Olga

Olga è morta. È morta come un cane. Da qualche anno soffriva di una malattia sconosciuta che l’aveva progressivamente annichilita. Era iniziata con le gambe che le tremavano, che non la reggevano più in piedi, così era finita sulla sedia a rotelle. Poi aveva perso la vista. Anche le facoltà intellettive erano degenerate: a momenti di lucidità si alternavano sempre più lunghi periodi in cui aveva allucinazioni e falsi ricordi. Giaceva nel suo letto, nel suo minuscolo appartamento milanese, in balìa di una badante ucraina da cui dipendeva in tutto e per tutto: da lei doveva essere lavata, cambiata e nutrita. La figlia, nonostante vivesse sullo stesso pianerottolo, non andava a trovarla quasi mai. Solo il genero passava ogni tanto, la sera, si sedeva accanto a lei e le leggeva le definizioni delle parole crociate, che erano sempre state una sua passione. Ho anche saputo che, nei momenti di lucidità, lei si faceva leggere ad alta voce il testo di una lettera che le avevo scritto e personalmente consegnato al mare, quattro anni fa, l’ultima estate che lei passò a Riccione. Era già sulla sedia a rotelle e non vedeva quasi più, ma era ancora bella, la pelle delle mani e del viso era ancora morbida e vellutata, il suo profumo dolce era sempre lo stesso. Allora avevo esitato a darle quella lettera, in cui le esprimevo, come già avevo fatto a voce e con i gesti, nel corso degli anni, il mio amore e il mio affetto per lei, la ringraziavo per tutte le volte che mi aveva ascoltata consolata e abbracciata, per la figura amica e dolce che era stata per me durante la mia adolescenza.
Nell’ultimo periodo ha fisicamente sofferto tantissimo, il suo corpo si era ricoperto di piaghe. E ora è morta.
L’ho tanto amata e la amo tanto. Ha rappresentato per me una figura materna particolare, un po’ scomoda, nel senso che probabilmente non mi sarebbe piaciuta averla come mamma vera, era molto diversa da me, molto vanitosa, elegante, teneva tanto al lusso e all’apparenza, ma aveva al tempo stesso dei valori profondi, e soprattutto un cuore buono.

Olga, ti voglio bene. Anche se non potevo più parlare con te non ho mai smesso di pensarti. Sei nei miei pensieri e nei miei ricordi. Tutti ti hanno sempre considerato una donna altezzosa, dura e troppo vanitosa, ma sono certa che chi, come me, ha potuto conoscerti più a fondo, ha assaporato la tua dolcezza e la tua bontà d’animo, la tua capacità di donare affetto e di commuoverti mantenendo il tuo contegno. Non dimenticherò mai tutto il tempo che hai dedicato a me e ai miei sproloqui adolescenziali, i tuoi abbracci, i tuoi baci. La gita in pedalò, quando tu mi hai aperto il cuore e io il mio. Tutti i giorni in cui sono corsa da te in lacrime, spesso per motivi futili e a volte per motivi drammatici, e tu hai sempre saputo accogliermi e a volte hai pianto con me. Quando la sera fissavo ansiosa l’imbocco del vialetto attendendo il momento in cui tu saresti apparsa sulla tua bicicletta nera (nello scendere mi avresti salutata con un sorriso e un bacio). Quando, con tenerezza e orgoglio, mi chiamavi “la mia Ilaria” (facendo ingelosire la zia Nena che poi se la prendeva con me). Quando mi raccontavi della tua infanzia povera e della tua scalata sociale (con metodi non sempre del tutto ortodossi, e io te lo facevo notare e tu inventavi giustificazioni ancor meno ortodosse). Quando mi parlavi di tuo marito e dei tuoi numerosi amori (e con pochi, misurati, accenni schiudevi, a vantaggio della mia immaginazione, tutta una vita da donna adulta, che mi intimoriva e mi faceva sognare), delle tue delusioni e preoccupazioni.
Non dimentico niente e conservo tutto nel mio cuore. Pregherò sempre per te. Ti amo tanto e ti ringrazio.
Avrei voluto poterti stare accanto negli ultimi momenti. Non riesco a immaginarti cieca, muta, paralizzata, con un pannolone e piena di piaghe.
Allora ti ricorderò sempre nel tuo massimo splendore riccionese, quando, come tu desideravi, sulla spiaggia era impossibile non notarti. Con la tua bellezza e la tua eleganza svettavi su tutte le altre, sicura di te, sempre sorridente. Sono contenta di essere sempre riuscita a dirti quanto ti volevo bene.

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