Il genio e l’eternità

Tra i regali che ho ricevuto c’è il Messiah di Handel. Per prepararmi all’ascolto ho riletto il brano dedicato proprio a Handel e alla composizione di quest’opera da Stefan Zweig in Momenti fatali. Belle le espressioni che usa, anche se forse l’intero testo è un po’ viziato dall’idea che la genialità di un artista ne permea tutta la vita quasi sottraendogli la scena. Il punto però è un altro: sembra che in questo brano Zweig ponga la questione del rapporto tra il genio dell’artista (il suo talento) e il fine cui questo viene indirizzato. Nel caso del Messiah, le capacità umane (per quanto speciali) del compositore sono messe al servizio della Gloria divina, e questo nobiliterebbe il tutto (anche perché nel caso di Handel questo intento era autenticamente sentito, non era una commissione esterna cui adempiere malvolentieri). Ora, per Handel questo fine superiore era la la celebrazione di Dio, per altri artisti poteva (può) essere ovviamente molto diverso (oltre agli ideali politici, per es., poteva essere anche il semplice desiderio di “comporre un’opera più duratura del bronzo”). In ogni caso il fine elevava (e riempiva di senso) l’intera opera, che a sua volta trascendeva se stessa e spostava il suo obiettivo sempre oltre.

E oggi? Mi vengono in mente le parole di Valery (riportate da Benjamin nel suo saggio su Leskov): “L’uomo odierno non coltiva più ciò che non si può semplificare e abbreviare. […] È come se il venir meno negli spiriti dell’idea di eternità coincidesse con la crescente avversione per i lavori lunghi e pazienti”.

Chi si propone un fine ideale, esterno a sé, trascendente la realtà contingente, sembra dare alla sua opera un respiro d’eternità. A me pare invece che la maggior parte degli artisti oggi siano così concentrati su loro stessi, così attaccati alla loro piccola realtà effettuale da poter produrre ben poco di nobile e molto di effimero.

Forse è per questo che da anni torno delusa dalla Biennale di Venezia…

Penso che in generale nella vita se il nostro fine consiste solo nel realizzare noi stessi (come si suol dire) tutto ciò che faremo (anche a livello di rapporti umani, non solo di produzione artistica) rischia di avere un respiro molto corto e nessun significato.

Ora mi viene in mente di aver letto riflessioni simili nel saggio di Foster Wallace dedicato all’autore della biografia Dostoevskj, in cui Wallace spiega molto chiaramente come nella nostra cultura sia praticamente impossibile per es. per uno scrittore esprimere convinzioni profonde e ideali nella propria opera, dato il cinismo imperante (e la necessità quindi di mostrarsi cinici, capaci di non prendere niente sul serio e di sbeffeggiare tutto) e come sia quasi impossibile per un intellettuale sottrarsi a questo meccanismo.

Be’, ovviamente le sfumature esistono (non sono apocalittica) ma tutto ciò mi rattrista un bel po’.

Intanto mi ascolto il Messiah.

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