Tè e didattica [Il sogno dell’interculturalità]

Le scuole sono ricominciate e ieri è ripreso anche il doposcuola.

Mi piace entrare nell’aula in cui ci ritroviamo coi ragazzi prima di dividerci (ogni educatore con il suo/i  ragazzo/i) e vedere facce, colori, lineamenti di tutti i tipi. Mi piace la varietà, respiro meglio.

Tra tutti cerco subito il “mio” Mizaan e ci troviamo poi il nostro angolino per studiare, tanto per cambiare, storia. Gli chiedo se ha passato bene le vacanze, se è rimasto a Bologna o no, lui risponde nel suo modo concisissimo, io gli do un regalino che ho comprato per lui (una bussola, perché quando abbiamo studiato le grandi scoperte geografiche lui era rimasto molto affascinato da questo strumento chiedendomi ogni minimo particolare sul suo funzionamento) e due secondi dopo siamo già chini sul libro di storia.

Quello che io e Mizaan stiamo facendo, giorno dopo giorno, è una traduzione completa, paragrafo per paragrafo, di questo cavolo di libro (cosa che abbiamo già fatto col libro di diritto). Potrei rivendicare i miei diritti e farmi pagare per questa improba fatica cui ci sottoponiamo. Non ho usato la parola “traduzione” a caso: prima di lavorare al doposcuola non mi ero mai resa conto che i nostri testi scolastici fossero scritti in un linguaggio così ostico, anche dove potrebbero essere scritti in modo più semplice senza danneggiare (anzi, secondo me, migliorando) la qualità del contenuto che si vuole trasmettere. Lo stesso Nizaam, quando non è troppo disperato per reagire, mi chiede ridendo: “Ma perché usa questa parola” (poniamo: auspicio) “anziché quest’altra più facile (es. augurio), se il senso è lo stesso?”. “L’autore cerca di curare la sua frustrazione esibendosi in uno sfoggio di erudizione” mi verrebbe da dire. Per pietà, do una risposta più diplomatica, e in parte anche vera, del tipo che un testo saggistico deve essere scritto usando anche un certo linguaggio, e che per lui è importante imparare a usare anche parole diverse dalle solite che conosce, per tutti i motivi che sappiamo (don Milani docet). Ok, però se lo studente non capisce quello che c’è scritto sul libro voglio vedere come fa a imparare (soprattutto se la prof. in classe praticamente si limita a leggere il libro).

Ma il problema è a livello dei contenuti. È da mesi che stiamo apprendendo quanto la Gran Bretagna fosse meravigliosa e formidabile nel gestire il suo glorioso impero sia in Asia sia in America. Il testo si sofferma sul senso di superiorità degli inglesi nei confronti degli “indigeni”, ai quali non è riservato nemmeno un misero trafiletto di approfondimento.

Nizaam è originario del Bangladesh. La sua famiglia è di religione islamica (anche se laici, cioè non frequentano la moschea ma osservano le feste e i precetti fondamentali). Ha la pelle molto scura. Ha 16 anni. E in quel libro di storia lui (la sua cultura, la sua storia) non c’è se non come colonizzato.

Adesso capisco che chi mi legge potrebbe pensare che io sia una terzomondista ingenua o una relativista o nonsochecosa. Ma si sbaglia. Queste mie osservazioni non sono il frutto di qualche ideologia ma del disagio concreto che io provo non tanto ad affrontare i fatti storici, che sono appunto fatti e come tali vanno studiati, ma:

a) nel tono razzista, o perlomeno sbrigativo di quel libro (e questo è un problema che dipende da quel testo specifico);

b) nel notare come la storia che studiamo a scuola non sia La Storia, bensì la storia della nostra civiltà occidentale, da cui l’Altro (cioè il resto del mondo) è escluso (è presente solo attraverso il punto di vista occidentale). Questa è una cosa di cui ovviamente sono stata sempre consapevole fin dai tempi del liceo ma, mentre allora questa consapevolezza mi faceva sentire buona (del tipo: studio queste cose sapendo che non è l’unico punto di vista eccetera), adesso, davanti a Nizaam che mi guarda smarrito di fronte per esempio a un concetto che non comprende, perché non possiede le categorie per capirlo (come la Riforma protestante per esempio), non mi sento più tanto buona, e neanche cattiva, intendiamoci.

