La cultura quando mi è apparsa aveva forme generose e un cuore grande

Io sono nata a dicembre, perciò è come se avessi un anno in meno rispetto a quello che appare sulla carta e che però è ciò che vale; per questo motivo mi son sempre trovata mio malgrado a dover fare delle cose in anticipo, tra cui ovviamente l’ingresso a scuola.
Quella mattina di settembre mio padre e io ci incamminammo verso l’edificio che a partire da quel giorno sarebbe stata la mia scuola elementare. Io ero arrabbiatissima perché, oltre a dover indossare un orrido grembiulino pizzoso che mi tirava da tutte le parti, avevo anche una repellente cartella rosa (colore all’epoca da me odiato e aborrito) che piaceva tanto a mia madre. Perciò marciavo in silenzio e con passo cadenzato.
A un tratto mio padre mi poggiò la mano sulla spalla (suo gesto solenne che anticipa di solito qualche conturbante rivelazione o almeno un noioso predicozzo) e con tono formalmente commosso annunciò:
-Ilaria, da oggi tu entri nel mondo della Cultura. Vedi di farti onore e ricordati che sei una xxx!-
(Che è il mio cognome, cioè uno dei cognomi più banali d’Italia, saremo in migliaia a chiamarci così…).
L’idea di farmi onore mi piaceva (era anche il periodo in cui mio padre mi leggeva i grandi romanzi d’avventura); la Cultura, invece, con quella c maiuscola che mio padre aveva scandito con tanto orgoglio, mi suscitava diffidenza e un senso di freddo.

La sera prima mio padre aveva aperto il mio quaderno, ancora perfettamente intonso, e aveva vergato di suo pugno, sulla prima pagina, un geroglifico (o a me così pareva) che qui trascrivo, sottolineature comprese:
«Il mio italiano dev’essere il più possibile concreto e il più possibile preciso»; I. Calvino.
Ora, io ero completamente analfabeta. Non ero come i bambini di oggi che a quattro anni sanno già leggere e scrivere in almeno due lingue diverse. Io non volevo assolutamente uscire dalla mia beata condizione di analfabetismo perché fino ad allora, in qualunque momento lo desiderassi, c’era sempre un adulto pronto a leggermi o raccontarmi una storia (o interi romanzi, come faceva mio padre, che me li leggeva a puntate la sera). Intuivo chiaramente che non appena avessi imparato a farlo da sola sarei stata abbandonata a me stessa. Vedere poi mio padre perennemente chino su libri o quaderni con la testa tra le mani e la gastrite nervosa non mi aiutava a trovare allettante l’idea di leggere e scrivere.

Comunque, con in mente il proclama di mio padre, mi trovai in classe, seduta in un banco a caso, circondata da bambini in lacrime. La mia compagna di banco (che poi sarebbe diventata la mia migliore amica) singhiozzava come neanche un’orfanella nei più tragici cartoni animati giapponesi. Non un’atmosfera molto incoraggiante.

Io però ero come sono adesso: prima di avere reazioni inconsulte mi guardo intorno e cerco di capire la situazione.

E mentre mi guardavo intorno vidi lei, la maestra, fare il suo ingresso in aula. La prima cosa che vidi, data la mia scarsa altezza e la mia posizione seduta, fu questo suo grandissimo, esorbitante e morbidissimo seno; oltre a essere grosso sembrava anche dotato di potenzialità estensive. Inoltre sembrava protendersi in avanti come per accogliere chiunque avesse bisogno di conforto. Tutto il corpo della maestra appariva meravigliosamente morbido, florido, rassicurante e caldo.
Lo paragonai immediatamente (e impietosamente) al corpo di mia madre, sottile, ossuto, freddo e respingente: scomodissimo, nonostante lei ne andasse tanto fiera.
Poi guardai il viso della maestra: affettuoso e sorridente.

Allora ho pensato che qualunque cosa fosse la cultura era sicuramente qualcosa di meraviglioso se proveniva da lei.

E così è stato: del corpo della maestra ho potuto abusare a piacimento durante i cinque anni poiché lei era generosa nell’elargire abbracci e baci quanto nell’insegnare tabelline e congiuntivi o nel guidarci in avventurose gite e giocosi passatempi.
Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita al caldo e protetta e amata da una persona che al tempo stesso aveva anche un ruolo ufficiale. In lei, proprio in lei fisicamente e anche però nel suo carattere, piacere e dovere si compenetravano superbamente, non procedevano su binari diversi.

E siccome io sono un’oca di Lorentz, questo imprinting mi è rimasto impresso e mi accompagna tuttora. Vorrei quasi avere perfino quel suo fisico, che oggi sarebbe giudicato grasso, se fosse possibile.  Ecco perché non comprendo tante polemiche o cattiverie o scorrettezze che pure avvengono in quel campo: credo che nel fondo del mio cervello la cultura continui ad avere l’aspetto materno e profumato di una donna morbida e accogliente.

