Incontrarsi, sul treno

Domenica, appena salita sul treno, mentre stavo prendendo posto, mi sono sentita salutare… Accanto a me ho visto Stefano, un amico del quartiere, figlio di amici dei miei, col quale all’epoca dell’oratorio ho partecipato a vari ritiri e campi scuola. Stava andando a Parma per tenere un seminario. Attimo di panico (“Devo riuscire a fare conversazione fino a Parma”!), poi ci siamo seduti e ho iniziato col chiedergli come si trova col nuovo lavoro a Milano (fa’ parlare gli altri di se stessi e sei a posto, in più m’interessa). E così ha cominciato a parlarmi dei suoi vari impegni, della tesi di dottorato che sta completando, del workshop che ha organizzato per la prossima settimana a Barcellona, convocando giovani ricercatori da ogni parte del mondo, e così via… È stato interessante ascoltarlo, io lo ammiro molto, mi piace la passione che ha per il suo lavoro, e la competenza con cui parla. Anch’io poi gli ho raccontato di me ma, come sempre, sentendomi la solita schiappa. Non so se si sia accorto di quanto mi buttavo giù, ma in ogni caso è questo che mi frega: se sono la prima a presentarmi come l’ultima ruota del carro, non posso certo aspettarmi che qualcuno si renda conto delle mie qualità. Abbiamo poi parlato di tante cose, senza silenzi (sono stata brava) finché lui si è perfino confidato con me a proposito dello sconvolgimento che la rottura, un anno fa, del suo fidanzamento (già fissata la data delle nozze, già scelte pure le piastrelle della casa…), ha provocato nella sua vita, fino a una crisi di fede che ha rasentato l’ateismo. Chi meglio di me poteva e può capirlo? Resto sempre sorpresa quando le persone, soprattutto quelle con cui non ho grande intimità, decidono di confidarsi con me su cose private, scelgono di aprirmi il cuore. Forse ispiro fiducia, o si capisce che non sono una pettegola. Comunque è una cosa che mi fa piacere, che tengo nel mio cuore come motivo di soddisfazione. In sostanza, sono stata contenta di averlo incontrato.

Non abbiamo parlato del tempo. Neanche un breve accenno, benché per esempio fuori ci fosse tanta poetica nebbia. Quello del tempo è un argomento che evito sempre con gli estranei o con le persone che non conosco bene, proprio perché è il classico argomento di cui si parla quando non si sa cosa dire. Eppure a me in realtà piace tantissimo parlare del tempo atmosferico, e infatti lo faccio spesso con gli amici (cioè faccio il contrario di quel che si fa normalmente). Sarà il Marcovaldo che c’è in me. Sì, ho la  sindrome di Marcovaldo, anzi Marcovaldo c’est Moi!  Forse perché amo tanto la natura, e stando in città ne vedo ben poca, ma mi piace osservare i cambiamenti del tempo, conoscere i fenomeni atmosferici, notare la bellezza di un cielo nuvoloso, o sereno, o della nebbia che ammorbidisce le cose.

Scesa dal treno, per esempio, per raggiungere casa di mia nonna a piedi ho costeggiato i giardini della stazione (ma perché vicino a ogni stazione ci sono dei giardinetti, tra l’altro di solito infrequentabili e in cui non è prudente avventurarsi?): non si vedeva il colore dell’erba, uno strato di foglie di ogni sfumatura tra il giallo e il rosso la ricopriva completamente. Ho provato un grande piacere mentre guardavo; per un attimo ho dimenticato quale ardua missione mi apprestavo a compiere. Certe volte mi chiedo come dev’essere povera la vita di chi non si sofferma mai sui particolari (non necessariamente quelli che colpiscono me), non riesco neanche a immaginarla, mi viene in mente solo un criceto sulla ruota ma non so se sia un paragone corretto.

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