Assalto al limite [Elogio del Desiderio]

Esistono desideri tendenti all’ottenere, altri all’ammirare. I primi spesso causano sofferenza o perlomeno ansia, i secondi un piacere profondo e duraturo. I primi possono farci sentire schiavi, i secondi ci rendono liberi. I primi fanno stringere i denti, i secondi espandere il cuore.

Per me i desideri veri sono solo quelli del secondo gruppo (gli altri, li chiamo progetti, ambizioni). Io posso desiderare tutto senza volere niente. Il mio piacere sta proprio nel desiderare, godendo di questo puro e semplice atto che mi fa sentire viva e felice anche quando sono triste.

Queste parole, per esempio, per me sono desiderio puro:

Nulla mi trattiene.
Aperte porte e finestre
le terrazze ampie e vuote.

Le ha scritte Kafka, un grande cantore del desiderio, troppo spesso imprigionato nei claustrofobici confini di un aggettivo che da lui deriva ma che non ne restituisce certo la complessità di pensiero.
Lui sapeva, per esempio, che anche nel buio e nella strettezza della tana, peraltro solido rifugio, ciò che tiene in vita chi la abita (esponendolo contemporaneamente al rischio di essere scoperto ed eventualmente annientato) è «quella via d’uscita; probabilmente non mi salva in nessun caso […]: però è una speranza e senza di essa non posso vivere». Quella via d’uscita – spiega – lo collega, anche solo nel pensarla o nel guardarla, al mondo esterno; lo spinge a uscire fuori di sé.

Provare desiderio, ammirare qualcosa senza volerla ottenere, mi fa uscire dai miei limiti e mi fa respirare meglio. Mi fa sentire potente anche quando mi sento stretta e oppressa da ogni parte.
Il desiderio unisce sensazione ed emozione, è una disposizione della mente che, se coltivata, arricchisce l’anima purificandola. È uno spazio luminoso che si allarga nel cuore, leggero.
Un essere desiderante non sarà mai un ingenuo ottimista, ma si salverà anche dal cinismo imperante, perché vede e patisce la realtà, ma sa guardare oltre.

Nella parola desiderio è contenuta la parola stella. Desiderare deriva infatti da de (prefisso negativo) e sidus (stella): era la parola che gli àuguri usavano per indicare che non scorgevano stelle utili per trarne auspici.

Non vi sembra bellissimo pensare che il desiderio è un sollevare lo sguardo fiduciosi che da qualche parte quella stella mancante ci sia?

Lo so che queste mie parole possono sembrare un vuoto sproloquio o un banale esercizio retorico. In realtà ho cercato di esprimere il grande senso di gioia e libertà che traggo dal desiderare, e che mi spinge a provare un grande piacere di esistere anche quando mi sento profondamente triste come in questi giorni.
È il desiderio che ci tiene a galla quando ci si sente cadere, che ci fa provare l’ebbrezza anche nel dolore, che ci fa immaginare la grazia dove vediamo solo dannazione.

Ed è qualcosa che tutti possiamo raggiungere, con un po’ di allenamento e di fiducia.

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10 commenti on “Assalto al limite [Elogio del Desiderio]”

  1. GiacominoLosi ha detto:

    Il problema è non desiderare i “neben Sonnen”, ma solo l’astro maggior.

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  2. maggicatrippy ha detto:

    è ammirevole che tu riesca a desiderare anche in un momento triste. io non ci sono mai riuscita…

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  3. commediorafo ha detto:

    Bello quello che hai scritto sulle stelle.
    Anche per trovare l’isola che non c’è è necessario alzare lo sguardo, trovare la seconda stella a destra e proseguire dritti fino al mattino…
    Massimo

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  4. flalia ha detto:

    Ma che belle citazioni musicali! Grazie a Giacomino per la citazione “colta” (tu mi capisci!) e al caro Massimo per la citazione “pop” (sei fantastico, perché trovi sempre qualche testo di canzone adatto!).
    E grazie a te, Trippy, per la tua ammirazione (spero che lì dove sei tu non abbia problemi di tristezza…).

