Una volta, in moscone, ho raggiunto la Jugoslavia

Quando ero piccola (ma diciamo anche fino agli 11/12 anni) amplificavo enormemente la realtà. È una cosa tipica dei bambini, niente di particolare insomma, se non che io le sparavo davvero grosse, senza doverci neanche pensare, ed esigevo di essere creduta.

Una volta, in terza elementare, dovevo scrivere un testo (i temi li chiamavano così alle elementari) su come avevo trascorso le vacanze di natale. Io le mie vacanze di natale le avevo passate in un modo noiosissimo: ero andata con gli zii (e senza i miei genitori!) a Pieve di Cadore, in montagna, ma dopo un solo giorno dedicato a pericolose discese col bob, mi ero subito ammalata: avevo passato il resto della settimana a letto con un febbrone. Solo l’ultimo giorno avevo potuto affacciarmi fuori casa gironzolando nei dintorni. E fu così che mi trovai davanti a uno strapiombo. Non avevo mai visto dal vivo un burrone prima di allora, nonostante avessi visto innumerevoli cartoni animati con gente che cadeva nei burroni, dunque ne rimasi molto impressionata. Non osai avvicinarmi più di tanto e il giorno dopo tornammo a casa. Nel testo raccontai che il mio cuginetto era caduto nel burrone, era rimasto miracolosamente impigliato a uno spuntone di roccia e aveva quindi i minuti contati. Sull’orlo del precipizio si era raccolta una piccola folla trepidante, tra cui ovviamente i miei zii disperati, ma nessuno aveva avuto il coraggio di prendere l’iniziativa, tranne me. Io mi ero calata giù con una corda improvvisata e, tra mille difficoltà e colpi di scena (tra cui mio cugino che scivola proprio quando io l’ho raggiunto riuscendo così ad afferrarlo per un pelo –scena tipica di film, fumetti, cartoni- mentre lui penzola a questo punto nel vuoto) ero riuscita a salvarlo, acclamata da tutti come un’eroina. Devo dire che anche se non c’era niente di vero ero riuscita a creare una notevole suspence

La maestra fece leggere il mio testo ai miei genitori che poi lo lessero ad alta voce di fronte a nonna e zii (gli zii che erano con me in montagna); ci risero per più di un’ora, declamando più volte tra le risate i passi di maggior tensione narrativa (e di maggior falsificazione della realtà): fu davvero umiliante, volevo morire.

Ma non demorsi.

In un altro testo descrissi una normalissima partita di pallavolo (in cui la mia squadra aveva anche perso) in toni assolutamente epici (qui probabilmente c’era anche l’influenza di Mimì Aiuhara e di Mila e Shiro).

Alle medie la prof. di lettere mi bollò come Egocentrica e Megalomane. Me lo riferì mia madre, con disappunto, al ritorno da un ricevimento-genitori. Le chiesi cosa significavano quelle due parole e dopo che lei me lo ebbe spiegato (a modo suo, rincarando la dose) me ne andai in camera e mi misi a piangere (in silenzio). Ci ero rimasta davvero male, anche perché amavo molto quella professoressa.

Mio padre poi mi consolò spiegandomi che secondo lui avevo un’anima d’artista (troppo buono).

Per me fantasticare un po’ sulla realtà era solo un modo per amarla di più e anche per cercare di farmi amare: mi sembrava che le mie storie, strampalate sì ma con una loro rigorosa coerenza interna, fossero più divertenti delle solite lagne che ascoltavo in giro.

Diventando un’appassionata lettrice ho placato la mia ansia di storie, ho riconosciuto nei romanzieri persone simili a me (anche se infinitamente più brave).

Quando ho visto al cinema Big Fish mi sono sentita vendicata (ne custodisco teneramente il dvd).

Quando ero a Riccione in riva al mare mi dicevano sempre che là in fondo in fondo, oltre la linea dell’orizzonte, c’era la Jugoslavia. E io sognavo questa Jugoslavia e fantasticavo di poterci andare, soprattutto quando il figlio antipatico dei vicini di tenda, mio coetaneo, mi lanciava la sabbia negli occhi o quando mia madre mi schiaffeggiava per qualche stupidaggine.

E così ho raccontato di esserci davvero andata, in Jugoslavia, io sola, remando su un moscone (per la precisione ci avevo impiegato tre ore).

Ero già grandicella e mia madre mi ha messo in punizione “perché dovevo imparare a non dire più bugie. Volevo forse passare per stupida?”

Quando poi ho visto al tg la guerra, le bombe al mercato, ero ormai adolescente, non inventavo più bugie (non per un pubblico che non fossi io): ma il pensiero di me bambina che su un moscone sfidavo il mare e raggiungevo quella terra mi impediva di restare indifferente, mi spingeva a informarmi sulla triste e dura realtà, a sentirmi coinvolta, a dare il mio minuscolo contributo, spendendo tutte le mie paghette per vestiti e giocattoli che un mio amico volontario avrebbe portato a Sarajevo.

Adesso la Jugoslavia non c’è più e io non racconto più balle, ma quando ci penso, certe volte, la sera, io lo so che era tutto vero.

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One Comment on “Una volta, in moscone, ho raggiunto la Jugoslavia”

  1. commediorafo ha detto:

    Ricordo quando sono andato sulla luna!
    Fantastico…
    Massimo

    Mi piace


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