È solo che penso che sarebbe giusto riscrivere i nostri testi scolastici (e i nostri programmi) integrandoli almeno in parte, dove si può, con le culture e le storie altrui. Renderebbe più facile a Nizaam e a tanti ragazzi stranieri integrarsi nel nostro Paese e aiuterebbe anche i ragazzi italiani.

È ovvio che per Nizaam è importante conoscere la nostra storia, dato che ormai la sua vita è qui e resterà qui. Ma avrebbe bisogno di  tempo e di testi scritti in modo più semplice e più corretto. Per lui è difficile e molto faticoso (e anche un po’ noioso, lo è anche per tanti suoi compagni italiani) studiare argomenti di cui, al contrario di noi, non può dare nulla per scontato perché sono completamente nuovi per lui, e non se ne sente parte.

È stata un’impresa improba riuscire a spiegargli la Riforma protestante: non sapendo lui niente del cattolicesimo non avevo nessun termine di confronto per fargli capire le differenze tra i cristiani e se non capiva questo poi non poteva capire le guerre di religione che hanno devastato l’Europa per decenni e neanche le conseguenze politiche, economiche e socioculturali che la diversità tra i cristiani ha comportato nelle storie dei diversi Paesi.

L’Illuminismo è stato un altro problema.

E ieri c’è stato il problema del tè. Leggiamo del monopolio sul tè imposto dagli inglesi ai coloni americani.

-Ma scusa –mi chiede stupito- in Inghilterra producevano il tè?-

-No, gli inglesi se lo procuravano nelle piantagioni in India e poi lo vendevano agli americani-

-Però non era loro-

-Sì, era loro perché erano loro a capo di quest’impero economico-

Nizaam mi racconta delle piantagioni di tè del suo Paese e di come si prepara il tè a casa sua. È la prima volta che mi dice veramente qualcosa di sé e io lo ascolto (tra l’altro io sono una fanatica bevitrice di tè, peggio di un… inglese!).

Quando poi arriviamo alla ribellione dei coloni che a Boston rovesciano in mare il tè “inglese” Nizaam non se ne capacita. Non riesce a credere che gli americani abbiano potuto fare una cosa simile. Gliene spiego i motivi e vado avanti ma vedo che non è possibile. Per qualche motivo che ancora in parte mi sfugge, per lui questa faccenda del tè è cruciale e inconcepibile. Non riesce a collegare l’azione del rovesciare casse di tè in mare col senso di sfida, di ribellione che quel gesto aveva per i coloni. Non l’ho mai visto prima appassionarsi tanto a un argomento quindi decido che le quattro pagine che mancano le recupereremo la prossima volta. Adesso è più importante il tè. Discutiamo tutte le implicazioni di quel gesto e delle rivendicazioni americane, dai fattori economici ai principi dell’illuminismo eccetera.

Uscendo dal doposcuola ci dirigiamo entrambi nella stessa direzione per prendere i rispettivi autobus e passando davanti a un bar mi sembra logico proporgli di entrare per berci un tè. Glielo dico e capisco dal suo sorriso che ha colto il senso della mia proposta.

Ci ritroviamo così seduti a un tavolino a sghignazzare come due scemi mentre una commessa dall’espressione interrogativa ci serve due fumanti tazze di tè.

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3 commenti on “Tè e didattica [Il sogno dell’interculturalità]”

  1. utente anonimo ha detto:

    Qui Paolo S, rediretto da Lipperatura… devo raddoppiare i miei complimenti, ora che ho dato un’occhiata al tuo blog! Non stai solo “facendo il tuo dovere”: sei competente, preparata, sensibile al punto giusto.
    Continua così, e salutami Nizaam!

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  2. utente anonimo ha detto:

    Si dovrebbe ” leggere ” a tutti e non solo agli ” stranieri” un saggio nel modo in cui tu lo fai

    Heartprocession

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  3. flalia ha detto:

    Grazie! Saluterò Nizaam… lo vedo proprio oggi, speriamo abbia digerito il “tè”!

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