Il confine

La vicenda di Piergiorgio Welby mi ha molto colpita e durante questi mesi mi sono posta tante domande. Ma ora sono sconcertata da tanta gente che è così sicura su quale sia la scelta giusta in questi casi. Nessuna incertezza: per loro è giusto uccidere. Ora, quando ieri in televisione ho visto quella terrificante conferenza stampa, con quelle facce di bronzo lì tranquillamente schierate (compreso un ministro della Repubblica), con quella soddisfazione assolutamente fuori luogo che sprizzava dai loro occhi e che non avevano nessun pudore a ostentare, ho provato dentro me un moto di ribellione. Quelli lì sarebbero i suoi amici, quelli che gli volevano bene? Non solo lo hanno ucciso (e qui uno potrebbe dire: in fondo hanno fatto soltanto la sua volontà) ma ne vanno fieri, cioè vanno fieri di loro stessi, per loro è una loro vittoria. E allora a me pare che lo abbiano solo usato. Io non voglio qui entrare nel merito del discorso (se sia giusta o no l’eutanasia, se quello fosse o meno accanimento terapeutico, se è lecito che uno che vuole suicidarsi e non può farlo da solo possa essere impunemente aiutato. Cioè tutti problemi enormi, che devono essere affrontati senza queste granitiche sicurezze che vedo invece ostentare dai fautori dell’eutanasia) ma voglio semplicemente dire che la morte o (come secondo me è, pur con tutta la comprensione del caso) l’assassinio di un uomo non dovrebbe essere festeggiata come si sta facendo da ieri. Basta fare un giro su internet per rendersene conto. Mi turba profondamente il livore che traspare dalla maggior parte dei commenti di coloro che gioiscono per la morte di Welby. Quasi tutti tirano in ballo Dio, i cattolici… Ma cosa c’entra? Qui stiamo parlando di un tema che ci riguarda tutti in quanto esseri umani, e trovo che porre questo tema seriamente e difendere eventualmente la dignità della vita, non sia una questione di religione ma di semplice Umanesimo. E credo che non ci sia nessuna ricetta, nessuna parola d’ordine. Queste questioni sono una grande sfida per la nostra epoca e questo dovrebbe farci sentire gravati di responsabilità ma in un certo senso anche fieri di poterci esprimere, come si è sempre fatto nella storia. E invece sembra obbligatorio schierarsi subito e senza esitazioni su due fronti opposti e accusarsi vicendevolmente di faziosità e crudeltà.

Ora, Welby attribuiva un grande valore alla sua vita e la amava. Tuttavia arrivato a quel punto preferiva morire. Se avesse potuto muoversi da solo, come posso fare io, non avrebbe avuto problemi a uccidersi. Ma non poteva muoversi. Perciò un altro ha dovuto ucciderlo. La domanda è: può lo Stato (cioè: possiamo noi) accettare che alcuni cittadini (tra l’altro cittadini che hanno precisi obblighi di salvare e curare altri cittadini) possano ucciderne impunemente altri, per quanto consenzienti?

Io sinceramente non credo di volere una società di questo tipo. Penso che l’unica cosa veramente da fare subito sia una legge che distingua che cos’è accanimento terapeutico e cura sproporzionata e cosa non lo è. Quello di Eluana (la ragazza in coma vegetativo da più di 10 anni) mi sembra un trattamento sproporzionato, dato che non ha speranza di riacquistare una benché minima coscienza, quello di Welby no. Paradossalmente, proprio la sua grande lucidità intellettuale, il suo saper essere attivo pur in quelle tragiche condizioni, cozza veramente tanto col giudicare sproporzionata una cura che gli permetteva di poter essere così.

Mi dispiace molto per lui e per sua moglie, che non era d’accordo con lo staccare la spina anche se non lo ostacolava nella sua volontà (e anche su questo ci sarebbe molto da dire: non abbiamo nessun obbligo verso chi ci ama, è legato a noi e ci cura quotidianamente per anni e anni?). Nel mio cuore mi sento di ringraziare questo uomo per avermi sollecitato a riflettere su questi argomenti e a immedesimarmi nel suo dolore.

Provo solo tristezza invece per tutte le persone che stanno festeggiando la morte di un essere umano e per le quali amare una persona significa ucciderla.

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