Il respiro dopo la sbornia

Il 27 mattina, dopo tre giorni di mangiate natalizie e di atmosfera festiva, sono salita in bicicletta e mi sono diretta verso il centro. Arrivata in piazza Maggiore ho legato la bici a un palo e mi sono incamminata per via U. Bassi, in direzione “Ricordi”, con l’intenzione di spendere in cd un po’ dei soldi ricevuti tra compleanno e natale.

Passeggiando ho respirato l’aria a pieni polmoni (nonostante lo smog) guardandomi intorno con una certa soddisfazione. Nelle ultime settimane infatti spostarsi per il centro è stato davvero complicato. Una bolgia di gente intenta a fare compere ostacolava il benché minimo movimento: o camminavi al ritmo della folla e nella sua stessa direzione o venivi impietosamente calpestato. Ogni esitazione o minima deviazione dalla rotta comune era un’eresia da non potersi permettere. Ora invece potevo finalmente camminare spostandomi liberamente a destra e a sinistra sotto i portici. Potevo fermarmi di colpo senza venire spintonata e insultata, perché dietro di me non c’era nessuno, se non qualche passante tranquillo come me.

Poca gente, poche macchine in giro. Sembrava che la città improvvisamente respirasse dopo un lungo periodo di tensione, affaticamento e frenesia. Ho sorriso pensando a questa maratona annuale così stancante a cui ci sentiamo (chi più chi meno) obbligati a sottoporci ogni dicembre. Poi, superato il momento clou, ecco la quiete dopo la tempesta. Visto dall’esterno è un comportamento abbastanza ridicolo e insensato, come peraltro molte delle cose che facciamo.

Anche da “Ricordi” ho potuto girovagare tra gli scaffali indisturbata. E ho fatto un acquisto che ero tentata di fare da un anno e mezzo circa e che finora avevo sempre rimandato: l’ultimo album dei Baustelle (uscito nel 2005), La malavita, e mi sono decisa solo perché costava appena 10 euro. Arrivata a casa l’ho ascoltato inizialmente senza grandi aspettative e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa (ha scalzato, temporaneamente, Mozart!). Che dire… non mi metterò qui a fare una recensione perché non ne sono capace, mi limito a scrivere qualche impressione sparsa.

Dei Baustelle conosco anche i due album precedenti, ascoltati grazie ad amici ma mai comprati perché non mi convincevano del tutto, forse perché io presto molta attenzione all’aspetto prettamente musicale e i primi due dischi non mi soddisfacevano molto da quel punto di vista; questo invece è suonato molto bene, forse, in un certo senso, anche troppo, nel senso che sembra tutto molto calcolato e preciso, ma d’altra parte tra i due estremi io preferisco questo, quando si tratta di musica pop; cioè, a mio parere in un disco di Blues o di puro Rock la sporcizia e anche una certa “rozzezza” del suono ci stanno benissimo, anzi sono necessarie, ma in un album pop io voglio il suono pulito: complesso, raffinato, sperimentale quanto si vuole ma pulito e curato. So che molti non la pensano come me e non pretendo di dire una verità assoluta, è semplicemente un mio gusto personale, dovuto forse anche al fatto che l’unico cantautore e musicista italiano che ammiro dall’inizio alla fine è Battiato, il quale sia nel suo lato più pop sia in quello più sperimentale (penso anche alle sue cose degli anni ’70, tipo Fetus) è sempre attento alla sonorità che usa. Ora in questo disco dei Baustelle il suono è corposo, ricco e fluido. Di solito non sono entusiasta dell’uso degli archi nelle canzoni di questo tipo (vedi l’orrido stile sanremese, tipo Vita spericolata con i violini sotto) ma in questo caso i violini a mio parere stanno benissimo (sono presenti in almeno sei brani), perché si mescolano con le chitarre e con una musicalità pop/rock ammorbidendola e dandole “aria” (sarà che non sono ancora uscita dal mio trip vivaldiano) e accentuandone i tratti melodici e “romantici” quando serve (in un riuscitissimo contrasto con l’asprezza dei testi). Comunque ci sono anche molte chitarre e qualche effetto elettronico, non aspettatevi melassa, anzi è decorosamente rock!

Piacevole musicalità, insomma, e melodie che sanno catturare ma non in modo facile e immediato (per apprezzare canzoni come Sergio, Perché una ragazza d’oggi può uccidersi? e Cuore di tenebra ho dovuto ascoltarle più di una volta, entrarci piano piano).

In alcuni punti ammetto di sentirmi proprio trascinata (devo alzarmi in piedi, allargare le braccia e ballare sospinta da quella che io chiamo gioia musicale: una sensazione di ebbrezza fisica che sento salirmi dalla punta dei piedi fino al cervello, con particolari e benefici effetti sul mio apparato cardiocircolatorio. Questo è un criterio molto poco razionale e scientifico, lo riconosco, ma è ciò che mi fa amare un disco (al di là del fatto che qualitativamente lo apprezzi o meno; di solito però le due cose vanno insieme).

Un’altra piacevole sorpresa è il modo in cui le parole si adattano alla musica (o viceversa). Parole e musica sono un tutt’uno, tutto scorre fluidamente e non c’è la “lotta” tra testi e melodie che spesso si sente nelle canzoni italiane a causa della struttura della nostra lingua. Uno dei motivi per cui, pur trovandola interessante, non riesco ad appassionarmi a Carmen Consoli è proprio il suo modo faticoso di inserire i testi nella musica, con tutti quegli avverbi lunghissimi e quei discorsi arzigogolati che a mio parere appesantiscono troppo le canzoni e fanno passare in secondo piano la melodia. Qui invece Bianconi (il cantante e autore dei testi) riesce davvero a fondere parole e musica in modo che si valorizzino a vicenda.

I testi poi sono un altro punto forte (ma questo vale anche per i primi due album): sono caratterizzati da una grande letterarietà, ma anche in questo caso non risulta pesante o troppo evidente (però è divertente riconoscere le varie citazioni): non c’è nessun esibizionismo intellettualeggiante, hanno una loro immediatezza e sono attraversati da una vena noir che caratterizza (già dal titolo) tutto il disco.

Mi sono un po’ dilungata, eh? E non ho parlato di difetti, perché di solito quelli emergono a poco a poco. Non so prevedere per es. se questo entusiasmo iniziale si protrarrà nel tempo o se dopo un po’ mi dimenticherò quasi di possedere questo disco. Solo il tempo lo dirà, come si suol dire. Per ora me lo ascolto, e, buona ultima (è uscito da un anno e mezzo!), lo consiglio.

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