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  5. commediorafo ha detto:

    Addirittura fantastico? Wow! Ma sai che credo che non sia solo una citazione “pop” (anche se ammetto di aver pensato a Bennato…) perchè mi pare che anche nella favola di Peter Pan vi siano quelle parole.
    Massimo

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  6. diegodandrea ha detto:

    Sai Ilaria… sai desiderare talmente bene da saper mostrare la grazia anche agli altri… o almeno questo è l’effeto che ha fatto a me questo post…
    Bacio D

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  7. utente anonimo ha detto:

    Non sono del tutto d’accordo. Secondo il pensiero buddista (e orientale in genere) affrancarsi dai desideri è l’unica strada verso la libertà del nostro spirito. Ci ho riflettuto a lungo ed ho trovato che, fatta eccezione per te che ogni giorno di più mi appari come un’essere svincolato dai luoghi comuni, la differenza tra il pensiero occidentale e quello orientale è proprio questo: noi guardiamo al futuro con delle aspettative che spesso ci distraggono dal presente e ci fanno vivere una vita di ansie inutili, di amibizioni insoddisfatte, di frustrazioni. Gli orientali sono più presenti a se stessi e al momento che stanno vivendo, traggono il meglio dall’adesso. Di questa profonda differenza credo si debba dire grazie a molte suggestioni tipiche della nostra civiltà: quella religiosa, che rimanda ad una vita migliore che non è mai quella che stiamo vivendo, e quella illuministica, che vede il passare del tempo come progresso e quindi immagina un futuro sempre migliore del presente. In tutto questo il desiderio si colloca, per la maggior parte della gente, come un traguardo che ha la fuggevolezza dei miraggi nel deserto. Ogni volta che stai per raggiungerlo si sposta in avanti. Però è bello che tu abbia saputo coltivare un desiderio che appaga per il solo fatto di esserci. Credo tu abbia trovato la terza via tra l’ansioso occidente e l’atarassico oriente… e non è una cosa da poco.
    Laura

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  8. flalia ha detto:

    Massimo: allora grazie per la doppia citazione!

    Caro Diego, grazie, vorrei davvero riuscire a trasmettere un po’ di serenità con i miei post

    Laura: giustissimo il tuo discorso. Io personalmente, da un punto di vista filosofico, sono epicurea, con qualche correttivo, evidentemente, che riguarda proprio il desiderio, da cui gli epicurei volevano liberarsi. Per me i desideri che fanno soffrire sono precisamente quelli di cui parli tu: cose (materiali o esistenziali) che si vuole ottenere. Questi mi appartengono poco, o non li definisco desideri, ma progetti che possono fallire o meno. Il desiderio di cui parlo io è un sentimento puro di apertura e fremito verso il mondo e la mia vita, e di ammirazione. E’ un desiderio, perché tende a qualcosa fuori di me, ma è sganciato da qualunque mira effettiva; è una disposizione dell’animo, una forma d’amore. Adesso, verbalizzato e razionalizzato così sembra “pesante”, ma vissuto è una cosa spontanea e leggera.
    Conosco il buddismo e ne colgo la profondità ma non riesco a sentirmi coinvolta, trovo crudele la rinuncia che chiede e non mi piace il distacco. Non mi riconosco neanche nelle smanie occidentali. Mi appoggio semmai alla filosofia antica. Non so se ti ho chiarito il mio pensiero.
    Grazie dei tuoi commenti così approfonditi…

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  9. diegodandrea ha detto:

    Non ti facevo una seguace del buon Epicuro cui sono tanto affezionato… me ne compiaccio 🙂
    D

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  10. flalia ha detto:

    Nel senso di gioire per il momento presente e di essere gioiosi e rilassati, cogliendo il bello che ci capita, sì! Non nel senso di vivere solo per il piacere. Allora io e te siamo colleghi di “osservanza filosofica”… 🙂

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