Il prozio prodigo

[Questa storia è accaduta proprio di questi tempi, cinque anni fa, al mare]

– E adesso? Cosa gli diciamo? – chiese la mia prozia Nena a sua sorella, con voce angosciata.
– Gli diciamo Ciao -, le rispose mia nonna con tono seccato e colmo di rimprovero. Non valeva davvero la pena stare in ansia.
Eppure, i visi di entrambe erano tesi verso l’ingresso del giardino.
Tutte e due fingevano disinteresse ma la mano di mia zia tremava mentre cercava di aprire il ventaglio per farsi aria.
Finalmente, tre figure apparvero nella penombra del vialetto. Un uomo al centro tra due donne. Entrarono nel nostro giardino accolti da un silenzio carico di emozione.


Tutto era iniziato al mattino, quando la più giovane delle sorelle, mia zia Mara, solitamente persona mite e compassata, aveva fatto irruzione in casa nostra (la porta era aperta, come sempre nella casa del mare) urlando istericamente e senza sosta:
– Notizia bomba! Notizia bomba! Notizia bomba! –
Eravamo tutti alle prese con le rispettive colazioni e ci bloccammo più o meno contemporaneamente.
– Be’, insomma – la interruppe mia zia Nena dopo un po’ – adesso calmati e spiega come si deve –
– Sta arrivando Umberto! Lo ospito a casa mia e stasera verremo qui da voi! – , rispose la zia tutto d’un fiato.
A questa notizia, credo che ogni molecola presente nell’atmosfera si sia paralizzata per un lungo momento, come ognuno di noi del resto.
Mia mamma ruppe il silenzio esclamando entusiasta:
– Ma è fantastico, zia! Racconta tutto per bene! –
Ma prima che la zia potesse cominciare, la zia Nena e mia nonna, la prima sbattendo per terra uno straccio e la seconda rivolgendo alla sorella minore uno sguardo pieno d’astio, si chiusero nella loro stanza sbattendo la porta.


Lo zio Umberto era il loro fratello minore. Circa una trentina di anni prima aveva abbandonato la moglie e la figlia piccolissima a Milano e le sorelle a Piacenza per sparire nel nulla, dopo avere spremuto i loro portafogli e averle quasi ridotte sul lastrico per pagare i suoi pesanti debiti di gioco.
Posto di fronte a un ultimatum da parte delle sorelle esasperate, aveva scelto la fuga.
Da allora, lui non aveva più dato sue notizie né le sorelle lo avevano cercato.
Solo da qualche anno Mara, la sorella più giovane (quella a lui più vicina per età e a lui più legata) si era decisa a rintracciarlo, con la collaborazione della figlia di lui, che voleva a tutti i costi conoscere il proprio padre.
Lo avevano trovato qualche anno prima; viveva a Roma, su una barca, si manteneva attraverso piccoli lavori e pubblicando racconti e brevi articoli su alcune riviste; era sereno e aveva accettato di conoscere la figlia e di rivedere la sorella, ma non di venire a Piacenza. Né le altre tre sorelle si sognavano di invitarlo, peraltro. Anzi, si erano arrabbiate con la zia Mara.
Adesso, infine, dopo alcuni anni di riavvicinamento, lo zio era pronto al grande salto: riallacciare i rapporti col resto della sua famiglia.


Io ero curiosissima di conoscerlo. Lo avevo visto in tanti filmini (siamo pieni di filmini di famiglia, girati a partire dagli anni ’50 con la cinepresa – poi trasferiti su videocassette e dvd – grazie ai quali mi pare di avere sempre conosciuto anche parenti morti prima che io nascessi!). Era giovane, nei filmini, e molto bello e simpatico. Di lui si era sempre comunque parlato con nostalgia, in famiglia, sottolineandone appunto la grande simpatia, la prestanza fisica e la vena creativa.


Per tutta la giornata, mia mamma cercò in tutti i modi di calmare sua madre e sua zia: ma le due erano irriducibili; per loro era insopportabile l’idea di rivedere quel fratello che avevano amato tantissimo e da cui erano state ripetutamente ingannate e truffate. Erano convinte che fosse ancora un giocatore (Da quel vizio non si guarisce!, tuonava mia nonna) e temevano addirittura che avesse accettato di rivederle solo per spillare loro altri soldi (È senza vergogna!, rincarava mia zia).
Neppure gli accorati appelli di mia madre alla carità cristiana sembravano servire.
Tuttavia, dato che tutto il resto della famiglia era entusiasta all’idea di rivedere – o di vedere per la prima volta (come nel caso mio, di mia sorella e di mio padre) – lo zio scapestrato, nonna e zia dovettero rassegnarsi, cedendo anche alla propria sottaciuta curiosità.


