Non tutte le cose insensate non hanno un senso

Mi fa sempre una certa impressione vedere persone che fanno jogging in strade molto trafficate (per esempio sulla via Emilia, su marciapiedi stretti, schivando cassonetti della spazzatura e mamme con passeggini). Non mi sembra molto salutare respirare freneticamente tutto quello smog. Mi sembra quasi più sano starsene in panciolle su una poltrona; magari non dimagrisci ma risparmi i polmoni. Quando poi passeggio nel grande parco vicino a casa, regno di tutti i joggers del quartiere, costantemente incalzata dal fiatone e a volte dal rantolio di qualche corridore che sopraggiunge alle mie spalle, magari panciuto e anzianotto, come spesso capita, provo quasi una sofferenza fisica io per loro. Mi immedesimo troppo.

Non mi piace correre, corro solo per troppa felicità o per troppo dolore; di solito quando provo un’emozione molto forte – positiva o negativa – siccome non riesco a parlare mi metto a correre e se qualcuno mi cronometrasse forse scoprirei di battere qualche record…

Vedere queste persone correre mi ricorda quando da ragazzina mi allenavo per la corsa campestre. Ero molto brava, ogni anno partecipavo alle gare e di solito arrivavo sempre, tappa dopo tappa (distrettuali, comunali, provinciali), fino alle gare regionali (piazzamento migliore: prima, medaglia d’oro; una sola volta, però).
Io correvo e vincevo per compiacere mio padre e in parte il mio prof. di educazione fisica, che contavano su di me.

Personalmente mi sembrava assurdo fare tanta fatica per ottenere il poco appetibile titolo di studentessa più veloce della regione Emilia Romagna.

Quando arrivava ottobre sapevo che la tortura avrebbe avuto inizio; la corsa campestre è una gara di resistenza, quindi è proprio molto faticosa. Si corre nell’erba e questo aumenta la fatica, secondo me (magari scientificamente non è vero). Si arriva al traguardo stravolti.

Ma siccome mio padre era un corridore fallito di corsa campestre (a partire da quando io azzardai i primi timidi passi cominciò a raccontarmi, con toni epici, delle sue tremende gare, in cui lui arrivava sempre rigorosamente ultimo – una volta a più di mezzora dal primo – e stremato, ma arrivava) sua figlia doveva almeno provare a riscattarlo. Perciò, a partire da ottobre, io e lui (lui col cronometro in mano) uscivamo da casa, arrivavamo al parco e io cominciavo a correre in tondo per tutto il perimetro del parco, senza scopo (così mi sembrava), con spirito di sacrificio, però quando correndo gli passavo di fianco e magari stavo tenendo un buon tempo e vedevo mio padre sorridere orgoglioso… Dio, che carica mi sentivo dentro, mi sentivo dentro quell’emozione forte che sola, ancora oggi, mi fa correre d’impeto; potevo anche essere stanca ma vedendo mio padre che quasi non si teneva dall’entusiasmo di vedermi correre, acceleravo, non sentivo più niente – né dolore né insensatezza – sentivo chiaramente tutta la mia esistenza concentrarsi in quel sentiero d’erba da percorrere più veloce che potevo fino alla fine.

In gara era lo stesso. Certo, tra il pubblico c’erano i miei compagni che facevano il tifo per me; c’era il mio prof; ma era per mio padre che correvo. Seguivo tutte le sue istruzioni: concentratissima alla partenza, partivo lenta, lasciandomi superare dai corridori più avventati (e inesperti); guardavo solo i miei piedi, senza confrontarmi con nessuno; poi, a partire da metà corsa, gradualmente ma inesorabilmente cominciavo ad accelerare, superando i corridori di prima, già spompati. Poi cominciava la fatica, il fiato corto, la gola che bruciava, fino al momento cruciale in cui mi assaliva la voglia di lasciar perdere, di rallentare, di rassegnarmi. Era lì che vedevo mio padre nella mia mente. E allora mi bruciava il cuore, mi sentivo tutta un’emozione dolorosa salire su nel corpo e partivo veloce, velocissima, per me non esisteva più niente, neanch’io.

Poi vincevo e mi sentivo triste e anche un po’ arrabbiata perché per me era tutto insensato. L’emozione e la convinzione le provavo solo mentre correvo.

Tutta questa bravura nel correre comportò il mio reclutamento forzato anche nelle gare di corsa a ostacoli, ma questa è un’altra storia.

