In missione, accompagnata da Seneca

Ecco cosa scrivevo a me stessa ieri, alle ore 22,45:

Domani devo andare dalla mia zia di Piacenza, la sorella di mia nonna; loro due sono sempre vissute insieme e per me è come se fossero entrambe mie nonne, anzi questa zia in particolare è anche di più, perché è sempre stata la “trasgressiva” della famiglia, e quindi anche la più pazza e simpatica, esuberante, sempre “eccessiva”, ma in un modo piacevole, e con una enorme sensibilità e un calore umano straordinario considerando che nella mia famiglia, chi più chi meno, siamo tutti dei ghiaccioli, almeno all’apparenza, non interiormente. Be’, lei non è un ghiacciolo né dentro né fuori, sprizza calore ed espansività al 100% e certe volte, quando ho davvero bisogno di un abbraccio caldo, io vado da lei e so che sprofonderò in un calore meraviglioso, sincero e del tutto particolare, qualcosa che, in quel modo, può darmi solo lei e nessun altro. Bene, io domani devo prendere un treno e andare a dirle che ha un tumore e che non è operabile. Siccome nella mia famiglia né mia nonna e le altre sorelle, né mia mamma e suo fratello riuscivano a decidersi su chi se la sentisse di darle la notizia (considerando che lei è molto attaccata alla vita, teme sommamente, più di altri, la morte, eccetera) e d’altra parte bisogna dirglielo, ho pensato, ragionando nel mio cuore, che, dato che io sono, come lei ha sempre affermato (e so che è vero), la sua prediletta, devo essere io a darle la notizia, cioè considerando il legame che c’è tra noi, penso che la persona da cui “preferirebbe” sentirselo dire, sono purtroppo io. Tutti i miei familiari sono stati d’accordo e così domani alle otto e venti prendo il treno, col cuore in gola e una grande tristezza. Che sfortuna incredibile! Esattamente un anno fa era capitata la stessa identica cosa a mia nonna, sua sorella: stesso tumore al polmone, un mese di vita, solo che lei era operabile e così fortunatamente si è salvata. Poveri illusi! Eravamo convinti di avere sconfitto il cancro! Io in particolare mi sentivo un’eroina perché inizialmente tutti i miei familiari erano contrari all’operazione (temevano che fosse troppo pesante): all’epoca, mi sono battuta come un leone e mia nonna si è convinta per l’operazione; anche gli altri a quel punto si sono arresi, e ora mia nonna sta bene. Che presunzione ho avuto: mi sentivo come se io stessa nel mio piccolo avessi contribuito a strapparla alla morte… E ora, a un anno esatto di distanza, stesso copione, ma più tragico, per mia zia. E questa volta forse al massimo si potranno fare delle radiazioni, che però non sono risolutive, rallentano soltanto il “mostro” e annientano il fisico, e lei è già molto debole e acciaccata, non è una che lotta. Si può solo riempirla d’amore e accompagnarla verso la fine senza farla sentire mai sola. D’altra parte non riesco neanche a essere arrabbiata; lo so che la morte fa parte della vita, e che dobbiamo essere pronti a perdere le persone care, soprattutto se sono anziane; quindi non ce l’ho con niente e con nessuno, ma sono profondamente triste. Poi tra l’altro in questo periodo questa mia zia è particolarmente di buon umore, è sempre lì a organizzare pranzi e ricevimenti, mentre prima era un po’ depressa e stava male. E proprio adesso che è in forma devo andare a darle la mazzata. D’altra parte non c’è tempo da perdere, perché se decidesse di fare le radiazioni bisogna iniziare subito. Quando ieri le ho telefonato per annunciare il mio arrivo si è messa a gridare dalla gioia (non ci vediamo da agosto) e anche oggi mia nonna mi ha confermato che informa del mio arrivo tutti quelli che vengono a trovarla, tanto è felice di vedermi. E non sa cosa vengo a dirle!

Insomma è da ieri che mi sto preparando psicologicamente: devo darle la notizia in un modo comunque rassicurante, cioè dicendole la verità ma senza toglierle la speranza e devo usare un tono calmo e essere padrona di me stessa, non posso certo lasciarmi sopraffare dall’emozione mentre le dico la cosa. E poi mi sento investita di un ruolo nei suoi confronti: è da un anno che dice di sentire la morte vicina e che io sono “la persona che dovrà chiuderle gli occhi”. In un certo senso quindi è preparata e questa può essere una cosa positiva; ma un conto è dirlo, un conto è trovarsi nella situazione. Quanto si può veramente essere pronti di fronte all’Ignoto tremendo che è la morte? E lo dice una che crede nella vita eterna! Solo che io amo così tanto questa vita terrena, pur con tutte le sue magagne, che al momento non trovo grande consolazione nell’eternità. E anche mia zia la pensa come me. Comunque, per prepararmi ho meditato, ho ascoltato Bach, B.B.King e letto varie cose, tra cui Seneca (l’amico dei giorni più tristi), che sulla morte (e sulla vita) scrive delle cose stupende.

Come questa:

“Tutti i nostri cari dobbiamo amarli, ben sapendo che non ci è stata fatta promessa di sorta sulla loro longevità. Dobbiamo ripetere continuamente a noi stessi che le cose vanno amate, ben sapendo che ci verranno meno, anzi, che cominciano già a mancarci: possiedi tutto ciò che la fortuna ti ha dato, come un bene non coperto da nessuna malleveria”.

E’ un pensiero così semplice, ma così vero.

Be’, ci sono riuscita. Tutto sommato è andata bene. Ha accettato, senza farsi pregare, di venire a BO la prossima settimana per farsi visitare. E’ già molto. Quando sono tornata a casa, la sera, mi sono sentita a posto con la mia coscienza e, una volta tanto, sicura di avere fatto la cosa giusta. Sono riuscita a dimostrarle tutto il mio affetto e ho avuto il coraggio di assumermi la responsabilità di dirle la verità senza toglierle la speranza. Ora quello che conta è continuare così, starle vicino.

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