Ecco perché quella sera, dopo cena, stavamo seduti in giardino, tutti composti e vestiti bene, silenziosi ed emozionati, in attesa, ascoltando quel fatidico scambio di battute tra mia nonna e mia zia Nena.

– E adesso? Cosa gli diciamo? -, chiese dunque mia zia intravedendo avvicinarsi il fratello con le altre due sorelle.
– Gli diciamo Ciao! -.

E accadde proprio così. Dopo il primo silenzio imbarazzato, durante il quale lo zio e le due acerrime sorelle si scrutarono lungamente a vicenda, prima con diffidenza poi accennando tenui sorrisi, scoppiò la festa. Saluti, baci e abbracci, presentazioni. Poi, di colpo, il tuffo nel passato. Fratello e sorelle si lanciarono nella rievocazione dei ricordi d’infanzia, di come si divertivano nonostante la guerra in corso e, man mano che ricordavano, la tensione si scioglieva e le voci e gli sguardi si coloravano di sincero affetto.
Quando si misero a cantare tutti insieme certe strampalate canzoni della loro giovinezza, fu chiaro a tutti che ormai non si sarebbero separati più.
E infatti, già a partire dal giorno dopo (e dico sul serio) fu normalissimo vedere lo zio entrare e uscire liberamente da casa nostra come qualunque altro parente.

Ben presto, proprio mia zia Nena scoprì di essere così simile a lui, sia in alcune caratteristiche fisiche sia nel carattere, da non poter fare quasi a meno della sua compagnia. Da quando lei e mia nonna si sono ammalate e hanno bisogno di assistenza, e da quando è diventato nonno, lo zio passa sempre meno tempo nella sua casa di Roma (dalla barca si è da poco trasferito in un appartamento) e sempre più tempo a Piacenza, ravvivando l’atmosfera con le sue barzellette, le sue storie e le sue canzoni.

Durante le feste, quando ci troviamo tutti insieme, osservo mia zia ridere di gusto alle battute del fratello e sorrido, ripensando a come una ferita che sembrava destinata a non guarire si è invece ricomposta così serenamente e giusto in tempo per non lasciare troppi rimorsi, e troppi rimpianti.

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18 commenti on “Il prozio prodigo”

  1. melchisedec ha detto:

    A volte il non conoscersi in profondità, indurito dall’assenza, può fare innalzare un muro di chiusura e falsa indifferenza, ma basta poco per far scaturire il meglio di sè.

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  2. calimero00 ha detto:

    Che splendido racconto… per fortuna che c’è stata la riconciliazione:-)
    Perdono e riconciliazione sono le cose più belle che esistano:-)
    marco

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  3. PaoloFerrucci ha detto:

    Ilaria, è un gran privilegio avere i filmini dei propri parenti, risalenti agli anni ’50: quanto mi sarebbe piaciuto averli anch’io! Certi miei parenti non li ho mai conosciuti, anche perché morti prima che io nascessi.
    Il tuo racconto, poi, è bellissimo. Un giorno mi piacerebbe conoscere le tue prozie/prozii e la tua nonna!
    🙂

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  4. flalia ha detto:

    Melchisedec: è vero! E’ stata una bella lezione, infatti, vedere come certe barriere e incomprensioni possano letteralmente sciogliersi quando l’affetto riesce (anche contro la stessa volontà delle persone coinvolte) a prevalere 🙂

    Marco: già, e tutti ne abbiamo bisogno… insomma, qualcosa da farci perdonare l’avremo sempre, no? 😉

    Paolo: come spero si evinca dai post che dedico loro, sono persone con cui non ci si annoia! Non a caso, i miei post più riusciti me li hanno ispirati i miei familiari (prozii/e in testa, una banda di mattacchioni 😉 )

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  5. lauraetlory ha detto:

    Mi sembra di essere stata catalputata nel romanzo” Le sorelle Materassi” di Palazzeschi. Più precisamente mi hai fatto venire in mente la scena in cui le tre sorelle scoprono che il nipote ( in questo caso), un giovanissimo Giuseppe Pambieri, si era indebitato e, una di loro, con un accento toscano simpaticissimo fa: “le hambiali non le si pagano… eh no…”
    In quanto ai sentimenti:quando sono così forti, così radicati, non è difficile nè che si rompano nè che, come per magia, tornino quelli di una volta, anche dopo tanti anni.
    Di nuovo un salutone!
    Lory

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  6. Masso57 ha detto:

    Bello, bello come lo racconti e bello questo ritrovarsi, bello il fatto che sia sia usata la tecnologia per preservare i ricordi, e farne fruire anche a chi per vari motivi non c’era ma ha potuto conoscere e capire, bello il muro che cade sotto i colpi dello scoprirsi cosi diversi e cosi uguali….mi hai regalato una luce di calore umano davvero piacevole.

