C’est une chanson qui nous ressemble

E dopo avervi narrato il triste epilogo di un anno invece felice, vi dirò cosa ci facevo alle ore nove del mattino, pedalando per una Bologna meravigliosamente fredda e deserta, una città silenziosa e addormentata in modo quasi irreale, il primo gennaio di quest’anno nuovo di zecca. Avevo dormito poco meno di tre ore, accartocciata su un divano, dopo essermi esibita in vari giochi di società. Mi ero alzata e, raccattando a casaccio le mie cose, scavalcando corpi addormentati, salutando il padrone di casa che comunque non si è svegliato, sono uscita in strada e, salita in bici, mi sono diretta come una sonnambula verso la stazione.
Avete mai avuto un colpo di sonno in bicicletta? Io sì.
Arrivata in stazione, ho parcheggiato la bici pregando con ardore di ritrovarla lì (intatta) al mio ritorno e di lì a poco mi sono ritrovata sul treno regionale, diretta a Piacenza, dove mi sarei riunita a tutta la mia famiglia.

Piacenza: nonna e prozia, infanzia, calore, parenti strampalati, resti di un mondo ormai vinto.
A Reggio Emilia è salita mia sorella, con la sua chitarra e il suo sacco a pelo, il suo sorriso di chi sta bene nel mondo.
Mi lasciavo cullare dal rumore del treno, lungo questo percorso che conosco a memoria, desiderando e temendo il mio ingresso in casa. La mia prozia non è più lucida, ormai, e cercavo di immaginare cosa avrei provato trovandomi davanti a una persona che mi ha sempre amata più della sua stessa vita e che ora non mi riconosce più.

A volte provo il desiderio di morire prima dei miei cari, anche se d’altra parte non vorrei morire mai.

Poi, come sempre, la forza delle abitudini – quella ritualità familiare che a volte si odia e altre volte ci protegge come una coperta calda dagli urti del mondo – ha reso tutto più facile: trovare mia nonna, benché stanca, in attesa sulla soglia, sorridente, come sempre; sprofondare nel suo abbraccio, avvolta nel suo profumo; rivedere gli ambienti familiari – il salone sempre perfetto, immobile nel tempo – e correre con gioia lungo il corridoio verso la saletta, per abbracciare mia zia, come al solito: trovarmela davanti, seduta sulla sua poltrona, chinarmi verso di lei e baciarla come ho fatto per tutta la vita. Sì, mi riconosceva a sprazzi (o meglio, intuiva che fossi una di famiglia) ma era felice di essere abbracciata, perché lei per tutta la vita ha sempre goduto moltissimo nel ricevere baci e abbracci; da persona espansiva e passionale qual è, in una famiglia invece piuttosto contenuta dal punto di vista delle effusioni fisiche, ci ha sempre affettuosamente rimproverato di essere poco affettuosi.

Non è che si riuscisse a fare discorsi molto logici, ma a parlare, sì. E l’aspetto è sempre il suo, le sue espressioni, il suo modo di guardare e sorridere. È sempre la mia cara zia Nena, insomma.
Dopo il pranzo tradizionale tipicamente piacentino, sono arrivati gli altri zii, compreso lo zio “artista” con un registratore.
A un certo punto, mentre cantavamo tutti insieme alcune vecchie canzoni francesi, ho sentito mia zia cantare anche lei; sempre stonata come una campana, ma le parole erano giuste, e il sorriso inconfondibilmente suo.

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10 commenti on “C’est une chanson qui nous ressemble”

  1. PaoloFerrucci ha detto:

    Hai scritto un post bellissimo, Ilaria. Bellissimo.
    Avevo detto che sei la mia scrittrice preferita e ora lo ribadisco: sei grande, straordinaria, inimitabile. :-**

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  2. listen ha detto:

    A questo punto io ci metterei la colonna sonora.La musica inizia quando sei sul treno, solo
    Qualche nota…poi un balzo temporale mentre stai cantando una canzone di Lucio Dalla” Ah felicità… chissà su quale treno della notte arriverai..” la scena ritorna con te sul treno, sempre con le note di Dalla che accompagnano le immagini e di nuovo tu a cantare con gli altri…”lo so che passerai, ma come sempre in fretta e non ti fermi mai”…

