Le brave ragazze restano minorenni sempre

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Lunedì, ore 15: terminato l’ultimo giorno di laboratori a San Marino. Tutto molto bello ma anche terribilmente stancante; l’unico desiderio che al momento la mia mente riusciva a visualizzare riguardava il treno che mi avrebbe riportata a Bologna; la mia camera, il mio letto, una cena vera – dopo giorni passati pendolando avanti-indietro – mi sembravano più che abbastanza.
Il problema era arrivare alla stazione di Rimini, senza macchina, perché l’unica disponibile, usata nei giorni precedenti, non l’avevamo. Confidando fiduciose nella corriera, io e la mia collega Simona abbiamo raggiunto l’apposita fermata solo per scoprire che la corriera sarebbe passata alle 17,30 (due ore dopo: troppe).
Primo pensiero, dopo avere appurato che nessuno poteva venire a prenderci da Rimini: autostop. Certo, non l’avevo mai fatto in vita mia e proprio due giorni prima ero rimasta colpita dalla notizia della sventurata ragazza uccisa da un automobilista in Turchia ma, insomma, osservando tutte quelle automobili che sfrecciavano luccicanti in pieno sole verso la meta a cui agognavo, non mi sembrava un’eventualità particolarmente pericolosa.

Solo che sono troppo timida. Insomma, come faccio a mettermi sul bordo della strada col pollice alzato quando gran parte della mia vita viene quotidianamente spesa nell’evitare di attirare l’attenzione altrui o – orrore – di creare disturbo?

Per Simona valeva lo stesso. Eppure, quando abbiamo visto un automobilista accostare a pochi metri da noi per telefonare col cellulare, ci è sembrato quasi un segno del destino. Un po’ tentennanti ci siamo avvicinate ma proprio quando eravamo a portata di voce lui svelto ha rimesso in moto ed è ripartito rapido.

Che umiliazione! Voglio sperare che lo abbia fatto solo perché aveva finito di telefonare e non perché si fosse accorto delle nostre intenzioni.
Comunque, questo smacco – vero o presunto che sia – ha messo fine, ancor prima che iniziasse, alla mia potenziale carriera di autostoppista.

In mancanza di ruote, ci restavano pur sempre le gambe, e così eccoci camminare sul margine della superstrada che collega San Marino all’Italia, una strada ovviamente priva di marciapiedi e trafficatissima. Mi era venuto in mente che la sera prima, a casa di Simona, guardando il televideo avevamo proprio commentato con sdegno le notizie ormai ricorrenti sui pedoni uccisi dai pirati della strada anche quando camminano sul marciapiede o attraversano sulle strisce. Figuriamoci su una strada come quella che stavamo percorrendo.
– Ce la siamo proprio tirata! –, ha esclamato Simona.
Io ero troppo concentrata a pregare che non ci piombasse addosso un automobilista ubriaco, un camionista cocainomane o un raver inacidito e in ritardo; bah, alla fine sono tutti luoghi comuni, sai come sono i giornalisti!, mi sono detta, e questa affermazione stranamente è bastata a rassicurarmi un po’. In più morire per dei laboratori, per quanto belli, mi sembrava un po’ eccessivo.

Ovviamente, non pretendevamo di raggiungere Rimini a piedi; sapevamo che, una volta superata la dogana e giunte in territorio italiano, avremmo trovato il capolinea dell’autobus italiano che – ci auguravamo – sarebbe passato più frequentemente rispetto alla corriera.

Lungo il cammino cominciavano ad arrivarmi sul cellulare vari messaggi che mi comunicavano con toni più o meno drammatici, a seconda del mittente, i primi exit-poll delle elezioni. Be’, vi assicuro che in quel momento, tra camion che mi sfrecciavano accanto e una lunga strada davanti a me, se anche mi avessero annunciato che era scoppiata la terza guerra mondiale non l’avrei considerato un argomento prioritario; figuriamoci Berlusconi o Veltroni.

Giunte finalmente al confine abbiamo chiesto ai doganieri dove fosse questo benedetto capolinea ma non abbiamo ricevuto un grande aiuto, se non un vago “più avanti”. Chi ci ha dato l‘informazione giusta è stato, non a caso, un ragazzo straniero poco oltre (tra “poveri” fruitori di mezzi pubblici ci s’intende).
Finalmente, dopo pochi minuti d’attesa, è apparso dietro l’angolo il caro, desiderato autobus arancione. Ma non era ancora finita: una volta salite, abbiamo scoperto che non si potevano acquistare i biglietti a bordo (e neanche fuori, dato che eravamo in una landa desolata priva di tabaccherie).