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  7. ByronCorner ha detto:

    Complimenti Flalia. Leggerti è veramente un piacere. Hai un modo di scrivere rilassante, piacevole. Brava. 🙂

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  8. silvii ha detto:

    Ciao, cara Ilaria. Sono tornata, momentaneamente (ripartirò il 25 per le VERE vacanze al mare), ed ho molto da recuperare tra i vari amici bloggers. Un sacco di post persi sia prima che dopo la partenza… Mi ha fatto piacere ritrovarti e leggerti e ti prometto che recupererò al più presto. Intanto ti mando un caro saluto e un arrivederci a presto
    Silvia

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  9. flalia ha detto:

    Lory: cosa mi fai venire in mente! “Le sorelle Materassi”! Be’, in effetti 😉
    A presto!! Buone vacanze!

    Masso: anche questo tuo commento è come un piccolo caldo dono per me… davvero grazie 🙂

    Byron: Grazie! 🙂

    Silvia: bentornata carissima! Anche se tra un po’ riparti, eh? 😉 Per carità, non c’è mica l’obbligo di “recuperare”, a meno che non ti faccia piacere 🙂
    Sei sempre la benvenuta!

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  10. ZiaPetunia ha detto:

    Che bella questa storia, mi sono commossa…

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  11. flalia ha detto:

    ZiaPetunia: grazie 🙂

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  12. caterinapin ha detto:

    Che bella storia, sembra un film di Pupi Avati!
    Hai una famiglia davvero interessante!
    Un bacione
    Cate

    P.S.
    Stasera alle 21.30 “Antigone” e sabato (lo hanno posticipato) alle 22.00 “Spettri” di Ibsen

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  13. flalia ha detto:

    Cate: hai ragione… non a caso la mia famiglia è la mia principale fonte d’ispirazione 🙂

    Ti ho ascoltata, stasera! Ti ho fatto i complimenti sul tuo blog 🙂

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  14. Jedredd ha detto:

    Ciao Ilaria.
    Certo che lo zio Umberto non si è comportato proprio benino, abbandonare la figlia piccola, un uomo può combinare tutti i guai che vuole verso un altro adulto, ma verso la propria bambina, no, non è tanto perdonabile. Le tue prozie e tua nonna devono avergli voluto tanto bene, prima di quei pasticci, per riaccettarlo, nonostante qualche brontolio iniziale.
    Il quadretto del riavvicinamento è molto simpatico, facile, piacevole, immaginarselo.:-)

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  15. Doriannn ha detto:

    Ciao! A volte le storie vere sono più interessanti e gustose di quello che la fantasia può produrre, specie se le si sa raccontare bene come fai tu… 🙂

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  16. flalia ha detto:

    Ciao Jedredd, bentornato 🙂
    E’ vero, non è certo cosa da poco abbandonare una figlia piccola. Lei però è cresciuta senza rancore verso il padre, la prima a volerlo trovare a tutti i costi è stata proprio lei.
    Secondo me, anche se perdonare è difficile ed è una scelta individuale che non può certo essere imposta, è bello perdonare. E soprattutto se una persona nel frattempo ha cambiato vita. Non sarebbe stato più triste lasciare quella ferita aperta, in una famiglia per il resto unita? Ciao 🙂

    Doriannn: grazie per il complimento, e concordo con te: spesso è la realtà a offrirci storie sorprendenti 🙂

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  17. Jedredd ha detto:

    Grazie per il bentornato Ilaria. 🙂
    La figlia dello zio Umberto ha dimostrato una bellissima maturità. Si, le persone cambiano, almeno quelle che avevano già dentro di loro, qualcosa di buono, quello che ha permesso questa riconciliazione, c’era già in tuo zio.

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  18. flalia ha detto:

    Jedredd: ci siamo commentati insieme (io da te e tu qui)!
    Concordo con te sul “qualcosa di buono”: se c’è, prima o poi emerge, e ci aiuta a cambiare. Io credo anche che quel qualcosa di buono ci sia in ognuno di noi e che sia compito di chi ci educa, e di chi ci ama, crederci e aiutarlo a emergere…
    Buonanotte 🙂

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