Per la cronaca, la mia maestra la incontro spesso in giro per il quartiere e, benché invecchiata, la sua affettuosa carica esplosiva è rimasta intatta: ancora mi stritola tra le sue capienti braccia e in un solo gesto fa sgorgare di nuovo in me ricordi indelebili. È la mia madeleine vivente.

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24 commenti on “La cultura quando mi è apparsa aveva forme generose e un cuore grande”

  1. 403 ha detto:

    è sempre un piacere leggerti…

    da quanto sei carina pari finta (che – in questo caso – vuole essere un complimento 🙂

    uno dei cognomi più banali d’Italia, saremo in migliaia a chiamarci così…

    in realtà non mi pare sia così banale, guarda qui. Ma pare meno diffuso del mio che già non è diffusissimo, cosa dovrebbe dire un poveraccio che si chiama Esposito o ADDIRITTURA Rossi!

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  2. silvii ha detto:

    Come vedi tuttosommato la vita da una parte toglie, dall’altra dà: la tua mamma longlinea e ossuta da un lato, ma una maestra dalle forme generose dall’altro forse si compensano. La figura della maestra ritengo che sia “fondamentale” nella vita di un bimbo che, come dici tu, inizia a conoscere la CULTURA (per me non ha solo la c di maiuscolo). Per lo meno la mia è stata fondamentale e ricordo addirittura le sue prime parole al nostro arrivo in classe il primissimo giorno di scuola: “Io sarò la vostra mamma chioccia e voi sarete i miei pulcini”. E’ stato confortante sentirmi pulcino sotto le ali di una donnona di una certa età che comunque pareva infondere fiducia. L’ho amata quasi fosse stata una mia seconda mamma e ancora adesso la ricordo con immenso affetto, anche se so che prmai non c’è più!
    Ti ringrazio di aver risvegliato anche in me ricordi piacevolissimi. Ciao Silvia

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  3. PaoloFerrucci ha detto:

    Ilaria, questo è il tuo papà che scrive a macchina, con gli “osservatori della Cultura” che lo scrutano.

    L’avevo detto: in te dorme una romanziera che ogni tanto si sveglia.
    Anche Madame Bovary inizia con l’ingresso a scuola del piccolo Charles…

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  4. estivaneve ha detto:

    che splendido post!! :)) oltre ad essere stimolante, esprime un’atmosfera deliziosa…ciao 🙂

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  5. ediaco ha detto:

    Sono d’accordo: scrivi davvero in modo meraviglioso.
    Complimenti! Anche alla maestra, ovviamente…
    Ernesto

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  6. melchisedec ha detto:

    In parte così è stato per me, non potrò scordare la mia maestra. Lei è la causa di tutto… soprattutto di ciò che sono oggi.

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  7. Titolare ha detto:

    Complimentarmi per i tuoi post sta diventando banale, ma lo faccio lo stesso.
    Immagino che ora tu sai contenta di aver imparato a leggere e scrivere…
    Massimo
    (Vista la novità?)

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  8. flalia ha detto:

    403: ma sei fantastico! Grazie! Parte di quelli della Lombardia e del Piemonte sono miei parenti (be’,non tutti quelli…). I Rossi mi fanno impressione! Mi hai fatta troppo divertire, adesso poi voglio provare anche con altri cognomi (mi sa che è il classico “giochino” che induce dipendenza…).
    Grazie mille! 🙂

    Silvia: hai ragione. Che bella l’immagine della maestra chioccia! Anche per me era proprio così. E poi la maestra è davvero difficile dimenticarla…

    Paolo: bellissima la tua interpretazione! E vera: in effetti all’epoca mio padre scriveva i suoi saggi con la mitica Olivetti che ora giace impolverata nel suo studio. Che bei ricordi, però…
    Be’, il maestro del povero Charles però era molto diverso dalla mia maestra! Ciao 🙂

    Estivaneve: Grazie… in quanto ad atmosfere però anche tu non scherzi. Ciao 🙂

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  9. flalia ha detto:

    Ernesto: grazie Ernesto e bentornato… se scrivo così sarà anche merito della maestra! Ciao 🙂

    Mel: chissà che effetto fai tu ai tuoi alunni. Anzi, a giudicare da alcune cose che hai scritto su certi tuoi ex alunni, anche tu sei stato e sei molto importante per alcuni di loro. Ciao 🙂

    Massimo (evviva!): grazie e sì, sono contenta. Adesso vado a cena ma ho intravisto il tuo post e dopo me lo leggo per bene. Ciao 🙂

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  10. neronda ha detto:

    Davvero credo che ci sia un grossissimo legame tra il modo in cui una persona viene introdotta alla cultura e il modo in cui successivamente si rapporterà ad essa….
    Io avevo tre maestre molto anziane(ultrasessantenni, credo) che assomigliavano a Miss Marple e avevano questo modo molto nonnesco di insegnare 😀
    Una tra l’altro è ancora viva,ma purtroppo non la incontro così spesso….