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  3. chiccama ha detto:

    davvero un bel pezzo, dal sapore antico!!
    chicca

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  4. utente anonimo ha detto:

    poi un balzo temporale mentre stai cantando una canzone di Lucio Dalla”

    Santo cielo. E sì che il titolo del post per colonna sonora suggerisce espressamente Prévert-Kozma…

    Cavarica

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  5. flalia ha detto:

    Paolo: eh eh, grazie. Però ora mettiti a scrivere anche tu! 😉

    Listen: che bella idea, la colonna sonora. Però quella canzone non la conosco…

    Chicca: grazie! Ciao 🙂

    Cavarica: giusto, si trattava proprio de “Les feuilles mortes”, una delle canzoni preferite dai miei attempati parenti 🙂

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  6. commediorafo ha detto:

    Ma sai che una canzone di Ruggeri (che una volta amavo più di ora) intitolata “Il Natale dei ricordi” cita proprio “i parenti di Piacenza”?
    Massimo

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  7. listen ha detto:

    Flalia sarebbe adatta per il viaggio in treno sino a Piacenza.Anche le prime immagini dove “scavalcando i corpi addormentati” inizia il tuo viaggio…comunque: mettiamo Prevert. Ora si dovrebbe passare alla sceneggiatura…

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  8. Jedredd ha detto:

    Hai abbandonato la tua mitica bici, la cara Spinoza, ( se non sbaglio ), in una stazione, cosa ti sta prendendo? 🙂 🙂 Scherzo!;-)
    Come vanno le cose? Spero che ti stia riprendendo alla grande, e soprattutto che stai evitando di abusare delle tue forze, lo so che è più forte di noi, dare il massimo, ma poi vedi alla fine, paghiamo sempre un prezzo molto caro.
    Buona domenica.:-)
    Tanti bacioidi
    PS= La fetta, di dolce fatto da te, non la voglio più, non mi piace l’idea di mangiare qualcosa che ti ustiona le mani!:-( Sgrunt! Riguardati!:-);-):-)

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  9. latendarossa ha detto:

    Spero che ppoi tui abbia recuperato la bici!
    Ecco, mi manca a me questa cosa, di poter prendere un treno, essere oggi a Bologna domani a Reggio, l’indomani dove io voglia. Credo che la vita sarebbe un pochino più avventurosa, per me, avendo a disposizione tutte queste possibili direzioni di marcia.
    Il tuo post è gentile e tenero, come gentile e tenera sei tu, insieme saggia e bambina, fresca e dolente, cara Flalia.

    Mais la vie sépare ceux qui s’aiment
    Tout doucement sans faire de bruit
    Et la mer efface sur la sable les pas des amants désunis
    .

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  10. flalia ha detto:

    Massimo: non conosco neanche questa canzone ma devo assolutamente sentirla!!! Grazie :-)))

    Listen: be’, essendo io bolognese Dalla ci può stare benissimo! Prevert lo mettiamo per quando arrivo a Piacenza… :-))

    Jedredd: no, Spinoza due giorni (notte compresa) in stazione non la lascerei mai! Lei è rimasta al sicuro in garage, in stazione son andata con la Scassona che, come puoi “intuire” dal nome, ha un aspetto così poco decente che schifa pure i ladri (ma il suo lavoro lo fa ancora benissimo!).
    Di salute sto meglio, anche se mi hanno aumentato la dose di medicina e mi gira sempre la testa, sono un pericolo ambulante! Spero che anche tu stia meglio, Jedredd! Ti sei troppo trascuratooo! 😉
    Un bacioide 🙂

    Marcello: in effetti, salire su un treno, anche solo per fare pochi km, è liberatorio, fa bene. L’unico motivo per cui mi andrebbe di prendere la patente sarebbe quello di poter prendere ogni tanto l’auto e farmi dei bei gironzoli qui per la bassa padana, che con le sue nebbie e il suo piattume umidifero, per me è bellissima (adoro la nebbia). Ogni tanto lo faccio con un’amica.
    Grazie per le parole gentili e per i versi finali… 🙂

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