Come forse potete immaginare, non sono di quelli che salgono sugli autobus senza biglietto. Sono di quelli che lo timbrano sempre e che passano il viaggio desiderando ardentemente che salga un controllore e faccia la multa a chi lo merita (cioè alla maggioranza), cosa che non capita quasi mai (sono un po’ cattiva, lo so).

Be’, ragazzi, scendere era fuori discussione. Ho fatto un viaggio da abusiva e m’è andata bene (se fosse salito il controllore l’unica volta che non avevo il biglietto credo che sarei svenuta).

Ora, questo autobus sembrava uno scuola-bus ma in versione terza età. Quando, dopo aver discusso con l’autista a proposito dei biglietti, mi sono voltata per andare a sedere, mi sono trovata davanti a queste file di posti da due, in gran parte occupati da anziani uomini che chiacchieravano ad alta voce tra loro e prima ancora che potessi afferrare esattamente le loro parole (metà delle quali in dialetto), ancora da prima, quando stavo parlando con l’autista e sentivo solo un vago frastuono alle mie spalle, avevo già comunque capito che l’argomento non era esattamente casto.
Quando io e Simona ci siamo sedute di fronte a un vecchio esagitato e l’amico alle sue spalle gli ha detto ridendo:
– Ehi, Armando, zitto che hai davanti a te due minorenni! – ho capito che avevo intuito giusto.
Armando naturalmente non aveva nessuna intenzione di zittirsi, anzi, affermando che, su quelle cose, le minorenni di oggi ne sanno più di lui e di tutti i suoi amici messi insieme, ha proseguito nella narrazione delle sue avventure giovanili nei bordelli. Simona ha pensato bene di introdursi nel discorso per spiegare le nostre vicissitudini in modo che, se fosse salito il controllore, avremmo avuto tutti i passeggeri dalla nostra parte. Si sono dichiarati in effetti tutti pronti a difenderci, nel caso. Dopodiché, venuti a sapere che io dovevo raggiungere la stazione per tornare a Bologna, Attilio (quello che prima si era preoccupato di non turbare due “minorenni”) mi ha chiesto se sapevo cosa c’era un tempo in via delle oche a Bologna. Sì, lo sapevo (c’era – indovinate cosa? – una serie di postriboli).

– Ma come? Una ragazzina così giovane? –, mi ha chiesto lui, stupito ma anche soddisfatto.

– Be’, non sono minorenne da poco più di dieci anni (ma grazie per averlo pensato!); conosco bene la mia città e la sua storia; Lucarelli ci ha pure scritto un romanzo, intitolato appunto Via delle oche –.

A questo punto, Attilio, incalzato dagli amici, stava per lanciarsi anche lui nella descrizione delle sue avventure in via delle oche (ci andava quando era militare), ma a un tratto ha guardato verso me e Simona e gli è venuta un’espressione un po’ contegnosa e ha detto:

– Be’, non sarete minorenni ma le ragazze serie è come se fossero sempre minorenni per tutta la vita –.

E così ha lasciato perdere le nostalgie di gioventù e si è messo a parlare di Berlusconi che stava vincendo, trascinando ben presto nella discussione l’intero autobus.

Questa frase me la segno!, ho pensato tra me e me. Non so, mi fa ridere, suona strana, tipica di una  mentalità vecchia, ipocrita e sorpassata… Comunque, quella delicatezza mi ha fatto piacere.

Per il resto, mentre attorno a me si alzavano discussioni e soprattutto invettive contro chi stava vincendo le elezioni (e Simona, che è di Verona, rideva, dicendo che se fossimo state su un autobus del suo paese probabilmente avremmo ascoltato discorsi egualmente accesi ma in salsa leghista), io mi sono accorta che fuori dal finestrino scorreva un paesaggio bellissimo. L’autobus si era inoltrato su per le colline e sotto ai miei occhi si stendeva la vivace, ondulata e colorata campagna romagnola, esaltata, quel giorno, dalla limpidezza dell’aria, del cielo e del sole. Uno spettacolo così – pensavo – valeva anche i 40 euro della eventuale multa.

Tra il paesaggio fuori, il periglioso cammino di prima e l’animato caos nel quale stavo viaggiando e al quale ogni tanto mi univo, mi sono sentita come in un film. Non ho rimpianto le comodità dell’automobile, che mi avrebbe portata dritta alla meta ma impedendomi di vivere quei momenti. Però è stato bello, la sera, potermi finalmente riposare, con un ultimo pensiero ad Attilio e al modo caloroso con cui mi ha salutato arrivati in stazione a Rimini.

