Diventare grandi nel tempo di uno starnuto

Un po’ di letture (e riletture) incrociate: qualche tempo fa, mentre vagavo in libreria, un libriccino sottile sottile ha attirato la mia attenzione; si intitola Il nostro bisogno di consolazione, pubblicato in Norvegia nel 1952. L’ho acquistato, senza neanche averlo prima sfogliato, per una di quelle ispirazioni improvvise che ogni tanto mi prendono. L’autore, Stig Dagerman, norvegese, s’interroga sul (non) senso della vita e sull’imprescindibile bisogno che l’uomo ha di consolazione. Bisogno paragonabile a quello che un cacciatore ha della sua preda, ma che è destinato a restare insoddisfatto perché le consolazioni che incontriamo nella vita (l’amore di un’altra persona, il successo, il senso di sicurezza ecc.) si rivelano spesso effimere e illusorie. E fin qui può sembrare un discorso banale anche se lui ovviamente lo esprime molto meglio di me. Questa prospettiva però può secondo lui essere rovesciata se ci liberiamo dalla schiavitù del tempo, che opprime le nostre esistenze con il suo carico di richieste e aspettative sulla nostra vita (tipo: dobbiamo raggiungere determinati traguardi e realizzare certi obiettivi entro un certo lasso di tempo, se no saremo agli occhi di tutti –o quasi- dei falliti), col rischio di farci smarrire in una vita che perde senso e accumula insoddisfazione e senso di fallimento. Non si tratta però di un nichilistico racchiudersi in se stessi bensì di trovare ed esercitare la propria libertà all’interno delle forme che il mondo o la semplice necessità impongono alla nostra esistenza (in questo è molto spinoziano) utilizzando le capacità che abbiamo (come, nel suo caso, il talento di scrittore).

Le parole che Dagerman usa per descrivere la percezione che spesso abbiamo dell’inutilità delle nostre vite mi hanno rinviato a un suo connazionale che di parole ne usa pochissime ma sa esprimersi in modo altrettanto preciso e molto suggestivo sugli stessi temi: il fumettista Jason.

Ho passato il pomeriggio a rileggere i suoi tre capolavori, ci ho ritrovato tanto delle riflessioni di Dagerman in chiave molto personale e moderna.

Un esempio: l’ultima sua opera pubblicata in Italia (Non puoi arrivarci da qui) si apre con questa scena: un uomo (in realtà i personaggi di Jason sono tutti animali antropomorfi, ma è così immediato identificarsi con loro che per comodità ne parlerò come di uomini e donne), di notte, in un cimitero, con una pala in mano, dissotterra una donna sepolta. Non lasciatevi ingannare: non è un racconto Horror. È un racconto sulla solitudine, che spinge a dissotterrare cadaveri pur di non restare soli. È anche un racconto su certi vivi che paiono morti, persi nella meccanicità di vite vuote e sempre uguali a se stesse, e che però continuano a sognare che qualcosa possa cambiare, che non saranno più soli.

In Ehi, aspetta… la morte separa due amici del cuore (di quelli che sono come fratelli, condividono tutto, leggono e amano gli stessi fumetti, sognano il loro futuro, si scambiano le prime confidenze sulle ragazze e così via). Uno muore, l’altro vive. La morte dell’amico, causata indirettamente dal protagonista bambino, segna un punto di non ritorno nella sua vita. Da quel momento è diventato adulto e la sua vita sarà esattamente come quella che, fantasticando con l’amichetto d’infanzia, aveva assolutamente disprezzato e negato di poter mai condurre. Che cos’è stato meglio? Una vita perduta quando ancora tutto poteva essere, o una vita vissuta all’insegna del fallimento tra altri falliti?

Anche in Sshhhh! la solitudine e la morte sono temi ricorrenti, ma qui c’è una maggiore resistenza (qualcosa di simile alla libertà proposta da Dagerman). Jason affronta in modo poetico e leggero i rapporti tra padre e figlio, tra uomo e donna, tra l’individuo e se stesso e tra l’uomo e la morte, il tutto senza parole, con l’uso di vignette chiare, semplici ed evocative. E senza mai dire cose banali.

Tra l’altro, nonostante i temi trattati, non c’è affatto disperazione né nichilismo in queste storie, ma un sottile, persistente senso di speranza, di possibilità altre, come se tutto dipendesse da dettagli, niente fosse prestabilito.

Io ci trovo molta Consolazione.

Ho parlato di:

Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione, 1991, Iperborea;

Jason, Ehi, aspetta…, 2003, Black Velvet Editrice;

           Sshhhh!, 2004, Black Velvet Editrice;

           Non puoi arrivarci da qui, 2006, Black Velvet Editore;

In sottofondo:

Charlie Parker, Ballads.

 

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