Quest’estate mio padre ha letto dei racconti di McEwan in uno dei quali si parla proprio di una corsa campestre (descritta in termini cruenti perché effettivamente è così, è una fatica che ti stravolge) e del protagonista che si ferma, quando ormai il pubblico se n’è andato (solo i primi trenta contavano qualcosa nella gara e una volta che l’ultimo di loro era arrivato il pubblico cominciava a disperdersi lasciando gli altri a combattere le loro battaglie private), per aspettare l’arrivo dell’ultimo corridore (Aspettavo dieci, quindici, venti minuti in quel campo vasto e desolato […] quando […] improvvisamente distinguevo all’altra estremità del campo una macchia bianca zoppicante che arrancava e misurava piano, coi piedi torpidi sull’erba umida, il suo microdestino di futilità assoluta. […] La piccola macchia amebica lungo la distesa del campo prendeva una forma umana ma la sua meta non cambiava, continuava a barcollare con determinazione nel suo inane sforzo di raggiungere il traguardo.)
Mio padre me ne parlava sorridendo di sé, del suo arrivare sempre ultimo e distrutto, e di come McEwan descrivesse esattamente ciò che si prova, compresa l’apparente assurdità di quel correre, ma io mi commuovo molto quando leggo queste due struggenti paginette, di cui ho citato solo poche frasi.

Anche se nella vita normale finora sono io quella macchia amebica mentre mio padre è vincente, mi dispiace lo stesso per lui. E capisco che quel mio correre insensato non era vano. Proprio come gran parte del nostro vivere, del resto.

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18 commenti on “Non tutte le cose insensate non hanno un senso”

  1. commediorafo ha detto:

    Credo che tutta quella fatica tu non l’abbia fatta invano se dentro di te coltivi questo ricordo.
    E pensando ai passi citati mi viene in mente la canzone dei Nomadi “L’ultima salita”:

    “A braccia alzate verso il cielo
    nella notte te ne andrai
    e a pugni chiusi sulla vita
    la tua vita graffierai

    Dammi la mano fammi sognare
    dimmi se ancora avrai
    al traguardo ad aspettarti
    qualcuno oppure no”

    Sai a chi è dedicata, no?
    Massimo

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  2. soffiodimaggio ha detto:

    Bellissimo post. Non hai corso invano.

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  3. caterinapin ha detto:

    Si cara Ilaria, non hai corso invano.
    Lo sport forgia anche il carattere e la corsa campestre ancora di più dato che si tratta di uno sforzo prolungato e di una gara dove va messa in atto anche una strategia…
    Sono prove che aiutano ad affrontare le future “battaglie” della vita.
    Hai scritto un post molto bello esprimendo non solo le tue emozioni nei confronti dello sport ma anche l’amore per tuo padre!
    Ti abbraccio 😉

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  4. PaoloFerrucci ha detto:

    Ilaria, già te lo confessai, ma ora te lo ripeto: sei la mia scrittrice preferita.
    E in quel mio “fatale” commento del 13 marzo scrissi anche che tuo padre ha una fortuna colossale ad averti come figlia. Ricordi?
    Una fortuna colossale, lo ribadisco. E sono certissimo che è molto fiero di te. Un super bacio :-***

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  5. flalia ha detto:

    Massimo! mi mancavano le tue citazioni canore! Grazie! Questa è doppiamente gradita 🙂

    Soffio: grazie… è proprio così 🙂

    Cate: grazie, cara Cate, in effetti volevo unire le due cose… 🙂
    Un abbraccio a te!

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  6. flalia ha detto:

    Grazie, Paolo. Sì, è vero, me lo dicesti anche allora. Spero che tu abbia ragione, su me e mio padre. E’ un capitolo ancora del tutto aperto e vedremo in futuro tirando le somme cosa ne penserò. A volte pensare a mio padre o entrare nel suo studio e osservare le sue cose quando lui non c’è mi spezza il cuore.
    Un bacio a te :-*

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  7. aleike ha detto:

    Avete vissuto momenti grandiosi,tu e tuo padre, e solo questo conta, te li ricorderai per sempre.Che bello!:o)

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  8. Masso57 ha detto:

    Beh, da buon ultimo alle medie in corsa, solidarizzo con tuo padre in pieno: in quanto a quello che racconti, sono arrivato in fondo, all’ultima riga col fiatone, pensando che la tua vera vittoria non è stata quella medaglia d’oro. Quella, è al tuo esterno: quella vera te la porti dentro.