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  11. flalia ha detto:

    Neronda, che immagine: tre miss Marple per maestre! Bella! Vedo che siamo stati tutti fortunati qui, in quanto a maestre… è vero quel che dici, sono il primo approccio al mondo della scuola e il loro ruolo è fondamentale…

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  12. lauraetlory ha detto:

    Che bella maestra, che bel papà… ma non posso credere che la tua mamma sia veramente come la descrivi. Il mio maestro elementare era un uomo di mezza età, rubicondo e innamorato della cultura. In terza ci fece approcciare il latino (elementare, a pensarci oggi sembra una cosa da alieni!). Ci faceva mandare a memoria poesie lunghissime, compresa la storia di Roma in versi di Pascarella (credo). Io ero orgogliosissima di essere la sua preferita e lo seguivo proprio come un’oca di Lorentz, passo passo. Pendevo dalle sue labbra. Lui, insieme alla passione di mio padre per l’opera lirica, ha dato il là al mio amore per le parole, per il loro significato, per il suono. Trovo bellissima una pagina scritta, indipendentemente dal contenuto, le righe che si susseguono hanno una loro grazia insita, come le foglie su un ramo. Grazie del ricordo che hai condiviso.
    Laura
    p.s. Micheletti non è così comune, e comunque io ho una messe di omonime Laure Costantini, tra cui una che fa la giornalista e che, per mio massimo disdoro, è una vergogna della categoria causa scorrettezze insopportabili!

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  13. flalia ha detto:

    Nooo! Povera Laura (per la terribile omonima!) 😉
    Latino in terza elementare?? Neanche mio padre con me si è mai spinto a tanto. Però in effetti è forse meglio un maestro che ti stimola anche a fare cose “troppo” difficili, rispetto a chi per venire incontro o “adeguarsi” agli alunni rischia di togliere loro il gusto delle imprese difficili. Comunque, anche dal tuo racconto, sembra proprio che i maestri siano decisivi nel fare amare o no lo studio. Il tuo poi era un maestro maschio, che è molto più raro da trovare…
    Riguardo a mia mamma, non è nata per fare la mamma! Ma per fortuna (per me e mia sorella) lo è diventata! 😉
    Ciao, cara Laura 🙂

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  14. Higurashi ha detto:

    Una persona capace di rendere “umana e viva” la cultura, come è giusto che sia dato che dagli “uomini” essa ha tratto origine.
    Io non ho mai avuto la fortuna di vedere le cose in questa maniera.
    I miei ricordi sotto quel punto di vista, si fermano ai pesanti crocefissi e al “sadismo” delle suore verso i bambini.

    Un saluto, splendido post, scrivi in un modo divino.

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  15. Ellee ha detto:

    Che carina questa storia! 🙂
    Per me, invece, mia madre è stata anche la mia maestra (pure lei piuttosto procace!).
    un caro saluto!

    ps: che romantico tuo padre! :-))

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  16. flalia ha detto:

    Higurashi: che triste paesaggio hai evocato con due sole parole: crocifissi uniti a sadismo. Però nonostante ciò stai riuscendo a fare un percorso ricco e tutto tuo, mi pare.
    Grazie per il complimento 🙂

    Ellee: una mamma-maestra dev’essere il massimo (a patto che, come nel tuo caso, sia amorevole)! E’ vero, mio padre ha quel senso delle cose serie e quel dare importanza a certe “solennità” che mi piace molto.
    Ciao 🙂

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  17. diegodandrea ha detto:

    io di maestre ne ho cambiate diverse… da bambino ho girato molto, quindi non ho mai istaurato certi legami… e il tuo raconto mi ha fatto capire che forse mi sono perso qualcosa… 😉
    Ciao D

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  18. flalia ha detto:

    Diego: già, però per fortunissima nella vita molte cose che si sono perse in passato possiamo compensarle in altri modi in futuro, come immagino sarà capitato anche a te, incontrando qualche professore o in generale qualche persona significativa… Un bacio :-*

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  19. latendarossa ha detto:

    Che bella quest’immagine: la cultura come una donna morbida e accogliente. Io penso che tu sia rimasta fedele al precetto paterno. Infatti, noto che il tuo linguaggio, da quello che evinco dai post che leggo, è insieme concreto e preciso. Aggiungerei che possiedi una patina di poeticità che rende molto piacevole la lettura. Come in questo post :)))

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  20. flalia ha detto:

    Tendarossa: è vero, sono rimasta fedele a diversi precetti paterni, come anche a questo (cioè: ci provo!), condividendoli anch’io…
    Grazie! 🙂

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  21. cappelliavolute ha detto:

    Come mia nonna, una forma morbida in cui affondare, calda, profumata come un panino al burro! Per fortuna che esistono persone così!

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  22. flalia ha detto:

    CaV: vero? Un po’ di morbidezza ci vuole… 😉
    Ciao 🙂

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  23. cappelliavolute ha detto:

    Beh, sono morbida anch’io… ma in quanto a seno siamo un po’ carenti! =))

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  24. flalia ha detto:

    😀
    Ehm… potrei cavarmela dicendoti: “Non si può avere tutto dalla vita?”… 😉

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