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12 commenti on “Le brave ragazze restano minorenni sempre”

  1. commediorafo ha detto:

    C’è un viaggio, c’è il dramma di non sapere come tornare a casa, c’è la fatica della ricerca, c’è l’autobus con il paesaggio che scorre dal finestrino, c’è l’incontro con delle persone che hanno storie da raccontare, c’è il ricordo di una giovinezza che non c’è più e l’augurio per una giovinezza che ci sia sempre.
    Ma soprattutto ci sei tu a rendere bellissimo questo racconto!
    Massimo
    PS
    Mi hai ricordato un aneddoto del mio servizio militare che presto posterò. Non c’entra via delle oche o posti simili; centra l’autostop…

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  2. giuliaS83 ha detto:

    Vero!!! Capita anche a me, quando mio marito, o qualche amico, mi vede con una busta pesante e si offre di portarla lui… non so mai se offendermi o compiacermi.
    Boh?
    🙂

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  3. flalia ha detto:

    Massimo: son curiosa! Mi piacciono i tuoi aneddti di vita militare! 🙂

    Giulia: benvenuta 🙂 Be’, io personalmente le piccole gentilezze e gli atti di cortesia li apprezzo sempre!

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  4. caterinapin ha detto:

    Sarà che anch’io sono come te, rispettosa delle regole e sempre timorosa di disturbare il prossimo, nonché brava ragazza, che mi ha fatto sorridere la frase di Attilio e ti dirò che non ha nemmeno tutti i torti, perché anche più avanti nell’età, si resta sempre brave ragazze (nel senso che si resta mai del tutto imbrattate dallo sporco della vita)…
    Un grande bacio 😉

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  5. melchisedec ha detto:

    Scatenate, tu e Simona! Un racconto spassoso, che fa vivere la tua “avventura”. Sai, che penso? Che gran parte della povertà dei rapporti umani di oggi dipenda dal fatto che stiamo lontani dalle “strade”, dalla gente. Difficile entrare in relazione con chi non conosciamo che classifichiamo come nemico, senza neanche avergli parlato.
    Bello, Flalia!

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  6. lauraetlory ha detto:

    Direi che la tua caratteristica peculiare è quella di trasformare in un’avventura qualsiasi cosa tu faccia. E’ insieme preoccupante e meraviglioso.
    Lory

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  7. flalia ha detto:

    Cate: sì, è così, e infatti, pur suonando “strana”, la frase (e l’atteggiamento di lui in generale) mi è piaciuta… C’è una cosa da dire: gli anziani non sanno (beati loro) cosa sia il politically correct, non ne sono minimamente sfiorati. Vedo anche mia nonna, che non ha peli sulla lingua, una sincerità da non confondere con la maleducazione o la voglia di offendere, però. E questo mi piace.

    Mel: sì, questo è un punto fondamentale (e penso che chi ha perso le elezioni, per es., dovrebbe rifletterci seriamente). Si tende spesso, anche per forza di cose, a restarsene chiusi nel proprio piccolo mondo (l’ufficio, la scuola ecc.), circondati da persone simili a noi e perdendo di vista la varietà di persone-rapporti-situazioni che stanno fuori, poco distante da noi. Ecco un motivo per cui amo i mezzi pubblici e in generale frequentare luoghi pubblici, con le antenne “attivate”!

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  8. flalia ha detto:

    Lory: eh eh, quel “preoccupante” mi piace (hai ragione!)… ma d’altronde è il modo migliore per non annoiarsi, no?
    Un bacione 🙂

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  9. listen ha detto:

    “le ragazze serie” è buffa come espressione, ma al tempo stesso anche molto protettiva nella sua ingenuità.Direi che è molto maschile.

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  10. latendarossa ha detto:

    Simpatica come idea, al tempo stesso un po’ ingenua – ma non nel senso che vada disprezzata. “Restare minorenni” io lo intendo come capacità di conservare un po’ di quella freschezza e di quello stupore dell’infanzia…

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  11. flalia ha detto:

    Listen: sì, è decisamente maschile (maschile vecchio stampo) e “ingenua” e mi ha fatto molta tenerezza… 🙂

    Marcello: sì, intesa in quel senso generico sì, ma il buon Attilio la intendeva nel senso ristretto di: una fanciulla virtuosa certe cose (sessuali) non le conoscerà mai fino in fondo mentre un uomo sì… 😉

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  12. diegodandrea ha detto:

    Beh, sulle “brave ragazze” le teorie sono discordanti, a dire il vero :-))

    però questa storia (e il mondo in cui l’hai raccontata) mi è piaciuta molto!
    Brava Ilaria 😉

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