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  9. barbara34 ha detto:

    cara Flalia, volevo ringraziarti per il tuo ultimo commento ma o ho sognato di averlo scritto o bho, misteri splindereschi. Oggi giravo vicino al duomo per librerie, passeggiando svelta sui sampietrini con le mie lievi scarpe da danza, e questo mio sentire si lega al tuo nel dire che sì, correre, muoversi, elevarsi sulla terra anche di mezza spanna e un po’ mescolarsi con essa è bello, ed è un piacere che nessuno ci potrà mai togliere. un saluto affettuoso.

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  10. flalia ha detto:

    E’ vero, Aleike, e mi piace avere condiviso questo con chi mi legge… Ciao 🙂

    Masso: già, come spesso accade le medaglie più preziose le conquistiamo col cuore 🙂

    Barbara: che bel commento etereo e felice… sì, mi ci sento molto in sintonia! Grazie! Un bacio 🙂

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  11. stefanomassa ha detto:

    flalia è un post veramente bello il tuo
    io invece, da banalone quale sono, non capisco una cosa: la mattina presto quando esco incontro persone che corrono x strada quando il marciapiede è ampio e largo
    bah…
    un saluto stef
    ps hai bei gusti musicali…sappilo

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  12. utente anonimo ha detto:

    Capita un po’ a tutti di sentirsi delle “macchie amebiche”..
    le circostanze della vita a volte sono così pesanti che rialzarsi dopo
    aver fatto lo sforzo di vivere certe situazioni pesanti è una faticaccia.
    Non ci si deve scoraggiare.:-))

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  13. utente anonimo ha detto:

    bel blog mi piacerebbe fare uno scambio link,questo è il mio:

    http://mark-be.blogspot.com/
    IL BLOG DELLA SIMPATIA
    fammi sapere

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  14. Jedredd ha detto:

    Nelle gare di resistenza, non arrivavo ultimo, solo perchè mi ritiravo prima. Ho sempre provato piacere nel correre veloce, invece, l’idea di fare lunghi percorsi, con competizioni di mezzo, mi ha sempre trovato contrario.
    Mio padre voleva che vincessi tutte le partite di tennis che giocavo, è sempre stato molto competitivo, non mi piaceva quel comportamento e finivo col perdere sempre in sua presenza, non sono mai riuscito a spiegarmi quel comportamento, ma immagino fosse perché, pur volendo compiacere mio padre, non trovavo giusto, sacrificare in allenamenti poco piacevoli, incavolature agonistiche, il mio entusiasmo, la gioia di giocare, per mantenere questa vicinanza.

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  15. Jedredd ha detto:

    Buona domenica.:-)

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  16. flalia ha detto:

    Stefano: grazie! Eh eh, è vero ci sono anche quelli che corrono per strada (ancor più masochisti)! Ciao 🙂

    Specchio: è vero, mai scoraggiarsi ma neanche fingere che vada tutto bene. Non sono di quelli che si scrollano con noncuranza i pesi di dosso. Ciao e grazie 🙂

    Jedredd: be’, però arrivare non è competere. Io apprezzo quelli che, magari distrutti, spompati e ai limiti dell’infarto, si ostinano comunque a tagliare il traguardo per una questione di principio. Io sono così. Posso arrivare anche ultima ma devo arrivare! 🙂
    Riguardo a tuo padre e al tennis, ti capisco bene! Tuttavia non trovo sbagliato lo spirito di competizione quando non si trascende nel fanatismo, ovvio: è lo spirito dello sport! E poi, non so, a volte mettere un po’ da parte se stessi per donare soddisfazione a una persona molto amata non la trovo una brutta cosa. Certo, se accade sempre c’è qualcosa che non va.
    Però è vero che ci sono dei padri veramente fanatici… io giocavo a pallavolo e avevamo dei padri al seguito che erano veramente tremendi, spingevano l’agonismo al massimo…
    Buona settimana, caro Jedredd 🙂

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  17. latendarossa ha detto:

    Si incomicia correndo per qualcuno, poi si arriva che si corre unicamente per se stessi. O forse era il contrario. Comunque tra la partenza e l’arrivo, cambiano molte cose, specie dentro di noi. Io correvo anni fa al CUS, ricordo la fatica ma anche la soddisfazione, dopo…

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  18. flalia ha detto:

    Che bello, un corridore! 🙂 Sì, è vera quella cosa della partenza e del traguardo: parti in un modo e arrivi in un altro, e non solo fisicamente 🙂

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