frase “ha permesso di uccidere una persona unicamente sulla base di affermazioni forse pronunciate chiacchierando vent’anni prima”.

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  15. listen ha detto:

    Cara Flalia, condivido in pieno il tuo pensiero.Le tue parole sono molto sensate. In certi casi le emozioni devono essere incanalate in leggi a tutela di chi non può più difendersi.Ho dovuto togliere il post e i tuoi saluti sempre graditissimi, scusami.Un abbraccio.

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  16. flalia ha detto:

    Marcello: non ho usato il verbo “uccidere” con intento polemico… potevo dire “lasciar morire”.

    Listen: che bello “rivederti”, sì ho visto che l’avevi cancellato e hai fatto benissimo, figurati 🙂

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  17. latendarossa ha detto:

    Va bene, senza intento polemico prendo atto della correzione. Un saluto!

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  18. kittymol77 ha detto:

    “Libertà di scelta: vale solo fino a un certo punto: è un’illusione credere di poter essere assolutamente liberi (ma quando mai siamo sempre liberi di scegliere, nella nostra vita?). Poi non sempre le nostre scelte sono improntate a vera libertà, anche se non ce ne rendiamo conto; infine: tu ti fidi così tanto di te stessa? ” –

    Sì, mi fido di me stessa più di chiunque altro. Consapevole che la libertà assoluta sconfina nella follia, apprezzo i limiti imposti dalla convivenza civile e all’interno di questi rivendico però il mio diritto a decidere da sola cosa sia giusto o meno per la qualità della mia vita. E dove non arriva la mia fiducia, arriva l’assunzione di responsabilità per eventuali scelte che possono rivelarsi sbagliate. Riflettere sul senso dell’ esistenza è la mia attività prevalente, mi pare di non fare altro fra me e me, a dire il vero. Ma le mie ansie in questi giorni, più che il senso dell’esistenza, riguardano tutte la manipolazione di quel senso di realtà condivisa che fa di un paese un paese civile. L’attenzione al parlamento e ai valori che imprime alla società attraverso le leggi che emana, è oggi in netto contrasto con la mia visione di un paese civile, quello che si confronta su temi alti come appunto l’esistenza umana e il suo senso perché ha raggiunto quell’equilibrio del convivere che è necessariamente rispetto per l’intimità dell’altro.. Il padre di Eluana ci ha indicato un problema serio di negazione dei diritti civili minimi. Ma pare che ci troviamo in una paese di politici (e persone)buoni solo per la festa della piada, che confondono i piani della discussione mescolando diritti civili e credo religiosi, come se questi dovessero improntare quelli. Il che non è. Gli ambiti religiosi o spirituali, ciò cui ci riferiamo nella nostra intimità quando cerchiamo il senso della nostra esistenza, nulla hanno a che vedere con la legge (che è laica per definizione) o con quei diritti civili che devono regolamentare il vivere civile delle persone tutte, indipendentemente dai credo religiosi personali espressi. Mescolare le cose, come si è fatto i questi giorni di delirio collettivo, rischia di spostare emotivamente l’attenzione su quelle sponde agitate che solo la nostra personale consapevolezza può aiutarci a risolvere e non devono, e non possono, entrare in decisioni che non ci riguardano che per umana compassione. Oltre quella soglia entra solo l’arroganza manipolatoria di chi afferma una fede la quale, per essere, non dovrebbe basarsi su certezze che di fatto la escludono.

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  19. bigtildo ha detto:

    non saprei che dire , è vero viviamo nell’incertezza , nulla o poco sappiamo di quello che avviene nel cervello in certe condizioni. Quello che però vorrei sottolineare è che io non accetto quel genere di vita e credo che sia mio diritto decidere se continuare o no e poter delegare qualcuno in tal senso , mai mi permetterei di decidere per altri

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  20. flalia ha detto:

    Bigtildo: neanch’io voglio imporre a un altro le mie idee, però non voglio dare per scontato che la morte sia la scelta migliore in caso di grave malattia… Adesso vedremo cosa decideranno i politici, anche se c’è poco da sperare…

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